16 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Giugno 2021 alle 07:01:57

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Quel fulgido eroe e condottiero del Risorgimento

foto di Giuseppe Garibaldi
Giuseppe Garibaldi

Il 2 giugno scorso l’Italia ha dignitosamente e degnamente celebrato il 75° anniversario della nascita dello Stato repubblicano dopo gli anni della guerra perduta, del regime fascista finito e della caduta della monarchia. Ma, caro direttore, il 2 giugno del 1882 moriva in Caprera il più fulgido eroe e condottiero del nostro Risorgimento, amato da un popolo che con Lui e per Lui si sentì finalmente libero, indipendente da governi stranieri o da inquisitori italiani; libero in Roma dal potere temporale vaticano. E tuttavia, da un’ampia personale lettura di quotidiani e riviste e della stessa televisione nazionale o regionale, non mi è stato di ricordo o di dovuta memoria, la notizia della scomparsa del più illustre nostro condottiero di libertà e di indipendenza fra i popoli dall’America Latina alla Polonia, e soprattutto, con il suo maestro Giuseppe Mazzini, di libertà italiana; finalmente!

Che io sappia a Taranto un gruppo di aderenti ad un risorgente partito repubblicano ha ricordato quel 2 giugno 1882 con la deposizione di una corona di alloro al busto marmoreo di Garibaldi, nella piazza della città a lui dedicata. Un tempo, nelle scuole primarie italiane, si ricordava la figura dell’Eroe e la mia insegnante a tal proposito storico, a noi leggeva da un libro di cui non ricordo il titolo, le imprese e le vittorie e i Mille garibaldini. E ricordava che non pochi tarantini erano stati garibaldini; Mignogna, Acclavio, Foresio e Massaro, monarchico – garibaldino, ed altri ancora. Tempo lontano; tempo perduto dalla memoria italica. Purtroppo in molti di noi. Eppure, caro direttore, l’immagine del generale Garibaldi non fu sconosciuta al principio delle nostre politiche elezioni. Il partito, allora comunista, dal volto e dalla camicia rossa garibaldina ne fece un’icona per la sua battaglia elettorale contro la Democrazia cristiana. Ed anche talune formazioni partigiane anti naziste e fasciste ebbero, a loro significativo emblema, il nome glorioso di Gruppo Garibaldi. Garibaldi fu per gli italiani non solo l’uomo dei Mille, o di altre gloriose imprese, non fu solo con Mazzini e Saffi il difensore del Gianicolo, fu un mito di popolo. Tutte le piazze, tutte le vie, tutti gli angoli della nostra penisola sono dedicati all’Eroe dei due mondi.

Alla sua morte Carducci, nel teatro bolognese Brunetti, pronunciò un discorso, che anche e soprattutto oggi, gli italiani e i politici italiani dovrebbero leggere e possibilmente studiare. Disse: “nei tempi Omerici della Grecia, intorno ai roghi degli eroi giravano i compagni d’arme gettando alle fiamme quelle cose che avevano più care. Io voglio che i partiti vivano perché sono la ragione della libertà, ma vorrei che i partiti dal monarchico al socialista, che da lui si credè iniziato, intorno alla pira che fumerà nel mare, gittassero non le cose loro più care, ma tutto quello che hanno di più tristo”. Parole, codeste, di sconcertante attualità, oggi che non pochi partiti, più che all’Italia, pensano al potere sull’Italia. Partiti che nascono e, poco dopo, scompaiono o cambiano nome. Questa, direttore, non è retorica come falsamente dicono o scrivono coloro che hanno della storia un’idea confusa e velleitaria, o che non sanno leggere le pagine storiche, o sono di qualificata parte politica, o, quel che è peggio, parlano come il mitico dantesco Flegias, a vuoto!

Da Garibaldi e dai garibaldini si formò tutta una letteratura che Benedetto Croce definì “garibaldina” con i Guerrazzi, con Abba, con Nievo per citarne solo taluni. E anni dopo Gabriele D’Annunzio scriveva in “Elettra” (1904) quel solenne canto poetico su “La notte di Caprera”. “Dorato il regno al sopraggiunto re, il dittatore silenziosamente sul far dell’alba, con i suoi pochi uomini viene alla nave che lo attende. E seco porta un sacco di semente”. È l’incipit di un lungo “carme”. Garibaldi, dopo aver donato ad un sovrano, un regno, fu da lui posto nelle riserva con i suoi garibaldini. E l’eroe, novello romano Cincinnato, se ne andò a Caprera con un sacco di semente. Ma il piedistallo più alto fra i creatori del Risorgimento toccò a lui. E a lui resta. Car, direttore, le pagine della Storia o si studiano nel loro testo e contesto o si studiano solamente per la parte che interessa politicamente. E non si fa né Storia, né memoria. L’Italia repubblicana di oggi, come quella di 70 anni or sono, nasce dalla Repubblica romana, nasce dal Gianicolo di Roma. E l’inno nazionale, ricorda Goffredo Mameli, dimenticarlo è segno di senilità mentale, di scarsa volontà realistica, di fare della storia quella che il grande Guicciardini, denunziava. “Una pagina dimenticata o una pagina asservita”. La democrazia è verità assoluta delle umane azioni. E non è questa scrittura una “laudatio temporis acti” perché non c’è presente né futuro che non si ricordi doverosamente quello che una nazione trascorse; o come scrisse lo stesso Croce: “Se i figli dimenticano i padri, ogni famiglia è perduta”.

Paolo De Stefano

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