24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

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Un inedito Cristo Pantokrator nelle Gravine di Castellaneta

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Un inedito Cristo Pantokrator nelle Gravine di Castellaneta

CASTELLANETA – Documentare, ricordare, trasmettere: continua il lavoro degli Amici delle Gravine di Castellaneta. Un inedito Cristo Pantokrator nelle Gravine di Castellaneta. Ne dà notizia la dott.ssa Viviana Nardò. “Qual è il significato del termine “documentare”? e quello di “ricordare”? e, ancora, quello di “trasmettere”. Bene, questi tre verbi apparentemente sciolti l’uno dall’altro, sono alla base della metodologia della ricerca storico-artistica. Si documenta, infatti, l’esistenza di un bene, di un manufatto, sia materiale sia immateriale, a prescindere dal suo valore artistico o peggio ancora economico, perché le opere d’arte non dovrebbero aver un valore economico, ma solo quello di “testimonianze aventi valore di civiltà”- dice Viviana Nardò – una volta documentata per iscritto e con ogni mezzo grafico e fotografico a disposizione l’esistenza di un Bene Culturale, si può essere certi quindi che verrà ricordato, resterà cioè impresso nella memoria storica di chi ha speso tempo ed energie per salvare dall’oblio o dalla non-conoscenza della sua esistenza.

Ma il cosiddetto “scopritore” dell’esistenza del bene farebbe un lavoro fine a se stesso se non si preoccupasse di trasmettere alla comunità civile la conoscenza e la documentazione da lui acquisita su quel determinato bene: così facendo tutta la comunità civile si dovrà ritenere depositaria e conseguentemente responsabile “di fronte alla società, al mondo civile e alle future generazioni” di quel determinato Bene Culturale. È per onorare questi sacrosanti principi, quindi, che gli Amici delle Gravine vogliono condividere con tutta la comunità un altro piccolo pezzo della storia del nostro paese, prima che il tempo completi inesorabilmente il suo lavoro su un manufatto che per la sua stessa natura è destinato a scomparire per sempre. Una foto scattata circa venti anni fa (foto 1) ci mostra in tutta la sua bellezza questo lacerto di affresco presente in una grotta diruta della Gravina Grande sita in una proprietà privata della Masseria Sant’Elia.

L’immagine, molto rovinata, ma con ancora i tratti distintivi del Cristo Pantokrator (dal greco pán, tutto, e krátein, dominare con forza), rivela il profondo legame della nostra terra con il mondo orientale. Seppur tarda rispetto alla classica cronologia di riferimento di quest’iconografia, tuttavia manifesta tutti i caratteri dei suoi archetipi bizantini, per quanto possiamo capire dal lacerto presente in foto, è un’opera con i tenti ritrattistici, che però rimanda alla doppia natura del soggetto : il ritratto è quello di un uomo dallo sguardo severo ma benevolo, dalla barba scura, che rende il suo aspetto autorevole. Ma l’areola sottolinea subito il carattere divino, in quanto è crocigera, e appartiene alla tradizione iconografica delle aureole in forma di scudo clipeato, ripreso dall’immagine del grande scudo caco dell’oplita greco. Cristo quindi come un guerriero, ma divino, per la presenza della croce, che contraddistingue la sua aureola da quella dei santi- conclude Viviana Nardò- la mano destra benedicente alla greca (le dita della mano di dispongono a formare il monogramma di Gesù Cristo: IC XC) e la mano sinistra che regge la Bibbia, nel complesso formano il tópos icomnografico del Cristo benedicente. Il mantello blu simboleggia la natura umana, l’abito rosso quella divina”.

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