21 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Giugno 2021 alle 19:30:12

Cronaca News

Il caso ex Ilva, un fallimento lungo 31 anni


Fumo nero dall'Ilva

La sentenza di primo grado di Ambiente Svenduto impone una riflessione su ciò che è stato e su ciò che poteva essere. Al di là delle singole responsabilità penali (ricordiamo che siamo al primo grado di giudizio e la colpevolezza o innocenza degli imputati va valutata solo quando le sentenze diventano definitive, dopo il giudizio della Corte di Cassazione) questo processo costringe a fare i conti con la storia.

Taranto fu dichiarata “area ad elevato rischio di crisi ambientale” con delibera del Consiglio dei Ministri del 30 novembre 1990 e su istanza della Regione Puglia risalente addirittura al 1988. Molto prima, quindi, di quel 1995 che segna lo spartiacque tra proprietà dello Stato dello stabilimento siderurgico e proprietà privata con la vendita alla famiglia Riva. Da quel 1990 ad oggi sono trascorsi trentuno anni; trentuno anni nei quali la crisi ambientale è via via diventata ingestibile fino a produrre la gravissima ed esasperata lacerazione sociale che ha caratterizzato Taranto dal 2012 – anno in cui esplose la vicenda Ambiente Svenduto – fino ad oggi. Trentuno anni nei quali si sarebbe potuto intervenire evitando che si arrivasse sull’orlo del precipizio.

Trentuno anni nei quali lo Stato, nelle sue articolazioni politiche, ha brillato per sostanziale assenza, al di là di atti d’intesa rimasti di fatto lettera morta. E ancora oggi, cambiati governi di ogni colore, non si intravede quale sarà la via d’uscita da una matassa che giorno dopo giorno – e ancora di più dopo questa sentenza che prevede la confisca dell’area a caldo – diventa sempre più aggrovigliata. C’è un colpevole storico, quindi, sul quale ricade la responsabilità di quanto accaduto fino ad oggi e questo colpevole non può che essere quello Stato che non ha deciso, non ha controllato, non si è preoccupato né di tutelare l’ambiente e la salute né di preservare il proprio patrimonio industriale la cui stessa esistenza oggi è a rischio. Con uno Stato attento e una politica più lungimirante a questo processo non si sarebbe nemmeno dovuti arrivare. Perché questo processo segna un fallimento lungo trentuno anni. E insegna un’altra cosa: non si può governare una fabbrica così impattante come se fosse un’enclave estranea al territorio.

Questo, al di là delle responsabilità penali, è stato il grande e imperdonabile errore commesso da Riva e perpetrato da Arcelor Mittal in questi primi anni di sua gestione. Il ritorno dello Stato, attraverso Invitalia, segnerà una inversione di tendenza? Avrà lo Stato la capacità di raggiungere e garantire quel punto di equilibrio di quello che è ormai diventato uno slogan, cioè la responsabile e rispettosa convivenza tra salute e lavoro? Attraverso scelte chiare e investimenti importanti, questo è l’unico modo per riportare a Taranto quella pace sociale dilaniata da quando la grande fabbrica ha finito di produrre benessere economico ed espansione. Aver trasformato Taranto in uno scenario di guerra tra fazioni contrapposte: questo è il grave delitto per il quale nessun tribunale potrà mai emettere adeguata condanna.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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