04 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Agosto 2021 alle 01:55:00

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Guido da Montefeltro, ovvero la Volpe ingannata dall’astuzia

foto di Canto XVII dell’Inferno, tra i fraudolenti Dante e Virgilio incontrano Guido da Montefeltro
Canto XVII dell’Inferno, tra i fraudolenti Dante e Virgilio incontrano Guido da Montefeltro

Un paesaggio suggestivo, l’ottava bolgia dell’Inferno dantesco: un avvallamento circolare del terreno, il buio rischiarato da innumerevoli lingue di fiamma. Uno spettacolo che al Poeta richiama l’immagine delle lucciole che all’imbrunire il contadino, godendosi un po’ di riposo al termine della giornata di lavoro, vede danzare giù per la vallea. Un quadretto di quasi arcadica serenità, ma la realtà è qui ben più amara, perché ogni fiamma un peccatore invola: ogni fiamma nasconde e tormenta l’anima di un peccatore, un politico fraudolento, un consigliere di frodi, che ha usato la lingua per ingannare il prossimo; probabilmente l’invenzione dantesca si è ispirata al contenuto della lettera di San Giacomo (cap. 3, par. 10), che tra l’altro stigmatizza il male che si può fare con la parola invitando a un uso responsabile della stessa. Terminato il colloquio con Ulisse, protagonista del canto precedente, si fa avanti l’anima di Guido da Montefeltro, protagonista del canto XXVII: dal mito alla storia, anzi alla cronaca recente, come spesso accade nella Commedia.

GUIDO DA MONTEFELTRO: IL PERSONAGGIO
Nato nel 1220, capo dei Ghibellini di Romagna e di Toscana, strenuo avversario del Papato e del potere temporale della Chiesa, Guido aveva combattuto innumerevoli battaglie: notevole lo scontro del 1283 con le milizie francesi e pontificie scagliate da Papa Martino IV contro Forlì ; ne aveva fatto strage, come viene ricordato al v. 44. Nel 1292 divenne signore di Urbino. Punto di forza della sua intensa attività politico-militare era l’astuzia che lo rendeva temibile tanto che quando, capitano di Pisa nella guerra contro i Guelfi fiorentini, usciva dalla città con i suoi soldati i Fiorentini si davano alla fuga gridando Ecco la Volpe! Due volte scomunicato, due volte riabilitato, si era riconciliato con la Chiesa e nel 1296 con una conversione clamorosa era entrato nell’Ordine francescano.

Morì nel 1298, forse ad Assisi, in fama di santità. Nel Convivio (IV, 28, 8) Dante elogia la sua decisione di distaccarsi in vecchiaia dagli interessi terreni per prepararsi alla morte. Successivamente diede della vicenda di Guido una valutazione diversa, scaturita dalla conoscenza, diretta o indiretta, delle Historiae di Riccobaldo da Ferrara (1308- 1313) il quale affermava che dopo la conversione il Montefeltrano, sollecitato da Papa Bonifacio VIII, gli aveva dato un consiglio fraudolento su come espugnare la città di Palestrina, roccaforte della famiglia Colonna, sua avversaria: così il convertito sarebbe ripiombato nelle antiche colpe. È da notare che non tutti gli studiosi ritengono storicamente fondato il racconto, al contrario di Dante, che vi vide un’ulteriore prova della perfidia di Bonifacio VIII, al quale attribuiva la responsabilità del suo esilio e che, è bene ricordarlo, colloca nell’Inferno addirittura da vivo (canto XIX, vv. 52 sgg.). L’episodio dantesco ricostruisce il come e il quare (sono parole di Guido) di quel consiglio fraudolento.

Dopo aver tratteggiato, su richiesta del condottiero, fortemente interessato alle vicende della terra natia, la situazione politica della Romagna, dominata da una miriade di potentati sempre in lotta tra loro tra intrighi e violenze, Dante per bocca dello stesso Guido traccia un lucido ritratto del personaggio: prima uomo d’arme, famosissimo per il suo valore ma soprattutto per l’astuzia, poi cordigliero, cioè frate francescano, in espiazione delle sue colpe: proposito vanificato da Bonifacio VIII , principe dei nuovi farisei, cioè capo della Chiesa mondanizzata e corrotta, secondo il giudizio di Dante. Ed eccoci alla memorabile scena del colloquio tra i due. Bonifacio, combattendo una guerra contro i suoi nemici cristiani presso il Laterano, cuore della cristianità, divorato dalla febbre del potere, chiede a Guido un consiglio su come abbattere Palestrina. A Guido il Papa sembra ebbro e tace. Bonifacio intuisce il suo travaglio e lo rassicura. Come Papa egli ha il potere di serrare e diserrare le porte del cielo: perciò sono due le chiavi, insegna del Pontefice; fondandosi sul potere conferitogli lo assolve dal peccato che sta per commttere.

E Guido, convinto da quella assoluzione preventiva, dà il suo con siglio: lunga promessa con l’attender corto/ ti farà triunfar ne l’alto seggio. In sintesi, prometti molto e mantieni poco. Consiglio fraudolento, contrario al dettato di una plurisecolare sapienza giuridica: pacta sunt servanda. Contrario inoltre sia alle sue precedenti convinzioni antitemporalistiche e sia alle sue più recenti convinzioni di religioso, che implicano l’osservanza incondizionata dei Comandamenti. Un colloquio in cui, sia detto per incidens, forse balena il riflesso di un’esperienza autobiografica di Dante, che conobbe il Papa durante l’ambasceria svolta per incarico del Comune fiorentino nell’ottobre del 1301, al termine della quale egli fu trattenuto a Roma, mentre i Bianchi, al cui partito apparteneva il Poeta, con un’operazione organizzata da Bonifacio VIII venivano cacciati da Firenze: avrà visto anch’egli il Papa teocratico triunfar ne l’alto seggio. Dopo il contrasto tra Dante e Papa Bonifacio, quello tra San Francesco, venuto ad accogliere l’anima del suo seguace, e il nero cherubino, ossia un diavolo che nella sua condizione precedente era stato un cherubino, gerarchia angelica caratterizzata dalla sapienza in sommo grado. La contesa tra l’angelo e il diavolo per impadronirsi di un’anima era tradizionale nella letteratura medievale: uno schema che la penna dantesca ricrea con singolare freschezza. Il nero cherubino afferma il suo diritto sull’anima di Guido perché da quando questi ha formulato il consiglio fraudolento egli non lo ha mai perso di vista: perché, se è vero che non si può assolvere chi non si pente, è anche vero che non si può pentere e volere… per la contraddizion che nol consente; figura non volgare, raffinato, disinvolto, ironico: la sua logica, tagliente come una spada, sembra quella di un dotto uscito dallo Studio di Bologna.

E proprio la logica del diavolo vince su tutti: sia su un Papa, già famoso canonista, che impartisce un’assoluzione che sa non valida, e sia su Guido, la Volpe che ha compiuto, pentendosi di compierla, un’azione che la sua coscienza sa ingiusta. San Francesco resta in silenzio. L’ultimo atto della tragedia. Dopo aver espresso con la coda il suo giudizio Minosse per la gran rabbia la si morse: perché? Forse perché avrebbe voluto davanti a sé Bonifacio, il vero colpevole di frode che con una falsa assoluzione ha ingannato un umile penitente? Forse perché lo turba quella sorta di summum ius, summa iniuria in cui si risolve la brillante argomentazione del loico cherubino? In fondo Guido ormai frate ha osservato alla lettera il voto di obbedienza. Invece, avrebbe dovuto obbedire solo alla sua coscienza: infatti, nella visione di Dante e chissà, forse anche di Minosse, essa può fare a meno della mediazione della Chiesa, come dimostra il caso contrario di Manfredi, protagonista di un celebre episodio del Purgatorio: scomunicato dalla Chiesa, alla fine con un sincero pentimento egli si affidò alla misericordia di Dio e fu perdonato, perché in qualsiasi momento l’uomo può riannodare il rapporto con Dio.

Episodio tragico, quello di cui è protagonista il conte di Montefeltro: per il rilievo personale e sociale del personaggio, per la nobiltà dei sentimenti, evidente nel suo amor di patria, per il linguaggio quasi sempre alto, intessuto di formule latine e non ignaro della tradizione tomistico-aristotelica: ma è anche la tragedia di uno spirito contorto, che ha sempre pensato di poter tutto programmare, tutto calcolare e alla fine si è ritrovato sconfitto proprio in quella capacità logica con cui aveva pensato di riuscire sempre vittorioso. Anche la sua conversione si inscrive nei meandri del calcolo: giunto all’età in cui si fa un bilancio della propria vita e si dovrebbero ammainare le vele, il signore delle arti volpine si converte e si fa frate: ciò, egli chiosa, sarebbe giovato ma inopinatamente viene risospinto nelle antiche colpe addirittura dal Papa! Una conversione frutto forse in parte di un calcolo, che sarebbe giovata se non si fosse interposto l’intervento del gran prete: da notare che il verbo giovare non sembra proprio appartenere al… campo semantico delle crisi spirituali e del pentimento! L’habitus mentis del calcolatore non si smentisce neppure dopo la morte, nella nuova condizione di dannato: egli dice apertamente a Dante, ricostruendo meticolosamente il suo ragionamento, che si ferma a parlare con lui perché pensa che , come avviene per tutti coloro che sono nell’Inferno, sia destinato a non ritornare più sulla terra; dunque non potrà riferire della sua dannazione gettando infamia, cioè discredito sul suo nome: forte di questa certezza parlerà con il visitatore.

Errore! Il Conte non sa che nella Commedia solo a tre personaggi è toccata la ventura di visitare da vivi l’oltretomba: Enea, San Paolo e Dante. Dunque, si è imbattuto proprio in un viandante che per un eccezionale destino tornerà sulla terra e potrà… parlare: anzi, sappiamo aliunde che a Dante viene affidata esplicitamente da Cacciaguida, nel Paradiso ( XVII, v. 128), la missione di rendere manifesta… TUTTA la sua visione!

Ma in Guido accanto al calcolo astuto ed opportunistico c’è anche, come s’è visto, il nobile interesse per la terra natia: il quadro particolareggiato che Dante ne traccia con la consueta precisione toponomastica non è un fuor d’opera, ma si inserisce alla perfezione negli interessi e nell’esperienza del condottiero Ghibellino: quell’esperienza di cui persino il Papa pensò di avvalersi. Ancora, ci sono in lui una pensosità, una sofferenza interiore, una capacità di autoanalisi che ne elevano la spirutualità al di sopra della condizione di dannato. Personaggio complesso, Guido da Montefeltro, che si allontana da Dante e da noi con il suo carico di frustrazione, di dolore, di rancore, torcendo e dibattendo il corno aguto, la punta della lingua di fiamma che avvolge lo stratego finissimo, il vincitore di mille scontri in campo aperto, che alla fine si scontrò con… l’eterogenesi dei fini: la sua Waterloo.

Bibliografia minima
Dante Alighieri, La Divina Commedia vol. I, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia, Firenze19682 Dante Alighieri, La Divina Commedia, vol. I, Inferno, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Le Monnier, Firenze 1979 Dante Alighieri, La Divina Commedia, vol .I, Inferno, a cura di Tommaso Di Salvo, Zanichelli, Bologna, 1998

 

Egidia La Neve
Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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