30 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Novembre 2021 alle 09:56:00

Enrico Bondi
Enrico Bondi

Quando nella Grande Fabbrica che incombe alle porte della città scattano i sequestri, i sigilli interessano impianti che “producono eventi di malattia e morte” – come si legge nell’ordinanza del gip Todisco – e che appartengono alla famiglia Riva, alla cui testa c’è il patriarca Emilio. Lo stato maggiore della proprietà viene bersagliato dalle ordinanze di custodia cautelare. E’ il 26 luglio 2012.

Nove anni dopo, quegli stessi impianti non si sono mai fermati del tutto, ma la produzione è stata drasticamente ridotta non dai provvedimenti giudiziari ma dalla crisi di mercato, dall’emergenza pandemica e, hanno detto più volte i sindacati, anche da “scelte aziendali”. Ma chi ha guidato la più grande acciaieria d’Europa dopo la cacciata dei Riva? Lo Stato, tramite una gestione commissariale; poi, ecco l’arrivo di Arcelor Mittal, il “ridimensionamento” della multinazionale ed il nuovo ritorno dello Stato. Il primo commissario governativo, correva l’anno 2013, è stato Enrico Bondi, l’uomo che fece rinascere la Parmalat – e che era già stato scelto dai Riva come amministratore delegato nella fase calante del loro impero. Subcommissario l’ex ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi. Due anni dopo, dai ‘due consoli’ si passa al triumvirato: Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi. Con il decreto ministeriale del 21 gennaio 2015 viene aperta una procedura di amministrazione straordinaria e nominato il collegio commissariale di Ilva S.p.A. Gnudi, Carrubba e Laghi resteranno in carica quattro anni, sino all’aprile del 2019, quando cederanno il posto a Francesco Ardito, Antonio Cattaneo e Antonio Lupo.

Ma nel frattempo molte cose sono cambiate. Ilva in amministrazione straordinaria si è staccata dalla fabbrica vera e propria, che è finita nelle mani di Arcelor Mittal, multinazionale francoindiana, primo gruppo siderurgico al mondo: Am InvestCo Italy ha superato, nel bando di gara lanciato nel gennaio 2016, la cordata italiana AcciaItalia. A giugno 2017 l’assegnazione, il primo novembre 2018 inizia ufficialmente “l’era Mittal”, che avrebbe dovuto segnare il futuro della fabbrica tarantina e delle ‘sorelle minori’, come Genova. Ma già nel 2019 la multinazionale comunica l’intenzione di tirarsi fuori dalla gestione degli impianti. Amministratore delegato di Ami nel frattempo è diventata Lucia Morselli, che nel bando di gara di tre anni prima era indicata come braccio operativo di AcciaItalia. Si paventa la chiusura stessa della fabbrica, in giorni drammatici che porteranno l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte a venire a Taranto ad incontrare gli operai.

L’ex Ilva, però, anche in quelle settimane lunghissime, non chiuderà. Come dopo la fine della lunga gestione dei Riva, e pure se in modo molto meno traumatico, subentrerà lo Stato, in partnership però proprio con Arcelor Mittal. A fine aprile 2021, con l’entrata dell’agenzia governativa Invitalia nel capitale sociale della società Am InvestCo Italy, di cui fa parte anche ArcelorMittal Italia, l’assemblea straordinaria che ha deliberato l’aumento di capitale riservato ad Invitalia ha sancito la modifica della ragione sociale di Am InvestCo Italy e delle sue controllate: la prima è divenuta Acciaierie d’Italia Holding, mentre ArcelorMittal Italia è diventata Acciaierie d’Italia. Ad essere indicato come presidente l’esperto dirigente d’azienda Franco Bernabè, già alla guida di Eni e Telecom Italia. All’orizzonte però c’è un’altra sentenza cruciale: quella del Consiglio di Stato.

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