21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Giugno 2021 alle 16:41:48

Cultura News

Dante Alighieri, mito fondativo della Nazione

foto di Dante Alighieri
Dante Alighieri

Non sembri esagerato usare per Dante la parola ‘mito’, attributo che oggidì si spende troppo facilmente per uno qualunque dei fenomeni cui il mondo della comunicazione assegna il palco d’onore della modernità. Non siamo noi a scomodarlo per Dante, se l’è meritamente guadagnato lui, imponendosi lungo questi sette secoli che da lui ci separano. E poiché egli rimane tutt’oggi al centro o in cima, preferendo, a quell’ideale Pantheon che costituisce il nostro canone di scrittori eletti a ‘gli alti scranni’, non possiamo altro che riconoscergli il massimo attributo, cui concorrono, come sempre hanno concorso, le appassionate fatiche di lettori e intenditori, tese a discoprire le vene anche le più sotterranee che ne hanno alimentato la grandezza culturale e giustificato il prestigio letterario.

Salutiamo perciò con grande soddisfazione l’uscita, qualche giorno fa, del quattordicesimo Quaderno de “L’Arengo” che, grazie all’impegno del prof. Paolo De Stefano, assiduo animatore della cultura tarantina e non solo, partecipa al coro delle celebrazioni che non soltanto in Italia rendono onore al sommo Poeta. Si tratta di un bel volume che comprende ben ventisette contributi di studiosi, più e men giovani, che hanno proposto un largo spettro di interessi scientifici, dai quali, e questo è il pregio, si potrebbe ulteriormente ripartire per allargare l’implicito dibattito intorno a temi conseguenti, tutti meritevoli di approfondimenti. Per ovvi motivi di spazio vorremmo qui darne ampio resoconto, ma ci limiteremo ad alcuni doverosi cenni per informare i lettori di questo quotidiano e invitarli a procurarsi copia del volume edito dall’Editrice Scorpione per la cura del benemerito prof P. Massafra. Fra i contributi distinguiamo almeno un versante linguistico-filologico, uno simbolico-allegorico, uno critico-ricettivo, uno filosofico-teologico, avvertendo tuttavia che tale distinzione è qui puramente formale e non stabilisce dei precisi confini.

Sul primo versante si colloca il contributo di chi vi scrive, inteso a proporre un profilo di Dante basato sulla sua formazione e scientifica e linguistico-poetica diventata cardine di una consapevole e orgogliosa autoreferenzialità. Sul piano teorico si colloca la ricognizione del De Vulgari Eloquentia di Paolo Altamura nei suoi temi precipui di proposta di un nuovo linguaggio e di proiezione del testo nei secoli successivi: articolo congruo e informato. Ermeneuticamente ineccepibile il breve saggio di Nicoletta Berrino sull’Ulisse dantesco Tra modelli letterari e spunti autobiografici, in quanto sposa il metodo più probo che abbina ricerca filologica e interpretazione comparata, da cui si evince la volontà del poeta di distinguersi dal mito omerico in virtù delle sue speciali prerogative guadagnate sul campo. Splendidi e dotti i ‘cammei’ di Domenico Lassandro e di Aldo Luisi (Memorie del vino nella D. C. e Il nasone di D.) che ricostruiscono filologicamente due fra i percorsi più affascinanti all’interno della cultura di Dante: il primo celebra il realistico naturalismo del Poeta che adotta ‘vino’ e ‘sonno’ quali referenti del suo apparente semplicismo rappresentativo, poi riportati al livello della plurisemica utilizzazione contenuta nel rito dell’ultima cena; il secondo, ripercorrendo le ascendenze testuali di Ovidio nel corpo della Commedia e delle altre opere dantesche, ha messo in rilievo il raffinato gareggiamento fra ‘imitazione’ e ‘emulazione’, ingaggiato dal poeta fiorentino nel segno di una cultura non passiva ma maturata nel solco della continuità storico-letteraria.

Sul versante simbolico-allegorico si segnalano alcuni contributi come quello di Dario Basile sulla interpretazione di If, XIII (L’incognita simbologia del canto di Pier Delle Vigne), che mette in luce la valenza allusiva degli alberi rinsecchiti rispetto alle conseguenze del suicidio: l’analisi aderisce ai significati etici ed esistenziali della rinuncia alla corporalità quale tradimento dell’anima, concetto fondamentale per la filosofia scolastica. Ugualmente aderente al richiamo ai simboli della classicità per l’interpretazione del Gran Veglio di If, XIV è il saggio di Egidia La Neve, che ripercorre correttamente tutte le fonti sottintese, le quali conducono alla personalizzazione etica della statua, da cui deriverebbe l’origine dei fiumi infernali. Sullo stesso versante si collocano il contributo di Stefania Danese (su una partico lare ri-presentazione della Beatrice dantesca quale personaggio centrale nella vita di D., vera protagonista della salvifica missione del Poeta) e quello di Guglielmo Matichecchia, La povertà nel San francesco di D. (sul concetto di ‘povertà’ incarnato dalla figura di S. Francesco, con cui combacerebbe totalmente la stessa figura di D.); epitetico ma indicativo il lavoro di Antonio Baldari su D., Federico II, gli Svevi nella Divina Commedia. Quanto alle modalità di ricezione dei testi danteschi nei secoli successivi, diversi sono i contributi, tutti metodologicamente ben fondati, che si inseriscono nel vasto filone della ‘fortuna’ di Dante, a cominciare da quello di Paolo De Stefano per un bel profilo della Commedia in cui risalterebbe la funzione profetica riconosciuta a Dante già nell’Ottocento come unificatore della lingua italiana e ‘padre della patria’; per proseguire col bel saggio di Riccardo Pagano sul I° Trattato del Convivio (Intentio didascalica e pedagogica), la cui analisi è aderente ai veri significati del testo, una ricognizione corretta dei fini dell’opera, racchiusi nella volontà di stabilire definitivamente la pari dignità del ‘volgare’ col ‘latino’ in funzione del rinnovato contesto sociale, più largo della precedente età, in cui il ‘latino’ segnava una riservata appartenenza; poi col contributo eccellente di Antonio Resta (Luigi Russo e l’unità poetica della “Divina Commedia”), nel quale, una volta per tutte, si chiarisce la posizione del critico pisano in merito al superamento della dicotomia crociana ‘struttura-poesia’ come snodo per l’apertura verso una critica dantesca moderna e più attenta alla riconsiderazione estetica dell’insieme del poema da porre al centro dell’ispirazione poetica di D.; ancora di Paolo De Stefano è il bell’intervento L’idea di D. nel pensiero di Mazzini, un ispirato ritratto del ‘Dante risorgimentale’ che ha fortemente condizionato la ricezione ‘patriottica’ della sua figura attraverso tutto l’Ottocento romantico; per finire, su questo piano, col contributo notevole di Josè Minervini, Suggestioni ed echi danteschi in alcune opere della letteratura italiana del Novecento, nel quale si rappresenta, attraverso una carrellata elegante, la raffinata influenza di D. sulla poesia del secolo scorso (D’Annunzio, Sbarbaro, Campana, Rebora, Papini, Montale, Pasolini, Ungaretti, Luzi), che sembra tuttavia testimoniare in favore dell’acquisizione di ‘atmosfere’ più che di ‘lezioni’, esercitate dal magistero dantesco per un impreziosimento prevalentemente formale; di Romano Colizzi è il contributo sulla Ricezione di D. nella letteratura tedesca del Novecento, molto significativo per l’individuazione dell’impronta dantesca nella storia della cultura europea, così come quello di Giancarlo Antenucci che propone, sullo stesso piano, il bel ‘cammeo’ D. e Nikos Kazantzakis per la piena consacrazione europea della figura del poeta fiorentino; pure apprezzabile e indicativo il breve saggio di Titina Laserra, D. fra Carducci e D’Annunzio, per la delineazione del ‘D. profeta dei tempi nuovi’ e forza della natura che vivifica i destini d’Italia; altrettanto interessante appare lo studio di Vittorio Basile, Del topos fortuna in D. e Machiavelli, per un tema complesso ma correttamente sviluppato lungo le proposte di altri storici fino al Cantimori. Infine si segnala da sé lo speciale contributo di Luigi Scorrano, “O LUCE ETTERNA”,Una traccia dantesca per Giovanni Giudici, che con suo grande merito propone un’ardua lettura di un testo teatrale dello scrittore, già difficilissimo di suo e, si può dire, ermetico, inteso a riadattare passi del Paradiso e presentato al ‘Petruzzelli’ di Bari nel marzo del 1991: un’autentica sfida ‘intellettuale’, il cui fine non si lascia individuare se non per quasi impenetrabili allusioni ed espedienti scenici non del tutto riusciti.

Sul versante filosofico-teologico da tenere nella massima considerazione i tre saggi relativi: uno è di Antonio Liuzzi (Di alcuni gesuiti nella storia della critica dantesca) che approfondisce gli apporti interpretativi dell’opera dantesca da parte dei maggiori rappresentanti culturali del celebre Ordine, attraverso confronti serrati fra idee, rigetti, ammissioni e pregiudizi, che condizionarono la controversa affermazione della personalità artistica di Dante fra Sei, Sette e Ottocento: un contributo importante e punto fermo all’interno della storia della critica dantesca. L’altro è di Mino Ianne: Le ragioni della filosofia, contributo fondante la personalità filosofica di D. in quanto ricercatore della via filosofica a Dio e convinto assertore di una ricerca razionale delle verità di fede. Il terzo, di Lucio Pierri (Appunti per una teologia dantesca), contiene interessantissimi spunti di riflessione a proposito di una probabile non perfetta ortodossia di D. in merito al rapporto etico fra ‘condanna’ e ‘salvezza’ e fra il ‘prima e il ‘dopo’ la venuta di Cristo: tema dalla definizione sottile e non privo di contraddizioni sia logiche sia storiche, che l’autore affronta con lucida acribia. Epitetico rispetto al piano ora esaminato, ma assolutamente documentato e inerente i contesti danteschi considerati dal punto di vista biologico e patologico, è il dotto contributo di Nicola Baldi (Il dolore negli infernali versi) che con la lente dello specialista anatomizza l’universo del dolore nella cantica che più lo rappresenta, non senza appropriate note di estetica descrittiva, ma con pertinenti osservazioni sul ‘laboratorio’ dantesco: davvero uno studio sorprendente.

Lasciamo, per chiudere questa recensione, che parlino da sé i tre splendidi ‘cammei’ che concludono il volume, rappresentando ben altra tipologia di ricezione del grande Poeta, quella personale e professionale, che nutre ancora la vita interiore di quei docenti che hanno impegnato e ancora impegnano la loro dedizione culturale per sorreggere le giovani generazioni nella crescita e nell’assunzione di responsabilità intellettuali e morali. Il primo è della prof Annapaola Petrone Albanese, (Dante: dai giorni del liceo ai giorni della vita), bellissimo affresco di un’esperienza individuale che testimonia come il meraviglioso graduale approccio alla ‘persona’ del Poeta sia sfociato in amore non solo didattico ma esistenziale, foriero di trasalimenti poetici e sapienziali capaci di trovare, nei versi e nelle sentenze del Fiorentino, la traduzione ideale verso orizzonti condivisi o da condividere coi nostri simili, dentro ma soprattutto fuori, nel contesto civile. Il secondo è di Giovanni Paradiso, Dante Alighieri troppo “senex”?: lucida requisitoria, ma senza retorica, della crisi di passaggio fra due epoche culturali che non riescono più a confrontarsi sui temi dell’arte, della letteratura, delle idee, perché separate dalla prospettiva del solo rifiuto del passato, Dante compreso naturalmente; colpa di cattivi maestri che deformano le dimensioni storiche? Voglia di una rottamazione feroce di tutto quel che vien fatto passare per vecchio? Conseguenza di un insegnamento ‘imbalsamato’ da un lato, vanificatore di qualsiasi fruizione del Poeta per ragioni linguistiche e tematiche dall’altro? Non basta sostenere che l’attualizzazione del grande Poema bisogna saperla condurre per poter affermare, come è di fatto, all’interno di tutti i paradigmi valoriali e culturali, che “Dante è il nostro Mosè”? Purtroppo molto di questa condizione è dovuta allo sconcerto che desta la moderna comunicazione culturale, piena com’è di falsi ideologici, di vuoti metodologici e soprattutto di vacue prospettive, nelle quali naufragano le tendenze modaiole, anche in fatto di politica e di civismo, dei nostri giovani. Sì, abbiamo ancora bisogno di un Mosé come Dante, che ci traghetti al di là del nostro agitato Mar Rosso. In calce, il veemente ‘asteriscato’ di Paolo De Stefano non può che trovarci d’accordo. Il terzo, come postfazione, è del prof Piero Massafra, Per il busto del “mio” Dante: a metà fra l’elzeviro e l’elegante spunto narrativo, l’editore ha voluto in tutta umiltà celebrare un semplice oggetto ch’è diventato nel tempo il referente visivo di un legame ereditario che tuttora lo riporta a Dante e a quegli autori, fra le cui pagine Egli riemerge con tutta la dolcezza e la forza dei suoi versi. Anche con un pizzico di disarmante ironia il prof ch’è in lui ha reso quasi favolosa e parlante un’erma fatta di affetto e simbolo di cultura, quella ch’egli ha difeso in tanti anni di insegnamento e che oggi lo rende sensibile a tutte le distorsioni intellettualoidi che rischiano di far dimenticare che solo attraverso una vera e solida cultura l’uomo può conquistare il senso tremendo dell’eternità, cui appunto uno come Dante s’è avvicinato, forse come nessuno mai. Finché ci saranno appassionati e colti studiosi come costoro di cui abbiamo parlato e che hanno il merito di attrarre altri lettori, il mito dell’Alighieri resterà in buone e salde mani.

Ruggiero Stefanelli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche