24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Giugno 2021 alle 18:55:18

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Maria Grazia Calandrone: quando la poesia diventa racconto

foto di Maria Grazia Calandrone
Maria Grazia Calandrone

Da anni ormai è uno dei nomi più amati della poesia italiana, eppure l’esplosione della sua popolarità avviene, in questi mesi, grazie a un romanzo, “Splendi come vita”, che la sta imponendo all’attenzione del grande pubblico, com’è difficile che accada per un poeta. Allora lei ha provato a versare un po’ di poesia nella narrativa dando corpo a un racconto dallo stile molto originale, il cui riconoscimento ufficiale è avvenuto con l’inserimento nella dozzina del Premio Strega. Stiamo parlando, naturalmente, di Maria Grazia Calandrone, che comunque ha alle spalle attività di giornalista, drammaturga, insegnante, saggista che recentemente, come i nostri lettori ricorderanno, ha pubblicato un volume su Alda Merini distribuito con il “Corriere della sera”, del quale ci siamo occupati su queste pagine. Abbiamo approfittato della sua disponibilità per intervistarla.

Cominciamo da “Splendi come vita”. Che riscontro stai avendo nella lettura e comprensione da parte della gente e dei colleghi di questa autobiografia poetica?
«In realtà ottimo. Molti si soffermano sulla storia, molti anche sulla lingua che è il cardine di questo libro. La storia da sola, anche quando è un po’ particolare, non basta per fare un buon libro. Da colleghi poeti non ho avuto grandi riscontri, nel senso che sono stati più gli amici prosatori e il pubblico “normale” a dimostrare amore per questo libro, però lo sento “compreso”».

Potremmo dire, allora, che è stato positivamente accolto come tentativo di introdurre la poesia nella narrativa, nel modo di raccontare?
«Questa cosa è stata notata ripetutamente. Alcuni poeti hanno accolto questo romanzo come fosse un’opera di poesia addirittura con riconoscenza, altri invece non hanno commentato in nessun modo… certo non è obbligatorio…! Però è proprio come hai detto: alcuni hanno visto in “Splendi come vita” l’introduzione della poesia nella narrativa: un modo nuovo di fare narrazione».

Ti sei occupata più volte di Alda Merini, cercando di darle una luce che superasse la visione stereotipa che si ha di lei. Secondo te a cosa è dovuto il successo della sua poesia? Non credi che, oltre alla sua storia, abbia influito anche la leggibilità e chiarezza dei suoi versi, assenti in certa poesia che, per la sua complessità, finisce con l’essere proibitiva per il grande pubblico?
«Sicuramente essere chiari aiuta. È lo stesso motivo per cui è nota la Szymborska, o alcuni nostri poeti contemporanei che scrivono in una maniera più comprensibile, su questo non c’è dubbio. Diciamo che Alda Merini ha incarnato anche il binomio di poesia e follia, un’associazione che è stata sempre fatta per quello che riguarda la poesia… non è indispensabile ma funziona. Nel suo caso molto ha giocato anche la biografia, i ricoveri di cui non ha mai fatto mistero. La sua storia l’ha aiutata a essere conosciuta anche da coloro che non non leggevano poesia, ha sfondato i confini, sperimentato vari percorsi».

Il sovrannaturale, vista la composizione dedicata a Maria, è entrato nella tua poesia?
«Non come si può intendere. Io non parlo certo della superficie delle cose, come fanno alcuni poeti, cerco l’invisibile ma non in senso religioso».

Un percorso variegato caratterizza la tua produzione poetica, in linea, forse con le tematiche affrontate? Come si colloca “Serie fossile”, che è una sorta di percorso storico?
«È un libro d’amore, quasi erotico, mi sembra abbastanza chiaro il messaggio. Anche la forma non è particolarmente complessa, ma certo sia questo che il “Giardino della gioia” mi sembra che siano stati apprezzati».

Un caso a sé è “Tradurre la neve”, che ha contenuti umani e “politici” molto forti.
«Il progetto è nato da un concorso. In realtà io mi sono occupata del tema delle migrazioni, quando è venuto alla ribalta, quindi mi è piaciuto partecipare a un viaggio sulle rotte balcaniche, occupandomi in particolare di Sarajevo e della Bosnia. Sì, è stato un viaggio molto profondo, da cui è venuta fuori un’antologia, che comprende anche il poemetto sulla Bosnia, che era nel “Giardino della gioia”. Possiamo dire che vi era già presente una commistione: un libro di poesia in cui si affiancano narrazione, racconti, prosa, interviste, per cui il risultato prosastico era nei fatti, un cammino già cominciato. Si trattò di un viaggio estremamente affascinante, molto doloroso perché poi ci ho messo parecchio tempo per riprendermi dallo “spettacolo” che avevo visto, però è stato un viaggio molto interessante ».

La poesia secondo te ha un futuro? Pochissimi lettori conoscono i poeti viventi. Credi che si sa creato uno iato tra la poesia e il grande pubblico? E il fatto che oggi migliaia di aspiranti poeti autofinanzino i propri libri ha svilito il ruolo della poesia?
«Noi abbiamo attraversato 75 anni di pace, quindi la poesia si è concentrata sulla lingua, fondamentalmente, e una poesia di ricerca è ovvio che non può raggiungere il grande pubblico, però è vero pure che ci sono poeti contemporanei molto noti, che vendono 15.000 se non di più, ma certo passando alla prosa le cose cambiano. Questo mio ultimo libro è esploso, rispetto agli altri, che pure sono andati bene: la prosa è un altro pianeta, da tutti i punti di vista. Lo dicono i numeri! Ma alcuni poeti fondamentali sono molto seguiti: De Angelis, Anedda, Arminio. Gualtieri hanno un loro pubblico e molti consensi. Certo, se vai a fare una visita al medico e gli chiedi chi è Milo De Angelis forse non saprà rispondere, ma probabilmente non saprà neppure chi è Roberto Veronesi. Non ho mai fatto questo test».

Io invece ho fatto il test di girare nelle librerie e chiedere libri di Saba o De Libero e persino dello stesso Quasimodo e sentirmi rispondere che non ci sono, forse non sono più stampati e che devo cercarli usati. Anche gli inserti letterari dei quotidiani si occupano poco o niente di poesia e danno grande spazio alla marea di commissari e investigatori di cui oggi è strapiena la nostra narrativa.
«Sì è così. Forse c’è minore diffusione, ma la poesia non lavora certo per i grandi numeri e forse neppure per la contemporaneità».

Silvano Trevisani

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