22 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Giugno 2021 alle 07:26:25

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La copertina del libro di Sara Faieta

Riprende il filo del racconto là dove lo aveva lasciato otto anni fa. Stesso tema ma stile e densità narrativa molto affinati col passare degli anni. Sto parlando di Sara Faieta, giovane insegnante e scrittrice abruzzese, che lavora in Emilia negli istituti secondari di secondo grado, che nel 2013, alla sua prima esperienza letteraria, ebbi l’opportunità di presentare a Grottaglie. Era accompagnata da Ciro Spagnulo, sindacalista della Cgil di Modena, ma originario anch’egli di Grottaglie e con un passato di giornalista nella stampa locale, che è un po’ l’ispiratore del suo lavoro. Ciro, infatti, nel 2013, quando Sara pubblicò il suo primo libro: “Storie di unsolomondo”, si occupava del Centro Lavoratori Stranieri della Cgil di Modena ed era responsabile della rivista “unsolomondo”, fonte d’ispirazione dei racconti che diedero vita a quel libro.

La nazzaione delle vite, italiane e straniere, che si incrociano in una città italiana, paradigma di quanto accade in tanti altri luoghi, continua con questo nuovo libro “La terrazza di Berrechid”, edito da Masciulli di Pescara. Il racconto è quello dell’incontro con le famiglie, in gran parte italiane, in parte straniere, che vivono nel “Palazzo”, un enorme edificio considerato tra i più malfamati della città, che Sara esplora in compagnia di Ciro e di Mohcine El Arrag, immigrato che ha pochi anni ha ottenuto la cittadinanza italiana, lavora alla FP Cgil di Modena e lui pure abbiamo conosciuto in occasione della presentazione del 2013. Ma il titolo si riferisce al transfert che l’autrice opera nel capitolo V, a Berrechid, città del Marocco a 80 chilometri da Casablanca, dalla quale proviene Ayoub, uno dei ragazzi che decide di offrire il proprio racconto.

A far da guida nel Palazzo è Otto, un anziano amico di Ciro, che ha ottantadue anni e che quel luogo conosce bene: “Il Palazzo venne costruito negli anni Settanta e nei piani di chi lo aveva progettato doveva essere un residence innovativo e lussuoso per famiglia benestanti (…) ma i cambiamenti sociali hanno modificato le sorti (…) e dopo i terroni e gli stranieri quale sarà la categoria antropologica?”. La narrazione parte da un assunto che la stessa autrice anticipa nell’introduzione in cui spiega la ricerca fatta:i costruire una mappa attraverso il confronto tra gli abitanti del palazzo: “la vera paura non sta in ciò che viene da fuori ma nella conoscenza di quella parte meno accetta di sé a cui chi ci sta di fronte rimanda”. Insomma: un assunto che sembra specchiarsi nelle parole di Cristo, che nel Vangelo ci insegna che: il male non viene da ciò che entra nell’uomo, ma da ciò che esce: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. (Matteo, 7, 14-15)

“L’indifferenza permane quando si declina chi è diverso nella forma astratta dell’altro e non ha un nome, una storia. Questo libro nasce invece dalla necessità di porsi in ascolto, vuole essere un tentativo di scongiurare una visione semplicistica e riduttiva della realtà entro i confini mentali del luogo comune, del pregiudizio, della paura”. Ebbene, il viaggio di Sara, Ciro e Mochine, allora, mette a nudo un modo sconosciuto che non è tanto nelle vicende, anche molto drammatiche, delle persone che incontrano nel palazzo (come il misterioso Ayoub che, dopo aver racconto la sua storia, sparisce facendo perdere le su tracce; come Aadila partita giovanissima dalla Tanzania in fuga verso la felicità ma che ora tornerebbe volentieri nel suo paese; come Sergio che è appena tornato dalla Siria, dove ha visto i drammi che si susseguono nell’indifferenza generale, e tanti altri personaggi, ai quali l’autrice ha cambiato il nome), ma è soprattutto nell’effetto che tali vicende hanno in chi le ascolta. Capita così alla stessa autrice di emulare una giovane aspirante scrittrice, conosciuta nel palazzo, nel tentativo di mettere in discussione tutto il suo lavoro, fatto di minuziosi appunti di tutti gli incontri avuti con gli “abitatori” del “luogo li,ite”, costato tanti giorni di lavoro impegnativo, in un vero colpo di scena letterario… che evitiamo di raccontare per non togliere il gusto del racconto a chi lo leggerà.

Silvano Trevisani

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