30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 21:23:00

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Aula scolastica

La Missione 4 Istruzione e Ricerca del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza Next Generation EU): “Mira a rafforzare le condizioni per lo sviluppo di una economia ad alta intensità di conoscenza, di competitività e di Resilienza …”utilizza un piano di spesa di 11,01 miliardi e offre indicazioni utili ad ampliare e migliorare l’offerta formativa, dagli asili nido all’Universita’, Ricerca compresa. Gli standard di riferimento sono quelli dell’UE. Le nostre criticità, quelle italiane, emergono evidenti proprio dalla comparazione dei dati, in merito alla misura dei servizi scolastici erogati e alla qualità degli stessi.

In Italia il numero dei posti negli asili nido è di 9,6 punti al di sotto della media europea; il tasso di abbandono scolastico raggiunge il3,8 per cento nelle scuole secondarie di primo grado ed aumenta considerevolmente nei cicli di istruzione successiva. Nella fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni, l’incidenza dei giovani che abbandona l’istruzione e la formazione è stata del 13,5 per cento nel 2019 , ben al di sopra della media EU del 10,2 per cento.

Nel Mezzogiorno il dato degli abbandoni è al 18,5 per cento; in Sicilia e Sardegna supera il 20 per cento. In Italia, la popolazione tra i 25 e i 34 anni di età, in possesso di un titolo di studio di scuola superiore, è pari al 28 per cento, rispetto al 44 per cento di media nei Paesi dell’OCSE. L’elenco potrebbe continuare, con il 12 per cento degli studenti che fruiscono di una borsa di studio, contro il 25 per cento della media UE. Sono il 31 per cento i giovani, in Italia che cercano occupazione e non la trovano; sono circa il 33 per cento le imprese italiane che lamentano difficoltà nel reclutamento di giovani qualificati, molti di loro preferiscono trasferirsi all’estero. Nella relazione di monitoraggio (2020) del settore della istruzione e formazione della Commissione europea, risulta che la spesa per l’istruzione in Italia rimane tra le più basse nell’UE. Nel 2018 la spesa pubblica per l’istruzione è aumentata dell’1 per cento, rispetto all’anno precedente, ma resta ben al di sotto della media europea: il nostro 4 per cento del PIL contro il 4,6 per cento dell’UE; l’8,2 per cento della spesa totale, rispetto al 9,9 per cento dell’UE.

Nel raffronto tra Nord e Sud, relativamente a dati su istruzione e formazione, le criticità del Sud delineano nettamente la diversità di due Italie. I tassi di maggiore dispersione scolastica (mancata, incompleta o irregolare fruizione dell’istruzione, o abbandono definitivo) si registrano proprio nelle zone dove si sta meno tempo a scuola. Il tempo pieno al Sud non esiste.

Le classi a tempo pieno sono un diritto al Nord; al Sud, per mancanza di offerta, sono un privilegio. Nelle iscrizioni per l’anno scolastico 2020-2021 , il 45,8 per cento delle famiglie ha chiesto il tempo pieno, ma se a Milano ha accesso il 90 per cento degli alunni, a Palermo solo il 4,5 per cento ha questa possibilità. In Puglia accede alle 40 ore di lezione appena il 18,7 per cento degli alunni. Alla fine dei 5 anni delle elementari è come se gli alunni del Nord fossero rimasti un anno in più a scuola. Questo incide sullo sviluppo cognitivo? Influenza in qualche modo il corso degli studi? Assume rilevanza nel ritardo socio- economico del Sud rispetto al Nord? E ancora, nel 2019 la Lombardia può permettersi di impegnare 420 milioni per garantire il diritto allo studio; il Piemonte 97 milioni; la Puglia non può andare oltre i 32 milioni, sfavorita da minori trasferimenti statali e da una iniqua ripartizione del fondo nazionale, basato ancora sulla spesa storica.

La diseguaglianza di trattamento scolastico penalizza gli alunni del Sud e le stesse famiglie, costrette, in molti casi,a rivolgersi al privato. Per chiarire meglio la diversità di trattamento nella erogazione dei fondi alle scuole del Sud, leggiamo nel rapporto della Corte dei Conti, intitolato “La lotta alla dispersione scolastica: risorse e azioni intraprese per contrastare il fenomeno” . Nel 2017 c’è stato un incremento complessivo delle risorse rispetto all’anno prima, si passa da 18,4 milioni a 23,8 milioni. La Lombardia passa da 2,19 milioni a 3,6 milioni; la Puglia che nel 2016 si vedeva assegnare 1,8 milioni, nel 2017 si è dovuta accontentare di 1,4 milioni; la Campania è passata da3,1 a 2,6 milioni; la Calabria da 1,1 milioni a 973 mila euro. Nonostante l’1,1 per cento degli abbandoni al Sud nella scuola secondaria di primo grado, e lo 0,6 di abbandoni al Nord. Questa si chiama “ingiustizia “. Nella missione 4 del Piano , si fa riferimento ad una limitata cultura dell’innovazione da parte delle varie imprese, da questo sicuramente ne consegue una limitazione di brevetti industriali, di accordi commerciali e la creazione di nuove imprese. In realtà ciò che manca in Italia è un serio sviluppo di azioni sinergiche tra Stato ( scuola pubblica) e impresa ( settore pri vato). In Germania è prassi consolidata.

I ragazzi degli istituti superiori, di indirizzo classico, scientifico, tecnologico, professionale, lavorano, con regolare contratto di apprendistato nelle varie imprese, secondo una ben definita programmazione e organizzazione di tempo scuola e tempo lavoro. Le criticità di Missione 4, nel Piano, sono presenti già in quanto indicate nelle sue stesse premesse. Il confronto con l’Europa serve per migliorare la nostra attenzione sugli standard da raggiungere, sugli interventi di indirizzo per migliorare istruzione e formazione, ma un’Italia a due velocità rallenta i ritmi di crescita di tutta la Nazione.

Ignorare i bisogni culturali specifici, le inefficienze del Sud danneggia tutti, impedisce una visione di riforma globale della Scuola, della Università, della Ricerca. Le proposte avanzate nel Piano come impegni di spesa, altro non sono che una elencazione di titoli che vanno dal reclutamento e dalla formazione degli insegnanti, all’attuazione della transizione ecologica e digitale. Wells che impropriamente viene indicata come ”Riforma dell’organizzazione del Sistema scolastico“ si pone come obiettivo solo quello di ridurre il numero degli alunni per classe e il dimensionamento della rete scolastica. Viene ancora denominata “Riforma” degli Istituti tecnici e Professionali, l’adeguamento dei curricula alla domanda di competenze provenienti dal tessuto produttivo del Paese. Modalità organizzative di interazione con il mondo del lavoro, tempi di attuazione, aggiornamento dei programmi non sono indicati. Procedendo nella lettura dei numerosi interventi che si prevedono da parte dello Stato, sorge il dubbio che gli 11,01 miliardi di spesa siano insufficienti a potenziare infrastrutture scolastiche, costruire alloggi per studenti, costruire, riqualificare, mettere in sicurezza gli asili nido; potenziare infrastrutture per lo sport, e tanto altro ancora. Lacunose restano le indicazioni per Università e Ricerca. Da un calcolo sommario delle somme a disposizione, quasi sicuramente, Università e Ricerca restano le grandi escluse.

Elencazione di idee, quindi, prive di organicità, manca una visione di “Riforma” della scuola italiana, che abbia come obiettivo quello di garantire a tutti, al Sud come al Nord, a ricchi e poveri, a migranti e residenti, ai più capaci e ai meno dotati, le stesse opportunità di acquisire nozioni, sviluppare capacità cognitive e di ragionamento critico , di rafforzare autostima e capacità di socializzazione, di rapportarsi all’ambiente in modo corretto,di acquisire flessibilità nell’adattamento a lavori diversificati. Non sono interventi da poco, richiedono da parte degli insegnanti una formazione adeguata: corsi di aggiornamento formativo da concordare con le Università e da tenersi sia in fase di tirocinio degli insegnanti, prima dell’accesso all’insegnamento, sia in itinere, durante tutti gli anni del percorso lavorativo. Temi di sviluppo dovrebbero riguardare argomenti di cultura generale, contenuti curricolari ad indirizzo specifico, nuove tendenze metodologiche e didattiche, modalità di verifica. La riforma della scuola tutta non può prescindere da un riordino dei cicli scolastici.

Un tentativo, mal riuscito,era già stato tentato nel 2000 da Giovanni Berlinguer, allora Ministro della Pubblica Istruzione, con la legge quadro del 10 febbraio, n 30. Credo che la proposta sia da riprendere, rivisitare, farla diventare funzionale alle nuove esigenze della scuola italiana e della società. Una scuola rinnovata apre scenari nuovi di consenso e fiducia nei confronti della stessa; rimuove, nel sentire comune, la dimensione di verticalità che assegna un posto di eccellenza ai licei e relega gli istituti tecnici e di formazione professionale in una marginalità di ripiego. Assegna alla popolazione scolastica ruoli di serie A e ruoli di serie B, impedendo , di fatto, prospettive di sviluppo tecnologico e di collaborazione con le imprese. L’assunzione di responsabilità da parte del Governo è d’obbligo, unitamente agli impegni di spesa.

La qualità della scuola passa dalla rimodulazione dei cicli, dalla qualità delle competenze, dalla revisione dei programmi di studio, dal giusto supporto agli alunni, fin dalla scuola dell’infanzia. I successi personali degli allievi danno serenità alle famiglie e aumentano la stima per gli insegnanti, riportando i rapporti, spesso difficili, alla normalità. I tempi sino stretti per realizzare cambiamenti di sistema fin dal primo semestre del 2021, periodo da cui si vuole far partire la prima tranche dei finanziamenti; ciò che si chiede e avere fin da subito una visione di Scuola , indirizzata verso una “Riforma”, complessiva, seria; non si può sprecare questa occasione epocale e investire soldi a pioggia. E soprattutto, il governo italiano renda giustizia al Sud , per tutto ciò che nel corso degli anni ci è stato tolto o negato, forse nella convinzione che noi, al Sud, siamo figli di un Dio minore.

Libera Falcone
Consiglio Nazionale Mezzogiorno Federato

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