22 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Giugno 2021 alle 16:09:36

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Sulla utilità e bellezza degli studi classici

foto di La Scuola di Atene dipinta da Raffaello
La Scuola di Atene dipinta da Raffaello

Nel 1524 Ludovico Ariosto chiese un consiglio al suo amico Pietro Bembo, il più colto letterato del tempo, per trovare un insegnante di greco per il figlio Virginio che era all’epoca un ragazzino di quindici anni. Ariosto rimpiangeva di non aver studiato il greco nell’età in cui avrebbe potuto applicarsi in questo studio che esige tempo e dedizione. Ormai era troppo tardi: lavorava presso il cardinale Ippolito d’Este che gli aveva tolto ogni possibilità di apprendere la lingua greca: “di poeta cavallar mi feo: / vedi se per le balze e per le fosse/ io potevo imparar greco o caldeo!” Ma suo figlio no, suo figlio non poteva essere privato di questa ricchezza di conoscenza.

Se a lui era stata sfortunatamente preclusa la possibilità di studiare il greco a causa delle varie vicissitudini della vita, Virginio doveva avere tutte le opportunità per completare la sua formazione umanistica. Questa lettera in versi, sesta delle sette Satire scritte da Ariosto (che era, comunque, un ottimo conoscitore della lingua e della civiltà latine), mi è affiorata alla memoria pensando che il 3 maggio scorso è iniziato, per concludersi il prossimo 15 maggio, il Festival della Cultura Classica (I edizione), promosso dall’Associazione di Cultura Classica (AICC) di cui è Presidente nazionale il professor Mario Capasso, papirologo di fama internazionale. In questo Festival sono impegnate sei delegazioni dell’AICC: Roma, Como, Locride, Castellammare di Stabia, Bari e Taranto (Presidente è la professoressa Franca Poretti), che darà il suo contributo il 12 maggio.

Dopo la Giornata della Lingua Greca, a febbraio, e dopo la Giornata della Lingua Latina, un mese fa, ecco un Festival ad ampio respiro per portare ancor più in auge la cultura classica e per rispondere alla provocazione che ci viene dal “ New World”. Nel mondo americano, infatti, si sta diffondendo la “Cancel Culture”, la cultura (cultura?) della cancellazione che intende eliminare dall’insegnamento scolastico e universitario gli autori greci e latini perché sarebbero espressione di una cultura “bianca”, “suprematista” e chi più ne ha, più ne metta. “Horresco”. La Howard University di Washington, una delle più importanti istituzioni americane di alta cultura, ha tolto di mezzo il suo dipartimento di studî classici: “una catastrofe spirituale” ha scritto sul “Washington Post” Cornel West, filosofo e intellettuale fra i più autorevoli esponenti degli studi afro-americani, e chissà cosa avrebbe detto, a proposito di questa barbarie, Derek Walcott, poeta caraibico e premio Nobel 1992 per la letteratura, conoscitore raffinatissimo della cultura classica.

Insomma, perché uccidere Antigone? Perché cancellare i miti, Omero, i grandi lirici greci e le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide che ancora oggi fanno affollare i teatri greci e gli anfitetatri romani; perché smantellare Socrate, Platone, Aristotele, cito così alla rinfusa, Catullo, Cicerone, Virgilio, Orazio, Ovidio, Seneca e Tacito? Perché dimenticare “la nobile semplicità e la quieta grandezza” dell’arte classica, il valore di quella bellezza apollinea “ond’ebbero ristoro unico ai mali/ – scrisse Foscolo- le nate a vaneggiar menti mortali”?

E’ chiaro che ogni autore di una qualunque epoca va contestualizzato storicamente: sta a noi distinguere il grano dalla gramigna, l’oro dal piombo. Una cosa è certa: bisogna arginare quest’ondata di “barbaritas” affinché non dilaghi anche in Europa perché la civiltà classica è il nostro codice genetico; strappare queste radici significa mutilare la nostra identità e parte della nostra memoria. Cerchiamo, allora, di comprendere quale sia l’ ”utilità” degli “studia humanitatis” e perché li difendiamo “destricto gladio”, a spada tratta. Rispondo con due domande: perché Ariosto era così desideroso di offrire al figlio una completa educazione umanistica? E Salvatore Quasimodo, che aveva compiuto studî tecnici, perché volle studiare la lingua greca e la lingua latina e poi tradusse da par suo i poeti greci e latini, traduzioni che gli valsero il Nobel nel 1959 ? Certo, nella vita quotidiana l’aoristo o il “quod” epesegetico non sembrano “utili”, come d’altronde non sembrano utili nemmeno il noumeno kantiano, la trigonometria, la formula chimica dell’acido acetilsalicilico o del paracetamolo.

Colgo come un fiore e ve lo porgo questo pensiero di Hanna Arendt: “Se qualcuno dovesse chiedere a me, come filo sofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: prima di tutto, solo cose inutili, greco antico, latino, matematica pura e filosofia, tutto quello che è inutile nella vita. Il bello è che così, all’età di diciotto anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto, mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose”. Perfetto. E non mi si venga a dire che gli studî classici sono reazionarî e favoriscono una mentalità che sa di muffa perché è molto lunga la lista di latinisti e grecisti, umanisti tout court, che sono stati maestri di democrazia e libertà di pensiero. Un nome fra tutti: Concetto Marchesi, senza parlare di Luciano Canfora. Se l’insegnante è un educatore, sa bene quello che spiega e come deve spiegare per formare un giovane. La formazione dei giovani, appunto: la formazione umana che è sentimentale, intellettuale e morale. Gli studî classici non sono né di destra né di sinistra, ma “di sopra”, cioè al di sopra di steccati ideologici e chiusure mentali.

Tra l’altro la lingua greca e la lingua latina, se non sono “utili” nel senso economico e nella vita di tutti i giorni, aggiungo, sono “belle” in senso estetico: si tratta di categorie diverse, distinte, direbbe Benedetto Croce. Proprio così; sono lingue belle perché c’è un’estetica anche linguistica, ma soprattutto, grazie alla conoscenza del greco e del latino, si possono leggere e comprendere direttamente e in profondità i classici greci e latini e quindi apprenderne i valori annessi e connessi. Torno a citare quello che scrisse Pascoli alla sorella Mariù alla quale insegnava le lettere classiche: “Nel vestibolo vedrai che son di guardia lupi e leoni, ma dentro risuona lungamente il canto di Circe”. Pascoli si riferiva alla bellezza incantatoria e stregante e all’arte di scrittura dei grandi “auctores”, cioè i “promotori” (questo il significato della parola latina “auctor”), i promotori di bellezza e verità. Una bellezza difficile, forse, ma l’esperienza mi ha insegnato che le cose facili non hanno valore. Non basta.

A ben pensare lo studio delle grammatiche complesse- greco e latino- è diversamente utile, perché è la più straordinaria ginnastica mentale capace di tenere in allenamento e lubrificare l’intelligenza, potenziare la memoria e la logica. Già, la logica: i popoli antichi, quando parlavano e scrivevano, facevano “analisi logica” delle parole nella proposizione e nel periodo. E la traduzione di un testo greco o latino, quindi, ha un valore enorme perché insegna a ragionare sulle parole senza apprendere dogmaticamente, cioè passivamente, il pensiero altrui; insegna a confrontarsi con gli altri e a riconoscere gli errori personali. Se poi gli studenti frettolosi ricorrono alle traduzioni bell’e fatte, peggio per loro: si privano di tante opportunità per utilizzare al meglio la materia grigia e per ragionare con un ordine mentale. Ancora: la conoscenza delle grammatiche complesse è “utile” per imparare meglio le lingue moderne, specie il tedesco ( e non parliamo delle lingue neolatine, ad iniziare dalla lingua italiana), per affrontare con più padronanza linguistica gli studî giuridici e scientifici, “in primis” la biologia e la medicina; e poi ci abituano alla pazienza, alla riflessione, allo spirito critico, all’umiltà del confronto, alla passione della parola esatta, non detta a vanvera, ma meditata e approfondita.

Anche per questo si dovrebbe tornare a studiare il latino nella scuola media inferiore, perché l’apprendimento è molto più facile e non sarebbe male iniziare i preadolescenti più curiosi anche allo studio del greco. Lingue morte, dice qualcuno? Non credo proprio. A parte il fatto che noi parliamo il latino senza saperlo, modificato dopo tanti secoli, è chiaro, anche perché arricchitosi delle lingue di superstrato, cioè dei popoli che si sono avvicendati in Italia (ma di questo ha già scritto mirabilmente Paolo De Stefano il 20 marzo scorso su questa pagina), il latino è la lingua della cattolicità e il Papa scrive in latino le encicliche che sono indirizzate a tutto il mondo. Bisogna poi ricordare che la maggior parte delle parole tecniche e del linguaggio scientifico e medico, oltre che letterario, sono di origine greca e poiché le cose esistono grazie alle parole che le definiscono e le identificano, senza la lingua greca saremmo limitati nella conoscenza e nella comunicazione e quindi potremmo soffrire di balbuzie mentale. La comunicazione: siamo passati dal “verbum” alla verbosità e al chiacchiericcio dei talk-show.

La comunicazione si è impoverita per l’uso e abuso di tvb, slogan, like, emoticon, messaggini, twitter, altre scorciatoie lessicali “et similia” . A proposito, non è una barzelletta, ma un fatto realmente accaduto di cui abbiamo molto sorriso, ma che ci ha fatto anche molto riflettere: uno studente scrisse, svolgendo un tema di storia, Nino Biperio, invece di Nino Bixio. Poiché nel linguaggio dei messaggini la lettera X sostituisce la preposizione semplice “per”, il ragazzo sprovveduto sostituì la X di Bixio con “per”: da Nino Bixio , dunque, a Nino Biperio. Un’ultima cosa: per ciò che riguarda la diceria circa le lingue morte, vorrei concludere con quello che ha scritto uno dei più grandi scrittori di lingua spagnola, il catalano Carlos Ruiz Zafón, nel suo long seller “L’ombra del vento” (“La sombra del viento”, pag.19): “ Quid pro che?” – chiede il giovane protagonista del romanzo al colto libraio Barceló che gli aveva detto poco prima “Quid pro quo”. “Latino, ragazzo – risponde il libraio- Latino. Non esistono lingue morte, ma solo cervelli in letargo”. Meditate, signori della Cancel Culture, meditate.

Josè Minervini

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