16 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Giugno 2021 alle 18:41:07

Cronaca News

Processo Ambiente Svenduto, “Produzione al massimo, così hanno provocato il disastro ambientale”

foto di Processo Ambiente Svenduto, il Pm Mariano Buccoliero
Processo Ambiente Svenduto, il Pm Mariano Buccoliero

L’accusa ha ribadito le sue argomentazioni di colpevolezza nei confronti degli imputati. Malgrado la battaglia dell’agguerrito e folto collegio difensivo, nelle repliche i pubblici ministeri hanno dato dimostrazione di non voler arretrare di un millimetro rispetto alle tesi illustrate nel corso della requisitoria.

Nell’udienza del 14 maggio, davanti alla Corte d’Assise di Taranto, a conclusione dell’arringa dell’avvocato di Nicola Riva, Pasquale Anninchiarico che ha chiesto l’assoluzione “perché i fatti non sussistono”, sono iniziate le repliche dei pubblici ministeri. Ha preso la parola per primo Remo Epifani per “repliche sintetiche e telegrafiche” su alcune intercettazioni prodotte dalla difesa, fra le quali una riguardante Nichi Vendola e ad una frase proferita da Archinà: “Mi ha telefonato Vendola da Roma preannunciandomi che vuol porre fine al caos”. Espressione che, secondo il pm, dimostra che il potere del governatore della Regione sulla nomina del direttore generale dell’Arpa “era molto più incisivo di quello che la difesa ha voluto far credere”.

Sull’episodio dell’incontro fra il rettore dell’epoca del Politecnico di Bari, professor Lorenzo Liberti e l’addetto alle relazioni istituzionali di Ilva, Girolamo Archinà, gli avvocati Carlo Raffo e Gian Domenico Caiazza, legali dei due imputati, hanno prodotto le trascrizioni di alcune intercettazioni in cui si parla di una convenzione fra Ilva e Università di Bari. Quindi dimostrano, secondo i legali, la liceità dell’incontro nella stazione di servizio e smentiscono la consegna dei 10.000 euro dei quali, ha evidenziato la difesa, non ci sono tracce nelle immagini delle videocamere acquisite dall’accusa. Il pm Epifani ha fornito una lettura diversa delle intercettazioni, sostenendo che non scagionano gli imputati. Più lunga e articolata la replica del pm Mariano Buccoliero e concentrata sul disastro ambientale doloso. “Sono sorpreso dalla difesa – ha esordito Buccoliero- perché ha sostenuto l’insostenibile rappresentando l’Ilva come un’impresa che non ha mai emesso polveri e altre sostanze nocive, che non ha mai inquinato e come se Taranto fosse un paradiso come le Mauritius.

Lo hanno fatto con i consulenti che hanno presentato l’acciaieria tarantina come l’unica del mondo ad emissioni zero e Taranto come una città priva di inquinamento. Da questo processo, per la difesa, scompare l’Arpa e tutti gli accertamenti fatti nel corso degli anni. Il dato obiettivo – ha sottolineato il pm- è che a Taranto dopo il sequestro dell’area a caldo sono calate le emissioni ed è migliorata la qualità dell’aria come la situazione epidemiologica. Per aderire alla tesi della difesa la Corte dovrebbe gettare a mare tutte le relazioni di Arpa e le analisi di scienziati, dovrebbe mettere da parte tutta la vicenda dell’abbattimento dei capi avvelenati dalla diossina, della distruzione di mitili pieni di diossina e Pcb. O hanno sbagliato tutto i periti dell’accusa o i consulenti della difesa”.

Per il pm nessuno dei vertici Ilva imputati in questo processo può invocare il principio “ne bis in idem”, in base al quale nessuno può essere giudicato due volte per gli stessi fatti. Secondo i difensori, alcuni capi area sono stati già giudicati per la vicenda dei parchi minerari. “Non sono vicende paragonabili”, ha ribattuto in sintesi il magistrato che ha ribadito la sua ricostruzione su capi area e fiduciari. “Quella dei capi area è stata una libera scelta, potevano non accettare la gestione di un’area dello stabilimento altamente inquinante. C’era un accordo criminoso, nessuno dei capi area può essere esentato da responsabilità penali. Hanno fatto marciare un impianto inquinante nella piena consapevolezza. Avrebbero dovuto calibrare la produzione su un livello non inquinante, invece hanno contribuito alla gestione criminosa dello stabilimento”. Analogo discorso per i fiduciari che “garantivano l’efficienza produttiva inquinando”. Secondo il magistrato, “proprio la loro grande competenza messa in risalto dalla difesa doveva indurli a ridurre la produzione, invece hanno fatto marciare gli impianti al massimo”.

“Il reato – ha detto ancora il pm- non è non aver fatto le opere di ambientalizzazione ma aver provocato emissioni diffuse e fuggitive, pericolose per la salute e per la pubblica incolumità. Al quartiere Tamburi si alzavano polveri che costringevano i bambini a non andare a scuola e gli abitanti a chiudere le finestre”. Riguardo agli investimenti per l’ambientalizzazione dello stabilimento dei Riva, “venivano effettuati solo a fine campagna degli impianti e molti erano a fini produttivi”. Inoltre, secondo il pm, “l’importo complessivo è di 935 milioni di euro e non 1 miliardo e 170 milioni, come sostiene la difesa”. Alcuni avvocati, fra i quali l’avvocato Carlo Petrone, hanno depositato note difensive per i rispettivi assistiti, nella fattispecie Gianni Florido, in attesa di replicare lunedì 17 quando il processo tornerà in aula per l’udienza forse conclusiva, nell’aula magna della scuola sottufficiali della Marina, a San Vito. Dopo la conclusione dell’intervento di Buccoliero e le repliche dei difensori, i giudici della Corte entreranno in camera di consiglio per scrivere il dispositivo della sentenza. “Ambiente svenduto”, con i suoi 47 imputati, è arrivato alle battute finali, a distanza di 5 anni esatti dall’inizio del dibattimento (falsa partenza esclusa).

Annalisa Latartara

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