24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Giugno 2021 alle 20:01:57

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Proteggiamo le specie in estinzione

foto di Foca monaca avvistata in Salento
Foca monaca avvistata in Salento

Due settimane fa, abbiamo celebrato la Giornata Mondiale della Biodiversità. Ne abbiamo spiegato l’importanza e abbiamo accennato al numero altissimo di specie mondiali minacciate di estinzione. Oggi esaminiamo quali sono le specie in pericolo nel Mare Nostrum.

Sembra incredibile, eppure il Mediterraneo, pur avendo una superficie pari a circa l’uno per cento di quella di tutti gli oceani, ospita oltre 12.000 specie marine, ovvero tra il 4% e il 12% della biodiversità marina mondiale. Inoltre, esso è caratterizzato dalla presenza di numerosi endemismi, cioè di specie esclusive del Mediterraneo, le quali, cioè, non vivono in nessun altro mare al mondxo. Purtroppo, molte specie mediterranee sono in pericolo a causa dell’inquinamento, dello sfruttamento irrazionale delle risorse viventi e del cambiamento climatico. Cominciamo dalla foca monaca. Molti non lo sanno, ma anche in Mediterraneo vivono le foche! La foca monaca, il cui nome deriva dal colore del mantello simile al colore del saio dei monaci, è una delle 100 specie di mammiferi a maggiore rischio di estinzione.

Fino agli anni ’70 del secolo scorso, in Italia era presente in Sardegna, all’isola d’Elba e nelle isole Tremiti. Accusata dai pescatori di danneggiare le reti e rubare il pesce, è stata barbaramente uccisa per decenni persino con la dinamite. Dato il suo basso tasso riproduttivo (ogni due anni un cucciolo dopo il quinto anno di età) e data l’altissima mortalità infantile dovuta alla stagione delle nascite (agosto-novembre quando spesso le grotte, dove nascono i cuccioli, si allagano e le onde trascinano in mare i piccoli che sono incapaci di nuotare per i primi quattro mesi di vita), la sua sopravvivenza è legata a idonee misure di protezione e conservazione.

Esse, nonostante le molteplici minacce, hanno dato buoni risultati; infatti, la popolazione è in continuo aumento e nel 2015 l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha spostato la specie dalla classe “in pericolo critico” a quella “in pericolo”. Oggi, se ne contano 700 esemplari in tutto il mondo, di cui poco più di 300 sono presenti in Mediterraneo. In Italia la foca monaca, la cui vita media è di circa 20-30 anni, è particolarmente protetta ai sensi della legge dell’11 febbraio 1992. Pinna nobilis o nacchera di mare o cozza pinna o parɘcéddɘ, come la chiamiamo noi tarantini, è il più grande bivalve del Mediterraneo, di cui è una specie endemica ed iconica. Può raggiungere e superare il metro di lunghezza e i 25 anni d’età. Il suo habitat è rappresentato dalle praterie di Posidonia oceanica. Pinna nobilis nel Meditarraneo è quasi scomparsa! Il suo declino è iniziato verso la metà del secolo scorso, a causa della riduzione delle praterie di fanerogame marine. Con l’avvento dei programmi di conservazione ambientale e l’istituzione delle Aree Marine Protette sembrava che la situazione stesse migliorando.

A partire dal 2017, però, lungo le coste spagnole è stata osservata una devastante moria, che ha interessato oltre il 99% della popolazione locale. Nel giro di pochi anni, l’evento ha interessato tutto il Mediterraneo. Causa della moria è un parassita, mai osservato prima, quindi specie nuova per la scienza, che i ricercatori hanno chiamato Haplosporidium pinnae, dove l’epiteto “pinnae” significa “della pinna”. Si tratta di un protozoo in grado di infettare il sistema digestivo degli individui che, non potendosi più alimentare, muoiono. A seguito di tali eventi, l’IUCN, ha rivisto lo stato di Pinna nobilis, classificandolo come “estremamente in pericolo”. E’ necessario monitorare l’andamento dell’epidemia cercando gli individui ancora vivi che potrebbero avere sviluppato una sorta di resistenza al patogeno.

I ricercatori del Talassografico stanno per iniziare una campagna di monitoraggio, che interesserà anche le coste salentine e che proseguirà fino a tutto il 2022 con il coinvolgimento dei diving, dei gruppi subacquei delle forze armate e di tutti gli appassionati che, grazie alla campagna di Citizen Science “SOS Pinna: la Subacquea aiuta la Ricerca” partita nell’estate del 2019, hanno già fornito importanti informazioni. I subacquei, sia dilettanti sia professionisti, nel caso in cui avvistassero individui vivi e vitali (negli esemplari in buona salute, se toccata leggermente, la conchiglia si richiuderà rapidamente mentre negli esemplari morti rimarrà aperta e in quelli malati si richiuderà molto lentamente) devono inviare ai ricercatori la loro posizione georeferenziata attraverso la mail: sos-pinna@cnr.it Patella ferruginea.

La maggior parte di noi tarantini conosce bene le patelle, quei molluschi a forma di cono che vivono insediati sui substrati duri (scogli, moli, banchine, ecc.). Patella ferruginea è una delle più grandi patelle esistenti, raggiunge anche i 10 cm di diametro, ed è endemica del Mediterraneo. Un tempo era molto diffusa; oggi la sua presenza è limitata al Mare di Alboran, alla costa meridionale della Spagna e alla costa settentrionale dell’Africa occidentale. Pertanto, è considerato l’invertebrato marino più minacciato di estinzione in tutto il Mediterraneo ed è, quindi, una specie protetta da convenzioni internazionali. Il pericolo per la sopravvivenza di questa specie è dovuto alla raccolta indiscriminata per alimentazione, collezionismo e pesca (viene usata come esca). Generalmente, vengono prelevati gli individui più grandi, che spesso sono femmine adulte sulla cui conchiglia, di frequente, vivono i piccoli che, quindi, vengono uccisi con la madre. Anche l’inquinamento, che ha provocato la diminuzione o la scomparsa di alcune specie di alghe viventi sugli scogli delle quali questa patella si nutre, ha contribuito alla sua diminuzione.

Nell’ambito del progetto RELIFE, i ricercatori sono riusciti a fare riprodurre alcuni individui in laboratorio e hanno seguito le varie fasi larvali fino a quando la larva si posa sul substrato e “si trasforma”, o meglio metamorfosa, in quella che è la forma detta di giovanile, ovvero di un minuscolo individuo con le fattezze però dell’adulto. Ora si spera che queste larve, prima di andare incontro alla metamorfosi, sopravvivano alle prime settimane di vita che sono le più delicate. L’obiettivo finale è la reintroduzione degli esemplari riprodotti nelle Aree Marine Protette coinvolte nel progetto. Parliamo ora dei Coralli bianchi o coralli di acque fredde. Si, abbiamo “barriere coralline” anche nel Mare Nostrum!

Con questo termine generico ci si riferisce a un insieme di specie formato da coralli duri e gorgonie di aspetto arborescente, i cui ventagli possono superare il metro di altezza, che danno origine ad ecosistemi profondi molto particolari, presenti in ogni parte del mondo e che in Mediterraneo si ritrovano a partire dalla profondità di circa 600 m dove la temperatura si aggira intorno ai 12-13°C. I coralli bianchi rappresentano delle vere e proprie barriere coralline che, come le affini barriere tropicali, annoverano una biodiversità enorme con centinaia di specie. Pertanto, questi ecosistemi sono vere oasi di vita che si ergono sui fondi profondi fangosi. Poiché attraggono molti pesci e crostacei, sono luoghi ideali per la pesca a strascico che però ha distrutto irrimediabilmente i coralli di ampi banchi con reti e divergenti.

La vulnerabilità di questi coralli è dovuta al fatto che sono assai fragili e, pertanto, si rompono facilmente; inoltre, crescono molto lentamente. Le barriere di coralli bianchi profondi, infatti, impiegano migliaia di anni a formarsi e i danni ad essi causati potrebbero non essere mai più recuperati. La loro distruzione, poi, comporta ovviamente anche quella delle comunità di animali ad essi associati e, in alcuni casi, anche la scomparsa di specie di interesse commerciale. La Direttiva Europea Habitat annovera l’habitat a coralli profondi tra quelli più vulnerabili del Mediterraneo. Pertanto, per proteggerli è necessaria la loro individuazione e mappatura. Recentemente, coralli bianchi vivi sono stati ritrovati sui fianchi di canyon, non accessibili alla pesca a strascico, nel Mar Ligure, nel Tirreno (Sardegna e Golfo di Napoli), nel Mar Adriatico meridionale e nel Mar Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca (Lecce). Un’altra specie minacciata di estinzione è la pianta marina, si, proprio “pianta”, Posidonia oceanica ma di essa ci occuperemo diffusamente un’altra volta.

Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr- Istituto Talassografico Taranto

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