16 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Giugno 2021 alle 07:01:57

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Giacomo Matteotti, la libertà come valore assoluto

foto di Giacomo Matteotti
Giacomo Matteotti

Il 30 maggio 1924 la Camera dei Deputati doveva ratificare la proposta della Giunta delle elezioni di convalidare la maggior parte delle elezioni dei deputati della maggioranza governativa, avvenuta il 6 aprile 1924. Il deputato socialista G. Matteotti prese la parola e contestò la convalida. Con questa coraggiosa prese di posizione il deputato Matteotti segnò la propria condanna a morte. Com’è noto, il 10 giugno 1924 lo squadrista Dumini, insieme ad altri sicari, avrebbe pugnalato e ucciso G. Matteotti dopo averlo rapito in auto. Matteotti nel suo intervento denunciava i brogli elettorali (… cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione.

Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza. Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto) e le minacce che erano state rivolte agli elettori ai quali nei comizi fascisti si diceva che Mussolini comunque sarebbe andato al potere, ovviamente con la forza, e l’avrebbe fatta pagare cara ai suoi avversari. Il giorno dopo l’intervento di Matteotti alla Camera il Popolo d’Italia, il quotidiano di Mussolini, così recitava: “Se l’On. Matteotti avesse la testa rotta, ma veramente rotta, non se ne meravigli”.

L’assassinio di Matteotti provocò profonda indignazione il tutto il paese, anche in quell’opinione pubblica che si era dimostrata meno ostile al fascismo. Seguirono scioperi e dimostrazioni e lo stesso Partito fascista ebbe delle crepe. La milizia mobilitata in tutta Italia rispose con un’adesione non maggiore del 20%. L’indignazione popolare costrinse Mussolini a prendere dei provvedimenti: fece dimettere il triunviro De Bono da direttore generale di Ps, il sottosegretario agli interni A. Finzi, il capo ufficio stampa C. Rossi, lo stesso Mussolini lasciò il ministero dell’Interno. La risposta del fascismo fu violenta, la Camera fu chiusa e solo il Senato votò la fiducia al governo Mussolini con 235 voti favorevoli (anche quello di B. Croce) e 21 contrari.

Da questo momento in poi Mussolini, sfruttando la debolezza dei suoi avversari privi di una vera direzione politica e con la complicità della Corona (il re sostenne Mussolini, lo mantenne in carica nonostante il Senatore Campello avesse portato al Re le prove della responsabilità del Duce nell’assassinio Matteotti) avviò un processo che nel “colpo di Stato” del 3 gennaio del 1925 avrebbe trovato il suo esito nefasto. Sulla debolezza degli avversari del fascismo tornerò in altre occasioni, ora vorrei soffermarmi brevemente su G. Matteotti, su questo deputato socialista che ha pagato con la vita il coraggio di denunciare Mussolini. G. Matteotti, (Fratta Polesine 1885 – Roma 1924), laureato in Legge nel 1907 a Bologna, dedicò la sua vita quasi esclusivamente all’attività politica, aderendo alla corrente riformista del Partito socialista. Intenso fu il suo impegno nel Polesine per la costituzione di camere del lavoro e cooperative e per l’incremento dell’attività socialista negli enti locali. Fu contrario all’intervento in guerra dell’Italia perché profondamente antimilitarista.

Questa posizione gli costò il confino per tre anni in una zona montagnosa nei pressi di Messina. Eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 (fu rieletto nel 1921 e nel 1924) dedicò il suo impegno politico alle lotte bracciantili e a denunciare sin dal suo nascere la violenza fascista. Nel 1921 pubblica una famosa “Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, nella quale evidenziava le violenze delle squadre d’azione fasciste durante la campagna elettorale delle elezioni del 1921. Non facile fu il rapporto di Matteotti con il Partito socialista, nell’ottobre del 1922, infatti, egli viene espulso dal Partito Socialista Italiano con tutta la corrente riformista legata a Filippo Turati. I fuoriusciti fondarono il nuovo Partito Socialista Unitario di cui Matteotti diviene segretario. In qualità di segretario del PSU Matteotti si batté per evitare le derive massimaliste e per coagulare le forze antifasciste moderate preoccupate di cadere in una rivoluzione bolscevica se i massimalisti l’avessero spuntata. L’azione riformista ed antifascista di Matteotti purtroppo ebbe termine con il brutale assassinio del 10 giugno 1924. Prima del suo ultimo discorso alla Camera disse: “Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”. Queste parole ci fanno capire che Matteotti sapeva a quali conseguenze sarebbe andato incontro con la sua denuncia sui brogli elettorali, ma non si fermò. Matteotti pagò con la vita il suo amore per la libertà del popolo italiano. Ricordare G. Matteotti vuol dire ribadire il valore assoluto della libertà e della democrazia contro ogni tirannide. Matteotti aveva intravisto la tragedia nelle quale il fascismo avrebbe trascinato l’Italia.

Riccardo Pagano

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