17 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Giugno 2021 alle 11:25:58

Cronaca News

“Il caso Moro e la Prima Repubblica” visti da Veltroni

foto di Aldo Moro
Aldo Moro

Da martedi 6 maggio è in libreria per i tipi della Casa Editrice Solferino il libro di Walter Veltroni sulla vicenda Moro, “Il caso Moro e la prima repubblica”. Non ho comprato il libro e non posso quindi dare ancora un giudizio diretto sul testo. Però le anticipazioni pubblicate sul Corriere della sera a firma dello stesso Veltroni e una intervista televisiva dell’autore a Bruno Vespa a Porta a Porta permettono già di farsene un’idea. Io credo che con questo libro su Moro, l’ennesimo di una valanga di testi pubblicati in tutti questi anni sulla vicenda dello statista democristiano assassinato dalle Brigate Rosse, Veltroni abbia perso un’occasione per rispondere alle vere domande che gli italiani da quaranta anni si fanno sulla vicenda e sul ruolo che il Pci ha avuto su quell’assassinio. Da questo punto di vista il libro di Veltroni è un libro inutile.

Infatti se questo libro lo avesse scritto un quidam de populo, un italiano qualsiasi, le banalità e le cose scontate contenute nel libro avrebbero potuto anche starci ma si dà il caso che Veltroni non è uno qualsiasi ma è stato uno dei massimi dirigenti e segretario di quel Partito comunista che nella vicenda Moro ha giocato un ruolo fondamentale. Nel libro Veltroni dà l’impressione di essere un passante, un marziano capitato in Italia per caso infatti invece di rispondere alle domande le fa. Apre il suo ragionamento dando un giudizio tranchant su quegli anni e sulla vicenda affermando “Nella vicenda Moro è tutto strano, tutto sporco” e continua facendosi delle domande che, venendo da uno dei dirigenti di lungo corso del PCI, sono surreali: ”Nessuno, dopo più di quarant’anni, ha detto una verità risolutiva. In primo luogo i brigatisti che, nel caso migliore, devono difendere la coerenza di una autobiografia e nel caso peggiore rischierebbero molto se dicessero la verità.

Non l’hanno detta coloro che hanno avuto la responsabilità delle indagini. Via Gradoli, il Lago della Duchessa, il ruolo della Banda della Magliana, la scelta di non pedinare gli autonomi con i quali i socialisti stavano cercando una soluzione, i consulenti americani che volevano Moro morto e il ruolo dei Servizi dell’Est. Per Sossi si era trattato, per l’assessore Cirillo anche, per il figlio del segretario del Psi De Martino pure. Troppi silenzi e troppi morti, in questa, ahimè, classica storia italiana della tanto ingiustamente rimpianta Prima Repubblica. Tutto strano, tutto sporco.” E lo dice proprio lui agli italiani che da quaranta anni chiedono risposte che nessuno, compreso il suo partito, ha mai dato. Alle domande che si fa Veltroni dovrebbero rispondere prima di tutto lui, il suo partito e la Democrazia Cristiana.

Dovrebbero infatti essere la Dc e il Pci sostenitori della linea della fermezza a spiegarne le ragioni. Su Gradoli dovrebbe essere il suo compagno di partito Romano Prodi a spiegare come sia veramente venuto a conoscenza di quel nome che poi si è rivelato essere il nome della via della prigione di Moro. Ma davvero si vuol far credere che quel nome sia venuto fuori durante una seduta spiritica con una maga col pendolino che svela il nome di Gradoli? A meno che non si considerino gli italiani dei minus habentes da prendere per il naso. E allora Veltroni chieda a Prodi come ha fatto a sapere di Gradoli. Veltroni si chiede come mai la polizia non abbia pedinato Franco Piperno e quelli dell’Autonomia che erano in contatto con Signorile dopo che Craxi aveva dichiarato la disponibilità del Psi alla trattativa. Certo se la polizia avesse pedinato Piperno e compagni questi li avrebbero messi sulle tracce di Valerio Morucci e Adriana Faranda che erano in diretto contatto con Moretti e avrebbero facilmente trovato il covo dove Moro veniva tenuto prigioniero. Craxi e Signorile infatti avevano messo tempestivamente al corrente il Governo di quei contatti e del tentativo di instaurare una trattativa parallela.

E chi se non il governo in carica della Dc appoggiato dal Pci con Cossiga Ministro dell’Interno avrebbe dovuto ordinare quei pedinamenti. Ancora Veltroni si chiede come mai si è costruito il fronte della fermezza su Moro condannandolo a morte e poi invece su Sossi e su Ciro Cirillo il governo ha trattato. E lo chiede agli italiani? Dovrebbe essere il Pci a spiegare come mai su Moro non cedette neanche di un millimetro e poi invece non dirà una parola sulla trattativa con i tagliagole di Bin Laden per la liberazione della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena quando per liberare la giornalista ci lasciò la vita Nicola Calipari un eroico funzionario dei Servizi che aveva condotto la trattativa. Veltroni tira in ballo incautamente la trattativa per la liberazione del figlio di De Martino con una domanda che posta ai socialisti è assolutamente fuori luogo. La condotta dei socialisti è stata sempre assolutamente lineare e aliena da doppiopesismi ipocriti. I socialisti hanno trattato per salvare la vita al figlio di De Martino così come avevano tentato la trattativa per salvare la vita di Moro. Veltroni nel libro svicola senza dare risposte, comincia a menare il can per l’aia e la butta in politica e in dietrologia.

Tira in ballo la P2, i servizi segreti e tutto l’armamentario di contorno a cui si fa ricorso in questi casi per creare confusione, sfugge alle domande, distrae il lettore con la politica, ripete cose dette e raccontate mille volte, ripropone analisi rimasticate e ripetute, parla della “strategia dell’attenzione” di Moro nei confronti del Pci, della terza fase della democrazia nella visione di Moro che avrebbe affrancato il Pci dal fattore K e sdoganato milioni di elettori comunisti attraverso la legittimazione del Pci a concorrere per il governo del Paese, dell’ostilità degli americani e di Kissinger nei confronti di Moro considerato il cavallo di Troia del Pci nell’atlantismo, ricorda la posizione ambigua della Chiesa. Tutte cose arcinote e ampiamente documentate. Infine esprime la nostalgia per il grande progetto del Pci e di Berlinguer del compromesso storico. Già Veltroni è un orfano del compromesso storico e rimpiange che quel progetto sia stato azzoppato da quell’azione delle Brigate rosse. Questo punto avrei avuto già gli elementi per giudicare il libro ma, non essendo per cultura e per formazione un settario e un fazioso, e volendo cercare la verità mi sono detto “Non si può giudicare un libro, sulla base delle anticipazioni di un giornale”. Per questo ho visto e seguito con attenzione l’intervista rilasciata da Veltroni a Bruno Vespa l’altra sera a Porta a Porta. Nulla di nuovo. Veltroni ha confermato quello che dice, o meglio non dice, nel libro. Infatti di fronte al Vespone nazionale che, sia pure con la cautela dei guanti di velluto con cui il Nostro tratta i potenti, cercava di snidarlo, lui ha continuato a svicolare, a non rispondere e a non dire niente e, come nel libro, a menare il can per l’aia.

Tant’è che quando Vespa è stato costretto a fargli la domanda delle domande, la più semplice e ovvia delle domande che anche un giornalista del Corriere dei piccoli avrebbe fatto ad un esponente del PCI, quella sulla ragione della fermezza del Pci, Veltroni anziché rispondere ha continuato a tergiversare, ha buttato la palla in tribuna, l’ha buttata in politica e sul complottismo piduistico parlando di tutto e di nulla e non rispondendo a niente. Per questo ho cambiato canale ed ho visto un film su Topolino. No, non comprerò e non leggerò il libro di Veltroni ma non perché non tratti un argomento interessante ma perché è perfettamente inutile.

Mario Guadagnolo

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