21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Giugno 2021 alle 19:30:12

Cronaca News

Processo Ambiente Svenduto, un dibattimento durato cinque lunghi anni

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Processo Ambienbte Svenduto, la lettura della sentenza

Un maxi processo durato cinque anni. Un periodo lungo ma questa volta la macchina della giustizia non può essere certamente tacciata di lentezza. Con l’unico stop dovuto alla pandemia da marzo a giugno 2020, il dibattimento viene scandito da un contraddittorio dai toni a volte accesi e da un ritmo serrato, da tre a cinque udienze a settimana, 330 compresa quella della lettura del dispositivo. Inizia il 1° dicembre 2015 davanti alla Corte d’Assise di Taranto, presieduta inizialmente dal giudice Michele Petrangelo che, giunta l’ora della pensione, ha dovuto cedere il testimone alla sua collega Stefania D’Errico, come prevede la legge. Nel frattempo, la falsa partenza del processo, per un errore rilevato da una parte civile in un verbale, costringe la Corte a mandare la montagna di carte di nuovo al gup per una nuova udienza preliminare per il rinvio a giudizio. Il responso non cambia: in 47 finiscono a processo, fra cui tre società e il 17 maggio 2016 il dibattimento può cominciare.

LE ORIGINI DELL’INCHIESTA
Davanti alla Corte d’Assise approdano vicende datate, si parte dal 1995 per i reati ambientali più gravi, il disastro doloso e l’avvelenamento di sostanze alimentari, dal 2009 per una parte dei reati contro la pubblica amministrazione. Una vicenda giudiziaria senza precedenti, non solo per Taranto ma per l’Italia. A dare il la alle indagini sono le ormai famose analisi su un pezzo di formaggio prodotto col latte di capra di uno degli allevamenti non lontani dalle ciminiere del gigante d’acciaio. Dopo la presenza di diossina rilevata dai test di laboratorio vengono abbattuti tutti gli ovicaprini delle masserie vicine. Fatti del 2008. Ma in realtà l’inchiesta prende corpo nel 2010 con le contestazioni di avvelenamento di sostanze alimentari e di disastro ambientale, inizialmente a carico di una parte dei vertici dell’Ilva, Emilio Riva, il figlio Nicola, il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e il capo dell’area Agglomerato Angelo Cavallo. La Procura chiede l’incidente probatorio, il gip Patrizia Todisco lo dispone, nominando un pool di periti che depositeranno due voluminose perizie. Dalle perizie di chimici, epidemiologi e medici vengono fuori numeri e statistiche su malattie e tumori che fumi e polveri da diversi anni provocano sulla popolazione del quartiere Tamburi. Dati che l’incidente probatorio cristallizza come prova.

26 LUGLIO, SCATTA IL SEQUESTRO
Il 26 luglio 2012 segna l’exploit dell’inchiesta, scattano i primi arresti non solo per i vertici Ilva, compreso l’ultaottantenne Emilio Riva, ma anche per i capi area. E scatta anche il sequestro dell’area caldo, affidata ai custodi giudiziari. Poche settimane prima, la famiglia Riva aveva inviato a Taranto l’ex prefetto Bruno Ferrante, un uomo delle istituzioni. Ma era ormai troppo tardi. Quando assume la presidenza del cda dell’Ilva le voci sul sequestro degli impianti e degli imminenti arresti chiesti dalla Procura di Taranto circolano già da tempo con un notevole insistenza, molta di più che ai tempi del giallo di Avetrana. Sequestro degli impianti e arresti sono soltanto i primi di una serie di provvedimenti giudiziari. Nuovi provvedimenti cautelari seguiranno a novembre 2012, per altri esponenti dell’Ilva, fra cui il direttore generale Capogrosso, l’addetto alle relazioni esterne Girolamo Archinà e il rettore del Politecnico Lorenzo Liberti.

IL COINVOLGIMENTO DEI POLITICI
A maggio 2013 scocca l’ora dell’arresto annunciato dei politici, il presidente della Provincia Gianni Florido e l’ex assessore all’ambiente Michele Conserva dimessosi alcuni mesi prima. Per loro l’accusa è di concussione come per il segretario Vincenzo Specchia. Un clima quasi da caccia alle streghe caratterizza alcune fasi dell’inchiesta. In aula ha alcun timore di riferirlo l’ex assessore Conserva: “Nel 2012 Me lo dicevano in tanti che sarei stato arrestato. In alcuni settori della Provincia mi venivano riferite frasi del tipo ‘state lontani dall’assessore che prima o poi sarà arrestato’”. A settembre 2013, dopo l’arresto dei massimi dirigenti di quelli intermedi dell’Ilva, è il turno degli unici rimasti ancora “illesi”, i fiduciari. Sono gli ultimi provvedimenti cautelari prima della conclusione delle indagini che farà scattare l’avviso di garanzia anche per il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, per i suoi assessori Lorenzo Nicastro, all’Ambiente, e Nicola Fratoianni, alle politiche giovanili, ma anche per funzionari degli uffici regionali e dirigenti dell’Arpa, come il direttore generale Assennato e scientifico Massimo Blonda. Nel calderone vengono gettati anche un parroco, esponenti delle forze dell’ordine, indagati che non c’entrano nulla con l’acciaio e con l’inquinamento. E nemmeno con le ipotesi accusatorie, sentenzia il gup nel verdetto di assoluzione di quasi tutti gli imputati, fra cui Nicastro, che hanno il coraggio di sottoporsi al rito abbreviato malgrado il clima teso.

PROCESSO AD UN PEZZO DI STORIA DI TARANTO
Ripercorrere le udienze del processo Ambiente Svenduto è come sfogliare alcune pagine di storia di Taranto. Della Taranto istituzionale, politica, della grande industria, dei primi 15 anni del terzo millennio, in gran parte spazzata via dalla bufera giudiziaria, in altra parte uscita fisiologicamente di scena per la conclusione di una stagione politica, come l’ex sindaco Stefàno o per motivi anagrafici come monsignor Benigno Papa, fra gli oltre 200 testimoni esaminati in aula, in pensione dal 2012. Il principale protagonista di questa vicenda, Emilio Riva, muore il 30 aprile 2014. Da quell’afoso 26 luglio 2012, quando migliaia di operai del Siderurgico invasero le strade di Taranto, l’Ilva è l’emblema di tante questioni irrisolte dell’Italia, compresa quella ambientale già altre volte in passato finita nelle aule giudiziarie ma con contestazioni e verdetti ininfluenti.

QUANDO SUL BANCO DEGLI IMPUTATI C’ERA LO STATO
La storia giudiziaria dell’Ilva è scandita da contestazioni di reati contravvenzionali (articolo 674 – getto di cose pericolose – per i quali gli imputati possono cavarsela con una multa, peraltro di entità irrisoria) e persino da sentenze di assoluzione, come racconta il compianto giornalista Roberto Aquaro nel suo libro “Camorra a Taranto”, datato 1986. Con le pagine di storie di mala ce ne sono anche alcune dedicate al primo processo alla grande industria, Italsider, Cementir e Idrocalce, imputata dinanzi al pretore Franco Sebastio, capo del pool di magistrati che ha condotto l’inchiesta “Ambiente svenduto”. Nella sentenza emessa il 14 luglio 1982, scrive Aquaro, il giovane pretore Sebastio condannava l’Italsider “soltanto (articolo 674, prima parte del Codice penale) ‘per aver consentito e non impedito… continui e permanenti getti di polveri di minerali nell’area circostante lo stabilimento in questione’ (l’Italsider n.d.a.), che avevano l’effetto di offendere, molestare, e comunque imbrattare gli abitanti dei vicini quartieri cittadini”. Ma il futuro capo del pool anti Ilva proscioglieva “la grande industria dall’inquinamento atmosferico“, quindi dal reato più pesante, racconta ancora Aquaro. Sul banco degli imputati c’era lo Stato.

PARCHI E COKERIE, I PROCESSI FINITI IN UNA BOLLA DI SAPONE
La storia dei processi all’Ilva la raccontano anche le carte di “Ambiente svenduto”. All’inizio degli anni 2000 perdono pezzi nei diversi gradi di giudizio i due processi sulla mancata adozione delle misure necessarie ad impedire la diffusione di polveri e fumi dalle montagne dei parchi minerali e dai quattro reparti delle cokerie (disattivati nel 2002), ritenuti fra le principali fonti di emissione delle polveri, quindi di inquinamento. I parchi, già sequestrati ma con facoltà d’uso, vengono confiscati. La sentenza di primo grado viene confermata in appello ma la Cassazione il 28 settembre 2005 annulla senza rinvio. L’unico procedimento a concludersi con condanne severe all’inizio del 2000 è quello sul clamoroso caso di mobbing della Palazzina Laf nella quale erano stati confinati dall’Ilva dei Riva alcuni dipendenti sindacalizzati ritenuti scomodi. Undici fra dirigenti e funzionari condannati in tutti i gradi di giudizio. Ma gli anni passano, la sensibilità verso le questioni ambientali e gli ecoreati cambia. I tarantini prendono coscienza della questione ambientale grazie anche all’instancabile opera di Peacelink e di ambientalisti come Alessandro Marescotti. Il rapporto fra la città e la fabbrica si trasforma. Il gigante diventa il mostro che sputa veleni, diossina, benzopirene, pcb e altre sostanze nocive per la salute e l’ambiente.

AMBIENTE SVENDUTO “FIGLIO” DI UN’EPOCA DIVERSA
Cambia anche lo scenario politico, alcuni protagonisti, a livello nazionale e locale, escono di scena. Maturano tempi e contesti diversi che fanno da sfondo all’inchiesta Ambiente svenduto dalla quale trae origine il maxi processo sul disastro ambientale, con fatti e personaggi del passato ma problemi del presente. Il verdetto, infatti, è destinato a incidere sul futuro dell’acciaieria tarantina che da anni fa i conti con crisi e incertezza. E all’orizzonte non vede ancora un nuovo corso che concili le ragioni del lavoro con quelle della salute e dell’ambiente. Pur non essendo immediatamente esecutiva la confisca dell’area a caldo potrebbe influire sulle decisioni di Acciaierie d’Italia e di ArcelorMittal.

Annalisa Latartara

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