20 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Giugno 2021 alle 14:59:01

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«Mio padre, un signore di nome Sergio Endrigo»

foto di Claudia e Sergio Endrigo
Claudia e Sergio Endrigo

È stato un gioiello prezioso della musica italiana. Eppure a lungo tenuto chiuso nello scrigno della memoria. Sergio Endrigo avrebbe meritato di più. Molto di più. Oggi a rendergli riconoscimento è la sua riscoperta grazie a cover di successo delle sue canzoni. E a coprire il vuoto su quello che è stato il primo esponente della scuola dei cantautori a vincere il Festival di Sanremo (Canzone per te, 1968) arriva la sua prima vera biografia: “Sergio Endrigo, mio padre” (Baldini-Castoldi). Un libro particolare perché a scriverlo è stata Claudia, la figlia di questo elegante signore della canzone.

Una nuova edizione, rivista e ampliata, con i testi dei brani scritti da Endrigo, e impreziosita dalla prefazione di Francesco De Gregori. Quasi un atto dovuto, quello di Claudia. Un atto dovuto alla grandezza dell’artista, un atto dovuto alla missione che Claudia si è data: «Onorare la memoria di mio padre». L’abbiamo intervistata.

Perché l’esigenza di scrivere un libro su suo padre?
Perché era l’unico artista del quale non c’era una biografia. A parte un libro-intervista di Doriano Fasoli e un libriccino di Vincenzo Mollica non c’era altro. Allora ho pensato di darmi da fare, ho cominciato dall’ispirazione, qualcosa mi frullava per la testa. Una sera ero davanti al computer e ho scritto di getto il capitolo sull’esperienza in Brasile. L’ho fatto leggere ad alcuni amici che sono rimasti entusiasti. A quel punto mi sono organizzata, ho fatto ricerche e ora ecco questo libro. È la cosa di cui vado più orgogliosa, volevo che di mio padre restasse una traccia.

Ecco, perché Sergio Endrigo è rimasto a lungo nell’oblio?
Anni fa ero al Parco della Musica e sfogliai il catalogo multimediale della Rai. Scoprii così che c’era tanto materiale mai valorizzato su mio padre. Il fatto è che papà aveva le idee molto chiare e di certo non le mandava a dire e questo non lo ha aiutato. Poi ci sono state le responsabilità delle case discografiche: tra gli anni ’80 e ’90 mio padre ha realizzato cinque album uno più bello dell’altro, ma le case discografiche non li hanno mai promossi, li hanno praticamente buttati via. Infine ci sono stati i problemi all’udito che mio padre ha avuto e che certamente non hanno aiutato.

Forse è mancata soprattutto la promozione dei suoi lavori.
Papà non aveva un ufficio stampa e però va anche detto che lui era molto pigro. Tra una ospitata in tv e una gita a Pantelleria lui preferiva sicuramente Pantelleria. Sergio Bardotti disse che il più grande nemico di Sergio Endrigo è stato Sergio Endrigo. Ci sono momenti nella vita nei quali o fai una scelta drastica come Mina e Lucio Battisti, che hanno completamente rinunciato ad apparire, oppure resti in un limbo. Il disco, alla fin fine, è un prodotto come un detersivo: lo devi promuovere.

Come spiega questa riscoperta dell’opera di suo padre?
Sergio Endrigo è ancora molto amato. Devo dire che i cantautori lo hanno sempre cantato ed è una cosa davvero straordinaria, perché è molto difficile che un cantautore canti brani di altri. Nel 1981 al Premio Tenco tutti lo hanno omaggiato.

Tra le cover più emozionanti possiamo senza dubbio citare quelle di Franco Battiato: Aria di neve e Te lo leggo negli occhi. In tanti hanno riscoperto Endrigo proprio grazie a quelle reinterpretazioni.
Sì, mio padre chiamò Battiato per ringraziarlo e gli disse scherzando: “Mi fai un omaggio quando sono ancora vivo!”. Devo dire che anche la cover di Lontano dagli occhi di Gianna Nannini mi ha fatto davvero impazzire.

Le canzoni di suo padre sapevano davvero emozionare.
Ho rivisto in tv un suo concerto in Svizzera: mi sono commossa, ho pianto. Ci sono brani purtroppo poco conosciuti che sono di una bellezza devastante. Penso a La borghesina, nell’album Donna Mal d’Africa: nulla da invidiare all’Endrigo più famoso. Che peccato infondere tanto impegno per un disco così bello che poi viene buttato via senza alcuna promozione. L’ultimo suo capolavoro è stato Altre emozioni, del 2003.

Che papà è stato Sergio Endrigo?
È stato un papà molto affettuoso, curioso, mi copriva di coccole. Ricordo le nostre battute di pesca, le partite a ping pong o gli incontri di pugilato e i gran premi d’automobilismo visti insieme. La mia è stata un’infanzia splendida. A 18 anni però mi sono staccata dalla fami glia, a casa non c’ero mai. Poi è arrivata la batosta: la malattia e la morte di mia madre. A trent’anni mi sono ritrovata a vivere una vita che non volevo e questo è stato motivo di scontro con mio padre. Eravamo caratterialmente diversi. A me dava fastidio la sua rassegnazione. Certo, aveva le sue ragioni. Mi spiego: per un artista stare a casa e vedere in tv che sul palco sale chiunque è terribile, ti senti una nullità. Non è invidia, è dolore e ti chiedi perché tu non ci sei.

Eppure basterebbe citare alcuni poeti coi quali Sergio Endrigo ha collaborato, pensiamo a Pasolini e Ungaretti, per capire la sua grandezza artistica. Ma quanti possono vantare simili collaborazioni?
Papà era profondamente innamorato della poesia, lo è stato fin da giovane. Lui ha musicato e tradotto poesie di Paul Fort e Josè Martì. Con Pasolini si incontrarono grazie al direttore artistico della Rca. L’idea era quella di avviare una collaborazione, ma Pierpaolo era in partenza per l’Africa e gli disse di scegliere fra i testi de “La meglio gioventù”. Così nacque la canzone Il soldato di Napoleone. Con Ungaretti in verità non si sono mai incontrati, lavorarono a distanza insieme a Vinìcius de Moraes e a Toquinho per l’album La vita, l’amico, è l’arte dell’incontro.

De Moraes, un altro grande…
Con lui fu un colpo di fulmine, si sono amati e capiti subito. Amavano la poesia, il whisky e le donne. A proposito di donne, ecco un simpatico aneddoto: un giorno eravamo su una spiaggia di Bahia, io ero una bambina e Vinìcius guardandomi disse: “Che bella la piccola Claudia, peccato che le donne da grandi diventano tutte stronze”. Per me Vinìcius era un nonno, una persona di famiglia.

Sergio era di Pola, visse l’esodo istriano. Una vicenda che ritroviamo nella canzone 1947.
Sì, quello fu un dramma che però comprese molto dopo. All’inizio, lui era un bambino, non aveva consapevolezza di quegli eventi. Lo scosse profondamente un libro di Arrigo Petacco. A Pola ci è tornato poche volte, in effetti quando lasci un posto e ci torni dopo tanti anni in quei luoghi non trovi più nulla di tuo. A Pola erano cambiati persino i nomi delle vie. Meglio allora cristallizzare i ricordi.

Sergio Endrigo è sempre stato accompagnato da una vena malinconica. Perché?
L’ispirazione arriva quando canti l’amore infelice, componi quando un amore finisce. Lui poi aveva una fisionomia non sorridente. Ma quelle sono etichette che ti appiccicano addosso. Ho visto sue partecipazioni a trasmissioni tv con Baudo e Luttazzi in cui ride e scherza, non era una persona triste.

Su questa apparente tristezza Alighiero Noschese aveva costruito una caricatura che a suo padre non piacque affatto.
Era molto infastidito e preoccupato da quella imitazione in cui di fatto appariva come uno che portava iella. Se ne lamentò con un dirigente discografico dicendogli che se Noschese non l’avesse finita sarebbe andato a spaccargli la faccia. Una cosa che non era affatto da mio padre. Noschese non fece più quella imitazione. Purtroppo nel mondo dello spettacolo queste etichette sono molto pericolose, pensiamo alla malvagità che si è scatenata nei confronti della povera Mia Martini.

Una persona schiva come Sergio Endrigo come si adattava alle partecipazioni sanremesi?
Beh, allora Sanremo era molto più tranquillo, non come ora. Lui non amava le gare, ma a Sanremo ci andava perché era una tappa obbligata. E poi l’artista non decideva nulla: era la casa discografica a decidere.

“Amore mio ti ucciderò, ma pian piano non te ne accorgerai… ti vorrei libera e felice… ma chiusa dentro me”. Sono i versi di Quando c’era il mare. Oggi quella struggente canzone d’amore probabilmente farebbe fatica a superare la censura del politicamente corretto…
Ormai con il politicamente corretto stiamo rasentando il ridicolo, è un’offesa all’intelligenza delle persone.

È possibile sperare in una ristampa degli album di Sergio Endrigo, magari in vinile?
È il mio sogno.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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