21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Giugno 2021 alle 19:30:12

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Cerimonie di primavera: la festa dell’Ascensione

foto di La Pentecoste
La Pentecoste

Nel nostro “tour” tra le cerimonie calendariali e cicliche relative al periodo primaverile, ci soffermiamo sulla festa dell’Ascensione e su quella della Pentecoste, con alcune suggestioni provenienti anche da Paesi esteri.

L’ASCENSIONE
Sempre nel mese di maggio si celebra la festa dell’Ascensione, istituita per commemorare la salita al cielo di Gesù Cristo, descritta nel Vangelo di San Giovanni (20,12) e negli Atti degli Apostoli (1, 9). La festa viene celebrata il quarantesimo giorno dopo la Pasqua e dieci giorni prima della Pentecoste. Fu dapprima chiamata “Ascensa “, poi “Ascensio “, che e la denominazione rimasta sino ad oggi nella lingua latina. Già alla fine del quarto secolo si fa cenno di tale ricorrenza nella “Peregrinatio Aetheriae “: si afferma che la festa si celebrava a Gerusalemme cinquanta giorni dopo la Resurrezione, ma successivamente, nell’VIII secolo, la data fu unificata a quella romana, cioè – come abbiamo sopra detto- il quarantesimo giorno dopo Pasqua. In questa giornata, durante la santa messa, dopo la lettura del Vangelo, viene spento il cero pasquale, per significare la salita al cielo di Gesù.

Le rappresentazioni artistiche dell’avvenimento ebbero, in epoca paleocristiana, due indirizzi diversi: il primo, di derivazione orientale, che mostrava Gesù salito al cielo in una mandorla portata da angeli (raffigurazione visibile nel portale in legno della Chiesa di Santa Sabina in Roma); il secondo, di ispirazione occidentale, in cui il Cristo è raffigurato sul Monte degli ulivi, mentre sale in cielo, chiamato dalla mano di Dio. Questa immagine, che può essere vista, per esempio, presso il museo nazionale di Monaco, in un avorio del XV secolo, fu poi ripresa nel periodo medievale, ad esempio da Giotto, nella Cappella degli Scrovegni a Padova; in quello rinascimentale, da Correggio nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma. Anche la prima figurazione di tipo orientale sarà ripresa da artisti italiani, ad esempio dal Mantegna, sia pure più raramente. Numerose tradizioni sono legate alla festa dell’Ascensione e che, soprattutto in Abruzzo e in Sicilia, vedono come elemento fondamentale l’acqua, che veniva versata in appositi recipienti contenenti spesso erbe odorose e appoggiati sulle finestre per tutta la notte. L’acqua era poi bevuta il mattino dopo, in segno di devozione, oppure era adoperata come medicamento contro i dolori. Ancora in Abruzzo si sistemano alle finestre delle luci, che rimangono accese per tutta la notte in onore di Gesù, il quale, secondo la tradizione, salendo al cielo benedice le case illuminate.

In molte località abruzzesi si svolgono processioni, al cui passaggio i fedeli, dalle finestre delle loro case, ornate con coperte, abiti, anelli, collane ed immagini sacre, gettano fiori vari (segnatamente ginestre e papaveri, ma anche camomilla e sambuco). Gli abruzzesi amano consumare in questa giornata latticini, mentre è vietata la verdura, soprattutto per le donne che allattano o quelle che sono incinta , perché i neonati o i nascituri ne potrebbero soffrire. In Sicilia la festa è intesa come giorno di augurio e di grande attesa: a Palermo la gente va in campagna a mangiare i gelsi bianchi e d’altronde il termine dialettale per indicare la festa è “scèusa “, che significa anche gelso. Al mattino presto i sacerdoti uscivano dalle loro chiese accompagnati da poche pie donne per recarsi in vari punti della campagna, per benedire le terre e invocare Dio che assista l’uomo nel suo lavoro, come anche la natura tutta. Sempre in Sicilia sono numerose le tradizioni popolari legate a questa festa liturgica. A mezzanotte si crede che le acque marine diventino dolci, per cui tutti coloro che sono affetti da varie malattie usano tuffarvisi. Molti pastori conducono i loro animali, affinché il bagno serva a guarire o preservare le bestie da eventuali malattie. Un’altra usanza siciliana è quella dei falò, che vengono accesi nelle campagne, all’alba, utilizzando rami verdi ed erbe umide, che producono soltanto fumo (la “ fumata “).

Segni positivi provengono dalla direzione dalla quantità del fumo che si sprigiona e che deve liberare l’aria dalla nebbia invernale e la terra dagli infetti dai parassiti dannosi per la flora. Tale usanza deriva chiaramente dai sacrifici che venivano fatti alle divinità pagane in epoca romana, all’inizio della primavera. Anche a Roma esistono altre credenze popolari riferite a questa festa: nella notte dell’Ascensione si crede che Gesù benedica la natura che trasformi la rugiada in latte. In molte case si usa sistemare fuori dei balconi un cestinello contenente un uovo fresco di giornata, il quale poi conservato nella bambagia, gustato come talismano contro malattie ed intemperie e rotto l’anno successivo sempre in occasione della ricorrenza, quando è ormai diventato di “ cera vergine “. I ragazzi, durante la vigilia, vanno alla caccia di grossi scarabei, ai quali attaccano sul dorso piccolissime candele, cantando: “Curri, curri, bagarone,/ chè domani è l’Ascensione “. Tutte queste usanze mostrano chiaramente il valore liberatorio dal periodo invernale e preparatorio per l’arrivo della bella stagione, portatrici di fiori e di prodotti utili all’uomo.

LA PENTECOSTE (LA PASQUA ROSATA)
La Pentecoste e una festività religiosa sia ebraica che cristiana. Il suo nome deriva dal greco e fu usato dai Giudei per designare la festa dei cinquanta giorni dopo la Pasqua ebraica. Nell’Antico Testamento essa è indicata con altre espressioni: “festa della messe e primizie di lavori agricoli”, “primizie della messe del grano”, “festa delle settimane” (dal libro dell’Esodo), “ giorno delle primizie “ (dal libro dei Numeri). L’espressione “festa delle settimane” sta proprio ad indicare il periodo delle sette settimane che distanzia la Pentecoste da Pasqua. Nel giudaismo rabbinico si trova anche il termine “asereth “, che vuol dire “conclusione” per indicare la fine della mietitura iniziata a Pasqua. La Pentecoste era per gli Ebrei, insieme alla Pasqua e ai Tabernacoli, una festa di “peregrinazione”, durante la quale, come abbiamo già detto, essi erano tenuti a recarsi al Tempio di Gerusalemme. Proprio per la stagione propizia, considerato che la festa cade tra aprile e maggio, a seconda della data di Pasqua, la ricorrenza assunse il valore di una festa di ringraziamento a Dio per la felice crescita dei prodotti della terra: durava un solo giorno, che implicava il riposo sabbatico, la confezione delle prime forme di pane preparato con il nuovo grano. Nella religione cristiana la Pentecoste ha assunto il significato di ricordare la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli radunati nel cenacolo a Gerusalemme.

Da quel momento iniziò l’opera evangelizzazione, di espansione della Chiesa nel mondo. La Pentecoste, pertanto, pur essendo fra le più antiche ed importanti feste della Chiesa, cominciò ad essere celebrata dal popolo solamente dal IV secolo in poi. A Roma la funzione era celebrata in San Pietro, a ricordo dell’Apostolo che aveva tenuto il discorso alla folla, convenuta a Gerusalemme per la Pentecoste ebraica. Era lo stesso Pontefice a celebrare la liturgia, per poi ritornare al Laterano in processione, ornato del Triregno, la corona che i pontefici romani poggiavano sul capo, al momento dell’incoronazione e di altre solenni circostanze, simbolo del potere spirituale e temporale. Origene afferma che ai suoi tempi, alle prime luci del giorno, i catecumeni solennizzavano la cerimonia con processioni che precedeva il battesimo.

Nella tradizione la festa prende anche il nome di “ Pasqua rosata “, Pasqua delle Rose, poiché per molto tempo si usava lanciare dall’alto delle chiese sui fedeli petali di rose rosse, per simboleggiare la discesa dello spirito santo; i petali, peraltro, avevano sostituito batuffoli infiammati, che si erano dimostrati dannosi, poiché avevano provocato spesso scottature tra i fedeli. Questo rito ebbe termine nel 1308, quando con Clemente V la sede pontificia fu trasferita ad Avignone. Non molti, eppure sempre significativi, sono i riti tradizionali legati a questa festa. In Abruzzo, all’Aquila, si svolgeva la processione dei “Rosecci “: un gruppo di fanciulle recanti ceri precedevano un’antica Croce e durante tutto il percorso venivano fatti piovere dall’alto i petali delle rose. Ad Orvieto c’è, invece, la festa della “Palombella “, databile al XVII secolo, organizzata da una nobile famiglia del posto, quella dei Monaldeschi della Cuvara, i quali vollero ripetere una cerimonia di preparazione alla discesa della colomba sul cenacolo. Nella piazza del Duomo, dopo la Santa Messa Pontificale , una colombina spicca il volo, per lo sparo di mille mortaretti e, dopo aver attraversato la piazza, si poggia su un tabernacolo non, dove sono rappresentate le immagini di Maria Vergine e degli Apostoli, provocando l’accensione di una fiammella. In India, poi, vi sono tre momenti diversi per celebrare la Pentecoste: l’incoronazione del Re, l’elezione della regina della Pentecoste e, infine, l’albero di maggio.

Quella dell’incoronazione del re è una cerimonia che dovrebbe risalire al 1647: alcuni giovani si riunivano il lunedì precedente non per scegliere e incoronare il loro re, in base ai risultati di alcune gare sportive ; procedevano, poi, a piantare, davanti alla casa del prescelto, un albero della cuccagna e a danzare il ballo della Pentecoste. Il re e la regina erano impersonati spesso da bambini , i quali aprivano un corteo, il primo ornato di una grande corona di cartone, alti stivali, larghi pantaloni bianchi, un bolero ed una spada di legno; la seconda vestita di bianco e con un bolero ricamato d’oro. Ma la cerimonia più all’è quella che si svolge da oltre mille anni nel Lussemburgo, ad Echternach. Si tratta di una processione danzante, dedicata al santo protettore locale, San Willibrod, affinché protegga coloro che sono afflitti dal ballo di San Vito. Il corteo parte da una Chiesa per fare il giro della città e dei dintorni, procedendo a saltelli, per giungere sino ad una scala di 64 scalini, alla sommità della quale c’è la Chiesa dedicata al Santo; anche questa scalinata viene salita con il tipico passo, a piccoli salti. Un’interessante tradizione è quella che si svolge in Russia ed è denominata “dell’arricciamento della giovane betulla”. Non si conosce la data precisa di questi riti russi. Può darsi che si celebrassero in maggio-giugno ed erano dedicati al saluto alla primavera e alla glorificazione della terra verde. L’albero rituale era, per l’appunto, la betulla.

Dopo l’avvento del cristianesimo i due riti sono stati collocati tra le due feste che venivano celebrate nella settima settimana dopo la Pasqua, “Semik” e “Trinità”. “Semik” si festeggiava il giovedì di quella settimana, mentre la “Trinità” alla domenica. Il contenuto cristiano di “Trinità” è collegato con l’arrivo dello Sirito Santo sugli apostoli, cioè la Pentecoste, quando gli Apostoli cominciarono a parlare in diverse lingue e a diffondere la luce della fede in tutto il mondo. Nel calendario folcloristico popolare “Semik” e “Trinità” sono le feste dell’addio alla primavera. Nella giornata del “Semik” le ragazze si recavano nelle foreste vicino ad alberi di betulla, effettuando balli e canti. Dopo decoravano le betulle, annodandone i rami a forma di anelli, realizzando delle trecce, decorate con nastri e fazzoletti colorati. Fra i rami arricciati le ragazze si scambiavano baci e regali, diventando così idealmente parenti, sorelle, e promettendosi di essere amiche per sempre, ripetevano questo ritornello: “Non litighiamo, rimaniamo amiche per sempre”. Questo rito simboleggiava la vestizione delle ragazze in età da marito nell’occasione dell’ ingresso in società. In occasione della festa della “Trinità”, invece, si tagliavano le betulle e con i rami si decoravano i portoni, i pozzi, le cappelle, le chiese. Inoltre, nell’antichità si pensava che le anime dei parenti morti (“i genitori”) si riunissero vicino ai loro cari. Perciò il sabato, alla vigilia della festa, la gente ancora oggi si reca al cimitero per commemorare i defunti (“sabato dei genitori”). Un’altra festa collegata con gli addii alla primavera è chiamata “Gli addii di Ondina”, che era lo spirito dell’acqua, dei campi in fior e dei boschi. Anche per questa festa non si conosce la data precisa del festeggiamento del rito nel periodo precristiano, ma anche dopo l’avvento del cristianesimo il rito era festeggiato la prima domenica dopo la Trinità e si chiamava “rusalnoie zagovenie” , cioè la preparazione alla “Quaresima di Pietro”, che prevedeva una limitazione del cibo alla vigilia del giorno della grazia dei santi Pietro e Paolo. Si preparava la bambola-ondina di paglia, che, posta su una barella, e era portata in campagna, come se fosse un “funerale”. La gente fingeva di piangere e chiamava i vicini al divertimento.

Alla sera la processione arrivava al fiume oppure in un campo, dove la bambola era fatta a pezzi che era sparsi nel terreno. Ondina era anche rappresentata da una bambola- cavallo, nella quale si nascondevano due ragazzi. Gli spettatori vedevano solo le gambe dei ragazzi come se fossero le zampe del cavallo, il quale ballava e faceva ridere la gente. Nel XIX secolo questo rito è diventato un gioco, ma anticamente questa cerimonia aveva un significato profondo. La trasformazione della ondina nel cavallo è stato spiegato dall’influsso della mitologia orientale sul rito slavo. Nei paesi orientali il cavallo è collegato con l’acqua, come l’ondina per il popolo slavo. Secondo la leggenda, le anime di chi moriva giovane diventavano le ondine (le ragazze non sposate, i bambini non battezzati ecc). I cittadini russi consideravano, che le ondine erano gli spiriti dell’acqua e del bosco che apparivano quando c’era necessità di avere umidità per i campi. Un altro rito di primavera era “la glorificazione della spiga”, finalizzata all’approvvigionamento del futuro raccolto, per la preparazione del pane. Si sceglieva la ragazza più bella raffigurante “la spiga”, che correva sulle mani alzate dei ragazzi più forti. Con questo rito la gente chiedeva alla terra di ottenere un raccolto di grano molto ricco e così poter produrre molto pane.

Stefano Milda
Vice presidente Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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