23 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

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Il Purgatorio

Siamo con il XXIV canto del Purgatorio nella balza dei golosi, e qui sono Virgilio e Dante e vengono raggiunti da una schiera di anime terribilmente magre, e la loro magrezza ha origine dall’insaziabile brama di mangiare e di bere acuita dalla visione di frutti e dell’acqua, gli uni e l’altro inaccessibili alle bocche di quei penitenti.

Ma è proprio qui che avviene un solenne incontro: per lui, Dante, da quell’incontro viene fuori anche il “modo” del suo operare poetico. Tuttavia ora il poeta è colpito da quella magrezza spaventevole e da un canto in latino che, in verità, è il versetto 17° del Miserere: “Labia mea, Domine, aperies”. O Signore aprirai la mia bocca, promuoverò il tuo nome santo. Intanto alcune anime vanno incontro ai due poeti, ma, in verità, è Dante che cercano. Una di esse è quel Forese Donati, parente dello stesso poeta, che aveva sposato una Gemma Donati. È fratello di Corso, famigerato capo di parte nera, e di quella Piccarda che Dante incontrerà nel Paradiso, nel cielo della Luna. Forese nomina alcune altre anime, fra le quali Bonagiunta Orbicciani degli Overandi, da Lucca. Fu un rimatore noto del XIII° secolo e fu seguace della poesia o “moda” siciliana, non quella bolognese del Cavalcanti e del Guinizelli. Bonagiunta si mostra, più degli altri, di voler parlare con Dante ed intanto nomina una parola: Gentucca. “Femina è nata, e non porta ancor benda”, cominciò el, “che ti farà piacere la mia città, come ch’om la riprenda”. Tu te n’andrai con questo antivedere: se nel mio mormorar prendesti errore, dichiareranti ancor le cose vere”. (versi 43-49) Ma chi è questa fanciulla, chiamata Gentucca? Che, a Dante, esule renderà più piacevole la città di Lucca? E, quindi, il suo soggiorno? Gentucca non porta ancora bende, non è maritata, non è vedova. È una giovane donna che, secondo l’anagrafe degli Archivi del tempo, sarebbe una certa Gentucca Morla, che sposerà Bonaccorso Fondora.

Per gli studiosi dell’epoca e per gli altri dei tempi futuri è da escludere un sentimento amoroso fra Dante e Gentucca; è invece giusta l’affermazione che proprio Gentucca fece sì che Dante cambiasse opinione sulla malvagità dei lucchesi, nemici acerrimi di Firenze, in virtù della sua grazia e femminile cordialità. A questo punto quel nome porterà Bonagiunta ad altro più noto discorso sulla funzione politica di uno “stile nuovo” che sarà detto “Dolce stil novo”. Le nuove rime sono quelle, dice Bonagiunta, a Dante che cominciano. “Donna che avete intelletto d’amore”. Iacopo da Lentini a Guittone del Viva d’Arezzo, sono ormai poeti superati: in loro c’era un “nodo” non superato: c’era un ostacolo che era intendere l’amore come un “dittatore” governato dal cuore dell’uomo. Di qui il canto XXIV prende una risoluzione che è la conquista di un altro intendere l’amore. Nasce il “Dolce stil novo”. E io a lui: “I’ mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando” (versi 52-54). È una rivoluzione non solo stilistica, ma soprattutto poetica. Soprattutto quel verbo “noto” che vuol significare “ho in mente”, conservo nella mia intelligenza e memoria, come quell’annotare trasformi il valore e la virtù dell’Amore, supremo sentimento della vita perché reso subito divinizzato.

Il suo movimento poetico, come scrive uno degli studiosi più acuti dello stesso movimento, Mario Marti, ebbe in vero origine nella “Vita Nova” ai capitoli XVII° e XXI° allorchè in Dante sorse l’esigenza profonda di una materia nuova nell’ambito della poesia d’amore, che da sensuale divenne spirituale, platonica, e per il poeta quell’amore fu guida sicura e celeste: si chiamerà Beatrice. E quel “dittatore” per Dante non altro era che vero e purificato amore, sentimento dell’Altissimo nel cuore di una donna (domina) per il cuore dell’innamorato. Il discorso nel canto XXIV° si chiude, meglio si completa; il poeta ha risolto o chiarito a sé e agli altri l’antico problema dell’Amore, non più legato all’eros, ma divinizzati nella voce non più umana, ma celestiale di quel “velle” senza il quale non si perviene a Dio. E Dante supererà non pochi mali della vita e con essi, quell’esilio che lo rese “florentinus natione, non moribus”. Ma l’emozione stilnovistica di Beatrice lo accompagnerà, sempre per superare delusioni e traviamenti e, come scrive il Sapegno (“Dolce Stil novo”, in “Cultura”, maggio 1930) sarà la forza della mente e del cuore che segnerà la stessa storia umana, etica, poetica del Poeta.

Paolo De Stefano

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