24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

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Gli alieni non vengono solo dallo spazio

foto di Pinctada Radiata
Pinctada Radiata

Quando sentiamo la parola “alieno”, nel nostro immaginario compare immediatamente “Alien”, il feroce protagonista della fortunata serie di pellicole del regista Ridley Scott. No, non mi riferisco a quell’alieno ma ad altri meno mostruosi ma ben più pericolosi che sono già tra noi. Si sente spesso parlare di “specie aliene” o “specie non indigene” o “specie alloctone”. Ma cos’è una specie aliena in ecologia? Una specie aliena è una specie accidentalmente o volontariamente introdotta in un ambiente diverso da quello di cui è originaria.

Se nel nuovo ambiente gli individui a essa appartenenti aumentano esageratamente di numero, la specie si definisce “invasiva” perché può avere effetti negativi sulla biodiversità, soppiantando le specie locali e, quindi, sulla struttura e funzionalità degli ecosistemi, sull’economia locale e sulla salute pubblica. Infatti, microalghe tossiche, se presenti, possono causare morie dei molluschi allevati e avvelenamento dei consumatori. Sicuramente conosciamo (anche per esperienza personale!) la “zanzara tigre”, originaria dell’Asia tropicale e subtropicale; la “cimice asiatica”, originaria dell’Asia orientale, altamente infestante, che può causare danni ingenti alla frutticoltura e all’orticoltura. Entrambe le specie sono state introdotte accidentalmente, la prima con merci provenienti dalla Cina. Ma di esempi di specie terrestri ce ne sono tantissimi.

Pensiamo al “coleottero giapponese”, alla “vespa velutina”, incubo degli apicoltori poiché si nutre di api, al “punteruolo rosso della palma”, che ha distrutto le palme di lungomari italiani storici, alla nutria, della quale sono in corso vere e proprie stragi per eradicarla. E ancora alla “rana toro” africana, che può raggiungere i 20 cm di lunghezza e rientra fra le 100 specie aliene più dannose perché voracissima di pesci, piccoli uccelli e roditori. Ma se le specie aliene animali sono più evidenti agli occhi del profano non meno pericolose sono quelle vegetali. Citiamone solo una tra le più invasive, il “poligono giapponese”, pianta erbacea introdotta nel 1823 come pianta ornamentale e da foraggio, che in Valdarno sta creando enormi problemi per la manutenzione dei corsi d’acqua poiché ne erode le rive. In mare le specie aliene sono individuate con meno facilità che sulla terraferma ma ve ne sono tantissime. Cominciamo con qualche esempio.

Nel 2017, nelle acque della Sicilia è stato segnalato per la prima volta il “pesce leone” o “pesce scorpione”, originario del Mar Rosso e degli oceani Indiano e Pacifico, pericoloso anche per l’uomo a causa del veleno inoculato dai suoi aculei. Il “pesce palla maculato” rinvenuto per la prima volta nel 2013 presso l’isola di Lampedusa, presente ora anche nel mar Adriatico; è tossico, non va assolutamente mangiato. Ma non ci sono solo pesci! A marzo scorso, sempre nelle acque di Lampedusa, è stato avvistato un esemplare di “caravella portoghese”, che non è una medusa, anche se per tale viene scambiata per la presenza di una sacca galleggiante grazie alla quale si muove sospinta dal vento; originaria dell’Oceano Atlantico, ha tentacoli urticanti lunghi anche decine di metri, il cui veleno può causare persino l’arresto cardiaco.

E veniamo ora ai mari di Taranto. Sembra incredibile, ma “ospitano” ben 52 specie aliene: 15 macroalghe e 37 organismi animali, di cui 13 sono planctonici (cioè viventi nella colonna d’acqua) e i restanti sono invertebrati. Citiamone alcune: il “granchio blu”, grande per i nostri standard, lungo 15 cm e largo 23, originario dell’Atlantico occidentale; il mollusco Melibe viridis, una specie di lumaca di mare, originario dell’ Oceano Indiano; il mollusco bivalve Pinctada radiata, anch’essa originaria dell’oceano Indiano; la macroalga Caulerpa cylindracea, originaria del mar Rosso, diventata famosa come l’alga killer (in realtà poi non si è dimostrata tale) negli anni ’80, quando fu scaricata accidentalmente in mare da una vasca dell’acquario del Principato di Monaco. E potrei continuare.

Ma perché i nostri mari sono “meta” privilegiata delle specie aliene? Per comprenderlo dobbiamo sapere come esse si “spostano”. Le specie alloctone possono migrare e giungere nel Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra o il Canale di Suez; in quest’ultimo caso vengono definite “migranti lessepsiane” da Ferdinand de Lesseps, l’ingegnere che progettò il canale. Le specie aliene possono essere anche introdotte dall’uomo, volontariamente o accidentalmente. Nel primo caso, vengono quasi sempre introdotte per essere allevate; è il caso della “vongola filippina” portata in Italia a metà degli anni ’80 del secolo scorso poiché cresce più velocemente della vongola nostrana. Per essere allevato è stato probabilmente introdotto anche il granchio blu, due esemplari del quale furono trovati nel 2004 in una gabbia rinvenuta sulla spiaggia a Chiatona (TA).

Di questi esempi ce ne sono a centinaia in tutto il mondo. Più difficile è individuare un’introduzione accidentale. Vediamone i modi possibili: 1) Con le specie introdotte per essere allevate o vendute e che vengono immerse nelle nostre acque in attesa di giungere sui mercati (anche se la legge vieta esplicitamente questa pratica!); le specie aliene possono essere insediate sulla loro conchiglia; microalghe aliene, a volte anche tossiche, possono essere presenti nell’acqua intervalvare dei molluschi bivalvi. Macroalghe possono ricoprire, per mantenerli umidi, i molluschi importati; così dalla Francia atlantica è stata “importata” una macroalga, i cui frammenti sono stati poi “gettati” nel Mar Piccolo! 2) Con le acque di zavorra. Forse non tutti sanno che le navi mercantili, quando viaggiano scariche, prima di partire imbarcano acqua di mare per essere più stabili durante la navigazione. Nel porto di arrivo, prima di imbarcare le merci, scaricano le acque imbarcate. Accade così che specie presenti nelle acque del porto di partenza, quali microbi, uova e larve, specie planctoniche, che hanno viaggiato “a scrocco”, giungano in una zona lontana migliaia di chilometri da quella di origine e vengano così introdotte accidentalmente.

In realtà, secondo la normativa vigente, lo scarico delle acque di zavorra deve avvenire in aree appositamente designate ma questo spesso non succede. 3) Con le imbarcazioni da diporto. Avete osservato quanto può essere incrostata la carena degli yacht? Ebbene, si tratta di vegetali e animali marini, tra i quali sono state individuate moltissime specie aliene. Gli yacht possono introdurle ma, soprattutto, diffonderle. 4) Con l’acqua degli acquari dismessi, nei quali spesso ci sono specie tropicali perché molto decorative. Specie aliene sono state trovate insediate persino sul carapace delle tartarughe! E’ evidente che Taranto, sede di una secolare attività di mitilicoltura, di un porto mercantile importante e di molti porticcioli turistici, è un’ottima “candidata” all’introduzione di specie alloctone! Fin qui l’introduzione; ma perché una specie aliene diventa invasiva? Perché nella località in cui è stata introdotta non ci sono i suoi predatori che ne contengono l’espansione. Sulla terraferma, le specie aliene possono essere combattute introducendo i loro predatori; è quella pratica che va sotto il nome di “lotta biologica”. E’ intuitivo che agire in questo modo in mare non è semplice!

A tale preoccupante scenario, aggiungiamo che il “riscaldamento globale” favorisce la migrazione verso nord delle specie tropicali e la diffusione di quelle eventualmente introdotte. Cosa fare quindi? Gli enti preposti devono effettuare controlli sulle attività “a rischio”, al fine di prevenire introduzioni accidentali; gli operatori dei vari settori produttivi devono attenersi scrupolosamente alle norme che regolano l’introduzione di specie non native per scopi di allevamento, non devono riversare in mare rifiuti e scarti risultanti da partite di importazione di organismi da allevare o vendere; i proprietari di imbarcazioni da diporto devono effettuare con regolarità le operazioni di pulizia degli scafi; gli acquariofili non devono scaricare in mare il materiale proveniente da acquari dismessi. E noi, se non rientriamo in nessuna delle suddette categorie? Sensibilizziamo gli altri per promuovere lo sviluppo di una “coscienza ecologica” in chiunque operi in contatto con il mare e segnaliamo agli enti competenti e di ricerca avvistamenti e ritrovamenti di organismi “strani”.

Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr Istituto Talassografico Taranto

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