18 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 17:01:06

Cronaca News

Processo Ambiente Svenduto, le reazioni. Melucci: «Adesso subito la transizione ecologica»

foto di Processo Ambiente Svenduto
Processo Ambiente Svenduto

«Siamo commossi, per quelli che abbiamo perduto e per quelli che qui ancora si ammalano. È stata una strage, lunga decenni, per il profitto. Oggi lo Stato italiano riconosce le sofferenze dei tarantini, riconosce gli abusi che si compiono per l’acciaio, da questo momento nessun esponente di Governo potrà più affermare con leggerezza che a Taranto ci si ammala e si muore di più perché consumiamo troppe merendine o troppe sigarette, oppure perché le nostre statistiche e gli studi prodotti negli anni non sono fondati». È il commento del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci.

Per il sindaco, «questa sentenza è un macigno sulle azioni del Governo, non saremo un Paese credibile e giusto se all’interno del PNRR, a partire dall’ex Ilva, non avvieremo una vera transizione ecologica. Torno ad invitare il Presidente Mario Draghi a convocare con somma urgenza il tavolo istituzionale per l’accordo di programma sullo stabilimento siderurgico di Taranto. La richiesta di confisca dell’area a caldo è uno spartiacque per la storia e la struttura stessa del sistema industriale italiano, per i diritti dei cittadini Mi auguro che il Consiglio di Stato, chiamato presto a discutere la recente sentenza del Tar Puglia, che conferma l’opportunità della mia ordinanza sulla chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, possa tenere debito conto delle risultanze di questa giornata storica».

Per il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, «la giustizia ha finalmente fatto il suo corso accertando che i cittadini di Taranto hanno dovuto subire danni gravissimi da parte della gestione Ilva facente capo alla famiglia Riva. I delitti commessi sono gravissimi e sono assimilabili a reati di omicidio e strage non a caso di competenza della Corte d’Assise al pari di quelli per i quali è intervenuta la pesantissima condanna. La sentenza è un punto di non ritorno che deve essere la guida per le decisioni che il Governo deve prendere con urgenza sul destino degli impianti. Gli impianti a ciclo integrato, che hanno determinato la morte di innumerevoli persone tra le quali tanti bambini, devono essere chiusi per sempre e con grande urgenza per evitare che i reati commessi siano portati ad ulteriori conseguenze e ripetuti dagli attuali esercenti la fabbrica. L’attività industriale attuale a ciclo integrato a caldo va immediatamente sospesa e si deve decidere il destino dell’impianto e dei lavoratori. La Regione Puglia, parte civile, ha richiesto ed ottenuto la condanna degli imputati e della società al risarcimento dei danni che saranno quantificati in separata sede ottenendo una provvisionale di 100mila euro.

E pertanto ha titolo per iniziare una causa civile contro tutti coloro che hanno provocato il danno e contro coloro che eventualmente stanno continuando a cagionare danni ambientali e alla salute. Per quanto riguarda il risarcimento che la Regione Puglia deve assicurare per fatti accaduti prima della attuale amministrazione, siamo pronti a far fronte alla richiesta risarcitoria ove essa sia confermata dalla sentenza definitiva» dice Emiliano. Che aggiunge: «Siamo consapevoli però che la Regione Puglia dal 2005 in poi è stata l’unica istituzione ad aver concretamente agito per fermare quella scellerata gestione della fabbrica, almeno fino a quando non è stata estromessa per legge da ogni possibilità di intervento sui controlli ambientali, con leggi nazionali che hanno fatto eccezione alle regole in vigore per il resto d’Italia».

Una sentenza che «certifica quanto i cittadini di Taranto sanno già da tempo: la loro salute e in molti casi la loro vita sono state sacrificate in nome di un mostro che, purtroppo, continua a uccidere la città e il suo futuro. Oggi siamo al primo grado di giudizio di un processo che riguarda fatti antecedenti il 2014. Sentenza che segna un passo storico e che descrive ciò che avveniva. Ma l’ormai ex Ilva, poi Mittal, ora AcciaItalia non ha mai smesso di inquinare, negli ultimi sette anni, a rischio della salute. Dunque, non dimentichiamo l’obiettivo e il vero nodo della questione su cui fin dalla scorsa legislatura ci battiamo: la chiusura di qualsiasi fonte inquinante»: lo si legge in una nota della delegazione italiana all’Europarlamento dei Greens/EFA – composta da Rosa D’Amato, Eleonora Evi, Ignazio Corrao e Piernicola Pedicini. Il senatore tarantino Mario Turco (M5s), già sottosegretario a palazzo Chigi con delega agli investimenti e alla programmazione economica, evidenzia che «la decisione giudiziaria, che prevede anche la confisca dell’area a caldo, obbliga il Governo a rivedere qualunque prospettiva di continuità produttiva legata all’utilizzo del fossile, che non contempli la preventiva valutazione del danno sanitario e ambientale.

Su quest’ultimo aspetto, sono diversi mesi che si attende che si completi l’iter di approvazione della proposta di legge, a mia prima firma, sulla Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario (VIIAS). La sentenza segna un percorso oramai obbligato verso la chiusura dell’area a caldo, nel segno della tanto invocata transizione ecologica». «Un Paese civile chiuderebbe subito gli impianti inquinanti, ma in Italia purtroppo il susseguirsi di Ministri inadatti al ruolo ha permesso la continuità produttiva: una posizione ideologica che dimostra la miopia politica e una mancanza di lungimiranza a tutti i livelli, a danno dei cittadini e dei lavoratori di Taranto» fa sapere con una nota il deputato tarantino del M5s Giovanni Vianello, mentre per Alessandra Ermellino (Centro Democratico) «la nuova classe politica dovrà cogliere con maggiore serietà la sfida già insita nel percorso di trasformazione del complesso industriale tarantino. I contenuti della sentenza, al di là delle condanne, sono uno stimolo per continuare a perseguire un percorso diverso». «Questa sentenza deve spingere il Governo ad una profonda riflessione» dice la deputata di Forza Italia Vincenza Labriola; «ora è il tempo del cambiamento» sottolinea il consigliere regionale Vincenzo Di Gregorio (Pd), mentre per Massimiliano Stellato e il gruppo Puglia Popolare «la sentenza traccia il solco della transizione ecologica a Taranto».

Ancora, per i consiglieri del M5s Grazia Di Bari, Cristian Casili e Marco Galante «tra i punti del percorso intrapreso con il presidente Emiliano per entrare in maggioranza c’è la convocazione del tavolo istituzionale per la sottoscrizione dell’accordo di programma. Oggi rinnoviamo quella richiesta, in modo da poter lavorare assieme a tutti gli attori coinvolti per la chiusura dell’area a caldo e per definire un modello di sviluppo compatibile con le vocazioni del territorio, per cui bisogna pensare già da ora agli interventi da realizzare anche utilizzando i fondi europei. La priorità è tutelare la salute dei cittadini puntando sulla riconversione economica». «Si tratta di una sentenza storica per il popolo inquinato di Taranto che certifica che nel capoluogo ionico c’è stato un disastro ambientale, causato dalla proprietà dell’impianto, che la nostra associazione cominciò a denunciare già negli anni ‘80 quando lo stabilimento era ancora pubblico, e che ha procurato tanti malati e morti tra dipendenti e cittadini. Una sentenza così pesante conferma la solidità, da noi sempre evidenziata, delle perizie epidemiologica e chimica disposte dal gip Todisco. Con questa sentenza di primo grado possiamo dire che eco-giustizia è fatta e che mai più si deve barattare la vita delle persone con il profitto ottenuto nel totale disprezzo delle leggi» è questo il commento di Legambiente in una nota congiunta firmata dal presidente nazionale Stefano Ciafani, dal direttore regionale Ruggero Ronzulli e dalla presidente del circolo tarantino Lunetta Franco.

Alessandro Marescotti (Peacelink): «Credo che la parte più importante sia la confisca dell’area a caldo. Tutti aspettavano la sentenza proprio per questo. Dopo la fase dei sequestri con facoltà d’uso finalmente è arrivata la confisca. Ora sarà più difficile concedere facoltà d’uso e proseguire con l’accordo tra Arcelor Mittal Italia e Invitalia. Ci sono grosse responsabilità etiche della politica: andavano a trattare con persone che oggi hanno ricevuto condanne esemplari, penso a Vendola che dichiarava la sua stima pubblica per Emilio Riva mentre noi consideravamo Riva la nostra controparte. La politica ha cercato di andare a braccetto con Riva, sempre pronta alle conferenza di Riva e sempre assente alle nostre; bene, quella politica è uscita di scena in maniera indecorosa. E la sentenza lo mette bene in evidenza».

Parte civile, tra le altre, Vincenzo Fornaro: «Non possiamo che essere felici delle condanne, questa sentenza ha certificato quello che in tanti hanno cercato di negare anche offendendoci chiamandoci allarmisti o ambientalqualunquisti. Oggi la sentenza certifica che avevamo ragione noi, quello stabilimento ha contaminato i terreni, ha inquinato ha fatto abbattere pecore e fatto finire attività lavorative, ha inquinato l’intera città, come confermato dai dati sanitari. Adesso avvieremo le cause di risarcimento per vederci riconosciuti i danni. Oggi però possiamo finalmente sorridere e con noi potrà tornare a sorridere anche la città, finalmente libera da fumi e veleni».

Anche Contramianto è parte civile: «La sentenza riteniamo essere non un punto di arrivo ma il momento da cui ripartire per ricostruire la nostra storia»; «avanti con bonifiche, messa in sicurezza, giustizia e risarcimenti per le vittime», ha detto l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. «Abbiamo atteso che la giustizia facesse il suo corso – ha esordito il presidente delle Acli provinciali di Taranto, avv. Giuseppe Mastrocinque – convinti come siamo che i processi vadano celebrati nelle aule di giustizia. A noi, società civile, spetta il ruolo fondamentale di sentinelle. Le Acli hanno sostenuto negli anni il ruolo dell’associazionismo che a Taranto si è distinto per intraprendenza e dinamismo. Nella lotta di contrasto alle emissioni inquinanti, ci siamo imposti di trovare anche soluzioni che superassero il ricatto occupazionale: le Acli sono firmatarie del Piano Taranto che rappresenta un’alternativa alla grande industria inquinante. Un atteggiamento che non ha tante similitudini in altre parti del Paese e che ha rappresentato un elemento di maturità e di intelligenza della nostra cittadinanza ».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche