22 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Giugno 2021 alle 07:26:25

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Quando la poesia lega l’oggi all’infinito

foto di Milo De Angelis
Milo De Angelis

“Linea intera, linea spezzata”, l’ultima raccolta di Milo De Angelis, appena uscita per i tipi di Mondadori, ha provocato, in un certo senso, un dibattito su cosa è cambiato nella poesia di uno dei maestri del nostro tempo. Perché qualcosa davvero è cambiato, per quella che qualcuno ha definito propensione al racconto, ricerca di fluidità e discorsività, che si serve di un verso lungo, esametrico. C’è come l’esigenza, anzi l’urgenza, di dare senso traslato alla metaforicità del racconto sinottico che la città, la gente, le cose fanno al poeta, che le fa vivere in una sincronia memoriale. C’è il passato, che è un presente storico, ma è anche una chiave di lettura, un decodificatore che vuol “descrivere attraverso”, attagliandosi all’oggi, che diventa racconto universale di un mondo che tende per forza centripeta a “un unico punto dell’infinito”.

Rispetto alle raccolte precedenti, all’assillante lavoro di lima, di allestimento tecnico, quest’ultima raccolta sembra rimodellare quella sapienza formale, che ha fatto di Da Angelis uno dei poeti più esigenti e stilisticamente rigorosi, anche a scapito dell’accessibilità (sempre ammesso che la poesia debba mai porsi questo problema!) riversandola nella ricercatezza dell’eloquio (speso monologo in interlocuzione), nella bellezza delle immagini, che restano rigorosamente appannaggio di chi abbia dentro di sé la capacità di rappresentare evocativamente ciò che le strofe richiedono. La sublimità dell’ordinario si epifanizza, attraverso una penna che spiega il presente col patrimonio dell’anima (ma potremmo anche dire: col passato), e il passato con ciò che oggi riusciamo a vediamo con una nuova capacità, con una nuova disposizione.

Non mi sembra opportuno parlare di bilancio perché è un termine equivoco, ma per ogni vero poeta ogni nuovo passo è inevitabilmente il resoconto dei passi compiuti di fronte al tratto di strada che resta da compiere. E adesso sembra premergli l’utilità del percorso e del rapporto che esso innesca. Ancora per “Biografia sommaria” aveva scritto Eraldo Affinati: “Milo De Angelis non aveva mai raggiunto, fino ad allora, una visibilità così piena, senza perdere una goccia del suo loico furore. Che sia un poeta difficile lo diamo per scontato, ma a chi lo ritenesse incomprensibile dovremmo spiegare la differenza fra l’arbitrio (che ha spesso sfregiato, fino a disonorare, in certi casi, il dettato novecentesco) e la necessità (capace di animare perfino le riflessioni più criptiche). Lo spazio urbano milanese, così come emerge in Biografia sommaria, sottratto al cartello lombardo, colto piuttosto nei «luoghi della economia disciplinare, della competizione e del cimento ascetico » (in una bella sintesi di Massimo Raffaeli), è un concentrato di rapporti che vanno decifrati, ma innanzitutto vengono in scena”. Ma ora questo suo nuovo passo che, dalla sua Milano-scena, Milano-vita, Milano-poesia, penetra nella nostra vita, nel nostro palcoscenico-altro provoca associazioni, assimilazioni, perché è evidente che c’è una Milano diversa per ognuno come c’era per Franco Loi, per Maurizio Cucchi, o anche per la prima Alda Merini, come c’è un città dell’anima che vive in ciascuno di noi, solo che si abbia la capacità di sentirla.

Una città, qualcuno disse, è ogni città. La parola rinnega l’apparenza, o meglio esorcizza l’immagine apparente e scava in un profondo non palese, in cui ci sono le radici biunivoche del presente, che si tratti dell’amico delle feste lussuose, della prima donna amata, degli amici di un tempo come Federica, degli atleti, sempre presenti nei suoi versi. Il suo universo immaginifico, apparentemente circoscritto, ma teso ad assolutizzare ogni ambito, ad allargarlo con andamento analogico, a ricavare radici di assoluto seminati nello spazio che la memoria fa del tempo, è un circuito coinvolgente e implicitamente commovente, nonostante l’autore sembri tenere a freno con lucidità ogni impulso e scansare ogni occasione di rimpianto lirico disincarnandolo, quasi mostrando preventivo fastidio per le tentazioni di un sentimentalismo che potrebbe essere più che riflesso: reinventato dal lettore. Il suo nome, Milo, è disseminato nel racconto versificato, pronunciato dagli amici, da sua madre, da se stesso. Ma è un soggetto in itinere. Questo viaggio sincronico metatemporale esprime l’urgenza che l’autore manifesta di una sua universalizzazione che equivale al più solido rapporto possibile con i suoi lettori.

La meraviglia e la tragedia continuano a intrecciarsi qui e la morte, che in “Incontri e agguati” era presenza costante e interlocutoria, diventa ora funzione apodittica, persino teleologica nell’ultima sezione, “Aurora con rasoio”, che è anche la più lunga, e che è dedicata al suicidio, argomento di tale consistenza da provocare un vortice di sentimenti e di analogie. Ecco che il nome ritorna per negazione in “Filastrocca del nome perduto”, poesia straordinaria, fino a metaforizzare e congiungere la fine della vita e la fine dalla poesia, in un racconto che sembra raccogliere la memoria di tanti poeti che così hanno perso la vita, a partire da Cesare Pavese, che è citato indirettamente. Sul nome e sulla sua negazione torna esplicito egli stesso: Nel buio di un mattino te ne andrai

anche tu

e scorderai le tue mani le tue frasi

le tue

estati di poesia e allora te ne andrai

nel buio di un mattino e non dirai

più

il tuo nome il tuo respiro il tuo

gemito non

studierai più la metrica del tuo

dolore e tra poco

ce ne andremo anche noi nasconderemo

i nostri volti i nostri versi i nostri

vani

istanti di poesia affonderemo

nella lingua morta affonderemo

nell’acqua

passata affonderemo in un punto

qualsiasi dello Scrivia e non diremo

il nostro

nome il nostro respiro scritto in

sillabe,

non diremo, non

diremo.

 

Ma non possiamo chiudere questa riflessione su Milo De Angelis senza ricordare ancora una volta ai nostri lettori che fu marito della nostra Giovanna Sicari, che la sua Taranto visse dentro di sé in sentimenti così contrastanti, ma in un’esistenza troppo breve, spenta dalla sua malattia, che lei riversò in “Epoca immobile”. Quella sofferenza diede vita alla raccolta di Milo “Tema dell’addio” (Premio Viareggio nel 2005), e anche questo ce lo fece sentire più vicino.

Silvano Trevisani

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