23 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 11:00:13

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La scuola verso il 2030: riscopriamo il digitale

foto di Alunni a scuola
Alunni a scuola

La scuola nel corso del tempo ha vissuto momenti di “pieno” alternati a momenti di “vuoto”. Eppure i limiti del “vuoto” hanno le loro positività: provengono dal preparare il “pieno” del futuro. Il marzo 2020 è stato una esplicita fase di “vuoto”: dice poco, ma è tipizzata da improvvisi e non secondari cambiamenti. Il Covid ha reso non ulteriormente prorogabili criticità e problemi già avvertiti in passato. Il punto cruciale è la velocità del cambiamento tecnologico che sfida la cultura ad accelerare e a mettersi al passo. Certo, esposta alle tempeste del virus, la scuola si è riparata, fortunatamente, nelle varie piattaforme.

Per un anno e oltre, grazie a una rapida adozione degli strumenti e delle tecnologie digitali, migliaia di giovani hanno imparato, bon gré mal gré, un sapere che non sarebbe mai potuto essere trasmesso loro nei tradizionali luoghi didattici, conseguendo una trasformazione da cui non si tornerà indietro o che sarà difficilmente ignorata nel prossimo futuro. Questo non vuol dire immaginare di far migrare la scuola verso la trasfigurazione digitale. Durante questa pandemia, ogni giorno si è sempre più avvertita l’esigenza improrogabile di lasciare lo spazio al non-digitale: all’uso compulsivo (scolastico e –ahinoi!- individuale) del digitale a casa, bisogna contrapporre, a scuola, lo “spazio di libertà” schiudendosi a – e preservando- la biodiversità culturale delle pratiche e degli esercizi didattici (comunicare de visu, incontrarsi con gli occhi, sentire la presenza degli altri, eppoi dipingere, suonare, ascoltare, solidarizzare, assistere il prossimo e il lontano, e quant’altro).

Urge evitare di smaterializzare l’esperienza e di premiare soltanto l’acuità visiva (Franco Ferrarotti, Il viaggiatore sedentario, Bologna 2018). Che ci sia bisogno, e in fretta, di “recuperare terreno” non è affatto questionabile. Quel contatto umano non è rimpiazzabile da alcuna tecnologia: è assolutamente necessario per rendere la lezione scolastica (e universitaria) non solo un efficace scambio di esperienze conoscitive tra persone, un conversare tra mente e mente, ma anche un’interazione empatica tra cuore e cuore, quasi una forma di strumento didattico egualitario e democratico. La scuola ha una funzione non soltanto cognitiva, ma anche di crescita emotiva, affettiva, sociale, umana. In breve: non tutti i processi della vita, e quindi della scuola, possono migrare verso il digitale. Tuttavia è difficile immaginare una scuola verso il 2030 che non si avvalga delle tecnologie, guardando il mondo di oggi dei bambini, dei ragazzi, dei tanti e delle tante giovani.Pare ragionevole quindi considerare, serenamente e attentamente, le nuove strategie cognitive e le efficaci modalità d’interazione a distanza, favorite pure dallo stesso sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate che, in futuro, potranno rendere l’insegnamento da remoto quanto mai più vicino a quello in presenza, con uno scenario a oggi quasi fantascientifico. Si tratta, da parte dei docenti, di saper crescere sull’esperienza vissuta: cominciare, in questa fase appesantita dagli impegni della Dad, a costruire lo spazio-tempo di una scena dell’insegnamentoapprendimento arricchita dal digitale. Tre punti di analisi e discussione.

In primo luogo, individuare e selezionare, senza pregiudizi, quali attività didattiche esigono la presenza fisica e quali no: quali altre invece (sincrone o asincrone, individuali o collettive) si rivelano ugualmente efficaci a un diverso grado di vicinanza rispetto al docente e ai compagni. Può costituire il primo punto di studio da proporre, utile a rimodellare strategie e logiche della progettazione scolastica, avendo più un obiettivo cultural-formativo: ideare e costruire un sistema multidimensionale e sostenibile degli apprendimenti, ovvero un orizzonte di pratiche e di esperienze irriducibili al perimetro dell’aula e al tempo trascorso a scuola. In secondo luogo introdurre la Rete nella classe significa immaginare un approccio metodologico nuovo: il modo congruo è recuperare la matrice culturale della Rete, del Web, che assomiglia alla comunità scientifica. Approccio probabilistico, empirico, dotato di tolleranza epistemologica. Il che porta a tradurre la classe in una piccola comunità di ricerca. Significa anche ripensare gli ambienti di apprendimento in modo da creare ricerca autentica con i docenti che tendono ad assomigliare ai consulenti. Si badi: solo per alcune modalità didattiche aggiuntive.

La didattica potrà operare talora in un’aula che non ha più pareti, ma che ha al centro gli studenti: con l’ubiquità che il digitale garantisce, la collaboratività diventa sempre più rilevante al posto dell’individualità. Una didattica nuova basata sul “sapere nel contesto”: il giovane potrà essere invitato a postare nell’app foto o commenti di ciò che vede, aggiungendo la sua visione che diventerà parte integrante di una nuova modalità per fruire del luogo della cultura. Ciascun itinerario è guidato da una narrazione vocale e illustrato da brevi testi e iconografie visualizzate sullo smartphone. La digitalizzazione può consentire la contestualizzazione dell’insegnamento apprendimento. Si pensi, per esempio, a come si potrebbe insegnare la geografia navigando nelle città o sulle montagne o lungo i fiumi; o in un parco e in un luogo che susciti la curiosità o ancora la storia antica con passeggiate dirette a scoprire le narrazioni che un luogo nasconde e a seguire le tracce di chi è stato prima.

L’aver imparato a compensare l’assenza con i limiti di uno spazio-tempo virtuale (ma condiviso) offre l’opportunità per riflettere e capire se vi sono margini di miglioramento nell’uso del digitale didattico. E infine affrontare, lungo questa linea, la nuova normalità dell’anno scolastico 2021-22 significherebbe superare le difficoltà dei soggetti più fragili (adeguatamente attrezzati!). E non ultimo: abbassare la dispersione scolastica! Lasciare all’autonomia delle scuole e dei singoli insegnanti, attraverso i consigli di classe, il compito di capire le eventuali carenze eppoi coinvolgere docenti ma anche territori, comunità, terzo settore, su possibili interventi di recupero di socialità e di apprendimenti. Può configurarsi come un itinerario diretto a valorizzare le opportunità di ecosistema della formazione a livello locale partendo dal principio di territorio come destinazione della formazione con policy complessive che coinvolgano tutti gli attori, dagli enti locali al governo alle Aziende. Un disegno che il digitale rende oggi, e domani ancora di più, possibile. E al Sud urgente.

Cosimo Laneve 

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