31 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 31 Luglio 2021 alle 13:54:00

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Posidonia, simbolo del Mediterraneo

foto di “Banquettes”
“Banquettes”

Lo scorso sabato si è celebrata la Giornata Mondiale dell’Ambiente. Il tema per quest’anno è stato “il ripristino degli ecosistemi”. Nell’articolo precedente abbiamo parlato delle specie minacciate di estinzione nel Mediterraneo, tra le quali rientra anche Posidonia oceanica. Esaminiamo, ora, le caratteristiche di questa pianta, l’ecosistema a cui dà origine, la sua importanza e la necessità di proteggerlo e ripristinarlo, se danneggiato.

Posidonia oceanica è una fanerogama marina, cioè una pianta provvista, quindi, di radici, fusto (detto “rizoma”) e foglie, la quale produce fiori e frutti ed è adattata a vivere in mare, dove forma estese praterie, dette “posidonieti”, che si estendono da una profondità di -1m fino a -30-35 m, raggiungendo anche i -40 m in zone in cui l’acqua è particolarmente trasparente e consente una maggiore penetrazione della luce. Posidonia oceanica è una specie endemica, cioè esclusiva, del mar Mediterraneo. Poiché vive in mare, viene spesso erroneamente considerata un’alga, ma le alghe non hanno radici, fusto e foglie, né producono fiori e frutti. Il fusto è legnoso ed è insediato sul fondo, che può essere sabbioso ma anche roccioso. Dal fusto si dipartono verso il basso le radici e verso l’alto le foglie. Le radici servono sia ad ancorare le piante al substrato sia ad assorbire le sostanze nutritive che vengono poi trasportate alle foglie. Queste, nastriformi, dal colore verde intenso, misurano mediamente 1 cm in larghezza e possono raggiungere anche la lunghezza di 1 m. In autunno, le foglie cadono, come accade alle piante terrestri.

Quando le foglie si staccano, vengono trasportate dalle correnti e possono rimanere sul fondo diventando cibo per molti esseri viventi, oppure possono accumularsi sulla costa, sabbiosa o rocciosa, dove formano degli ammassi detti “banquettes”. I rizomi privati delle foglie hanno destino differente; infatti, essi possono staccarsi dal fondo su cui erano insediati ed essere trasportati dalle correnti, che conferisco loro una caratteristica forma tondeggiante; i rizomi aventi tale aspetto vengono definiti “aegagropile” o “palle di mare”; in questa forma si rinvengono, anche molto numerosi, spiaggiati; i rizomi, però, possono anche rimanere ancorati al fondo e, nel tempo, danno origine a delle strutture compatte, dette “matte”, su cui si possono insediare le nuove piante. I fiori si formano al centro del ciuffo fogliare. I frutti, chiamati “olive di mare”, per la loro forte somiglianze con le olive verdi, maturano sulla pianta, quindi si staccano e galleggiano. In tal modo vengono trasportati dal vento e dalle correnti.

Quando l’involucro esterno si apre, fuoriesce il seme che in condizioni ottimali germina e dà origine ad una nuova pianta. Le praterie di Posidonia oceanica sono ecosistemi con un’elevata biodiversità; esse, infatti, ospitano numerose specie di animali e vegetali, che crescono sulle foglie e/o sui rizomi; inoltre, per diverse specie sia, di invertebrati sia di vertebrati, sono zone di riparo dai predatori e di riproduzione nonché fonte di cibo per molte specie pregiate di importanza commerciale. Ma le praterie di Posidonia oceanica svolgono anche altri ruoli molto importanti, come l’ossigenazione delle acque; infatti, 1 m2 di prateria può produrre fino a 20 L al giorno di ossigeno, che è un valore molto elevato, e assorbono molta anidride carbonica (il famigerato “gas serra”).

Il loro ruolo in mare è tanto importante da essere definite, da un punto di vista ecologico, “ingegneri di ecosistemi”, in quanto: 1) stabilizzano i fondali conglobando con le radici il sedimento (così come fanno gli alberi sulla terraferma); 2) proteggono le spiagge dall’erosione, in quanto attenuano il moto ondoso con le lunghe foglie. Per questo motivo, la normativa dell’Unione Europea (Direttiva Habitat 92/43) ha inserito le praterie di Posidonia oceanica tra gli ecosistemi da preservare. In molte zone costiere italiane, i posidonieti sono completamente scomparsi oppure hanno subito una forte regressione. Le principali cause di questi fenomeni sono: 1) l’erosione meccanica causata dalla pesca a strascico (ora interdetta nelle aree in cui essi sono presenti); 2) l’asportazione causata dalle ancore delle imbarcazioni da diporto, il cui numero è in forte aumento; 3) la realizzazione di opere marittime (es. porti, dighe, ecc.); 4) l’introduzione di specie aliene; 5) l’aumento globale della temperatura (global change).

Va considerato, inoltre, che il danno delle attività antropiche è esaltato dal lento accrescimento di questa pianta. E veniamo ora al ripristino, tema della Giornata Mondiale dell’Ambiente, delle praterie di Posidonia. Sicuramente, ricordiamo tutti la nave da crociera “Costa Concordia”, che si incagliò a circa 40 metri di profondità presso l’Isola del Giglio, nel 2012. La conseguenza più rilevante del naufragio è stata la morte per soffocamento della vasta prateria di Posidonia oceanica. Per ripristinare il posidonieto, a 25 metri di profondità dove si trovava prima dell’incidente, si stanno utilizzando due tecniche. Una prevede l’impianto di frammenti, prelevati dalle piante di Posidonia che restano attaccate alle ancore delle imbarcazioni, che ormeggiano durante il periodo estivo; i frammenti vengono mantenuti sul fondo da una rete o da altri idonei supporti, finché non attecchiscono.

Un’altra tecnica prevede l’utilizzo dei semi che vengono fatti germogliare in gabbie di ferro per difenderli dal pascolo degli animali marini, come la salpa, pesce erbivoro dalle caratteristiche strisce dorate sui fianchi. Veniamo ora alle foglie spiaggiate che tanto disturbano noi bagnanti poiché sull’arenile ci sottraggono spazio e, soprattutto, sviluppano odori sgradevoli a causa della decomposizione e perché gli accumuli di detrito fogliare, a volte particolarmente densi anche in acqua, ci fanno un po’ schifo! Per andare incontro ai bagnanti, accade spesso, quindi, che i mucchi di detrito fogliare spiaggiato siano rimossi anche se, per la normativa vigente, tale biomassa non è un rifiuto e, conseguentemente, non può essere conferito in discarica.

Inoltre, essi sono a loro volta ecosistemi ad alta biodiversità che svolgono anche un’importante azione meccanica contro l’erosione delle coste. Per utilizzare tutta la biomassa fogliare spiaggiata che costituisce le cosiddette “banquettes”, sono in corso diversi studi. Presso alcuni centri di ricerca, è stata valutata la possibilità di riciclare questa biomassa trasformandola in un concime ecologico dopo averla separata dalla sabbia intrappolata nel detrito. In diverse nazioni europee, Italia compresa, si sta valutando anche la possibilità di utilizzare le suddette biomasse in ambito edilizio, come isolante, per le loro proprietà. E tuttavia potremmo anche trovarci su di una spiaggia dove le “banquettes” non sono state rimosse, vale a dire su di una cosiddetta “spiaggia ecologica”. In definitiva, è come se ci trovassimo in un bosco di alberi di caducifoglie in autunno.

Non ci verrebbe mai in mente di portare via dal bosco le foglie cadute! Ricordiamo l’enorme significato ecologico delle praterie di Posidonia oceanica e apprezziamo la naturalità dell’ambiente dove tale pianta è presente anche come detrito spiaggiato, la qual cosa è indubbio segnale della presenza delle praterie nello specchio di mare antistante la costa e, quindi, di buona qualità delle acque.

Ester Cecere
Primo ricercatore CnrIstituto Talassografico Taranto

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