14 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Giugno 2021 alle 08:14:58

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Centro ricerca per l’acciaio pulito

Dal successo della SailGp arriva una importante indicazione: per iniziare a percorrere altre strade non c’è alcun bisogno di attendere o invocare la chiusura dello stabilimento siderurgico, almeno a certe condizioni. Si possono allestire pregevoli iniziative, come appunto la regata dei catamarani, anche se a fare da sfondo alle vele sono ciminiere, navi mercantili e gru del porto industriale. Questi grandi eventi possono coesistere con la presenza della grande industria. Di più: si può fare turismo (e ben vengano altre belle manifestazioni come SailGP, altri grandi eventi e crociere se opportunamente gestiti) pur in presenza di una massiccia attività industriale.

Porto Marghera, col suo carico di veleni e tumori che non sono una esclusiva di Taranto, non ha impedito a Venezia di essere quella che è dal punto di vista turistico. Anzi, adesso lì hanno il problema contrario, perché quel turismo è diventato insostenibile proprio dal punto di vista ambientale. Troppo impattanti quei 20 milioni di arrivi (fonte Confapi Venezia) registrati nella regione nel 2019, prima che esplodesse il Covid. Purtroppo il vento di populismo, politicamente molto trasversale, che da anni soffia sul Paese e non solo su Taranto, ha finito per negare la complessità: a problemi complessi si oppongono soluzioni semplicistiche, più per assecondare gli istinti di pancia dei cittadini-elettori che per indicare obiettivi e soluzioni effettivamente realizzabili. Fumo negli occhi, insomma.

A Taranto ne sappiamo qualcosa, sappiamo cosa ha significato e continui a significare la negazione della complessità e quanti successi politici ed elettorali sono stati costruiti propagandando facilonerie. Un gioco pericoloso che ha finito per contribuire a diffondere a piene mani l’idea che chiuso il siderurgico questa possa d’incanto diventare una città quasi esclusivamente turistica e che pressoché di solo turismo si possa vivere. A queste semplicistiche conclusioni si è sovrapposto un profondo sentimento antindustriale, indotto da una grave e colpevole incapacità politica di lungo corso di risolvere la questione Ilva con misure adeguate a stroncare la pericolosità degli impianti inquinanti. Così la sacrosanta e ineludibile rivendicazione per una città ripulita dai fumi velenosi e dalle malattie tragicamente correlate, ha finito col confondersi con un atteggiamento ostile verso l’industria tout court. E questo per esclusiva responsabilità politica di chi non ha deciso o non ha saputo decidere nel corso dei decenni, perché – è bene ricordarlo – l’inquinamento a Taranto non è nato con i Riva.

Taranto vive la questione ambientale dalla fine dell’800, da quando cioè l’insediamento dell’Arsenale cominciò a provocare lo sconvolgimento dell’ecosistema del Mar Piccolo e a minare salute e benessere di famiglie di arsenalotti costrette a mangiare pane e amianto. Una questione poi aggravata in modo sempre più letale con l’insediamento del siderurgico, della raffineria, del cementificio. Tutti insediamenti statali, prima che negli anni ‘90 le privatizzazioni inghiottissero Ilva e Cementir. Tuttavia sul banco degli imputati, nel grande processo mediatico e di piazza di questi anni, ha finito per salirci solo quella che è la più grande acciaieria d’Europa.

Ora, il processo di sostenibilità dell’industria deve essere il primo obiettivo da raggiungere: per tutelare la salute dei tarantini, innanzitutto, ma anche per segnare una ritrovata pacificazione sociale che arrivi a superare quei sentimenti anti-industriali che si sono sviluppati negli anni. Perché dei redditi prodotti dall’industria, piaccia o no, non si può al momento fare a meno. Qualcuno sui social si è divertito a calcolare quante migliaia di turisti ogni giorno ci vorrebbero per sostituire completamente il peso dei redditi generati dalla grande industria. Bene, ora tocca di nuovo allo Stato, il principale responsabile dello sconquasso ambientale che si è prodotto a Taranto e che in questi ultimi anni ha continuato a versare fiumi di danaro senza venire a capo di nulla. Per rendere produttivo e allo stesso tempo inoffensivo il siderurgico occorrono investimenti importanti, sì, ma soprattutto servono strategie chiare e coraggiose. In assenza di tutto ciò, quelle ciminiere si spegneranno da sole, lasciando ai posteri un malinconico e gigantesco deserto industriale.

Altro che Bagnoli. Il rischio concreto che si corre è quello di un progressivo ridimensionamento demografico e impoverimento economico della città e dell’intera provincia, perché la Taranto-turistica agognata da tanti, da sola non reggerebbe le sorti di un territorio che complessivamente conta quasi seicentomila abitanti. E a fare le valigie continuerebbero ad essere, come sempre, i più giovani e le risorse intellettuali migliori. Perché, anche qui bisogna intendersi, alla parola “transizione” che tanto piace, ne andrebbe accompagnata un’altra che ne determini la qualità: “evoluzione”. Taranto dalla fine dell’800 è sempre stata in larga parte una città-dipendente. Dalla grande industria militare e siderurgica, come abbiamo visto. Una città fondamentalmente operaia.

Ora va cambiato il paradigma. Taranto deve evolversi in esperienza e modello che dia gratificazione alle sue giovani risorse intellettuali. E per farlo non basta trasformarsi in un luna park del turismo mordi e fuggi, pullulante di pizzerie e camerieri sottopagati. La transizione, per assumere un significato autentico, deve essere interpretata come investimento nella ricerca, nell’innovazione, nei beni culturali, nell’industria tecnologica, nella digitalizzazione, nell’agricoltura avanzata, nella valorizzazione sostenibile delle risorse del mare, nell’università. Una terra che sia ricca di segmenti produttivi diversificati e che sia appetibile per chi voglia spendersi intellettualmente per essa e che di essa voglia farsi classe dirigente. Da città-dipendente a cittàintraprendente e culturalmente progredita. Evoluzione, appunto.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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