28 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Luglio 2021 alle 08:42:00

foto di Craxi e Berlinguer
Craxi e Berlinguer

Ho letto il bellissimo articolo di Riccardo Pagano che ricorda Enrico Berlinguer nel 37° anniversario della morte. Ho apprezzato nell’articolo di Pagano oltre alla ovvia competenza e lucidità dell’analisi l’equilibrio con cui ha trattato un argomento non facile che tocca un nervo ancora scoperto e molto sensibile della sinistra italiana che riguarda i rapporti Craxi e Berlinguer cioè tra PSI e PCI in un momento cruciale e di snodo della storia italiana. Per questo il mio amico Riccardo mi concederà di esprimere su Berlinguer un parere diverso che deriva da una concezione diversa del socialismo, del togliattismo e del berlinguerismo e da una lettura un po’ diversa di quei fatti.

Lo snodo di cui parlo è quello del confronto tra due modi di intendere il socialismo che si impose sul finire degli anni ’70 tra la politica del compromesso storico ufficializzata nei famosi tre articoli pubblicati su Rinascita e la politica di unità socialista da Craxi lanciata a Rimini. Su Berlinguer come persona il giudizio di Craxi era molto positivo, lo era meno sul piano politico. Ed aveva ragione. Con Berlinguer Craxi non entrò mai in sintonia pur nutrendo per il segretario comunista una profonda stima. Tra i due, sul piano umano personalità completamente differenti, rimase per sempre il gelo di una reciproca naturale diffidenza. La verità è che Craxi e Berlinguer parlavano due lingue diverse perché avevano due storie diverse. Berlinguer era un comunista ottocentesco il quale ancora negli anni settanta non aveva capito che Marx era ormai morto e sepolto e che le strade da percorrere avrebbero dovuto essere altre, quelle della coniugazione dei meriti con i bisogni e della centralità della persona rispetto allo Stato. Berlinguer era una persona seria ma non aveva capito che la borghesia di cui parlavano Marx e poi la terza internazionale non c’era più, che ormai si andavano affermando nel nostro Paese nuovi ceti emergenti, le professioni, gli intellettuali, l’impresa moderna che con il capitalismo ottocentesco e la lotta di classe teorizzata da Marx non c’entrava più nulla.

E questi nuovi ceti esprimevano nuovi interessi e nuovi bisogni. La scommessa era coniugare i bisogni delle classi più fragili e da proteggere con i meriti dei nuovi ceti emergenti non attraverso la contrapposizione tra le classi appartenente alla vecchia logica della lotta di classe ormai mandata in soffitta dalla storia insieme a Marx attraverso una nuova alleanza. Insomma era la nuova scommessa del riformismo rispetto al vetero comunismo. Figlia di questa convinzione era la strategia dell’alternativa socialista e il riformismo forte che proponeva Riccardo Lombardi che doveva passare necessariamente per la politica di Unità socialista tra i due grandi partiti della sinistra che perseguiva Craxi. Sottolineo accanto alla parola unità la parola “socialista” poiché in Europa l’alternativa non poteva che essere a guida socialista. La differenza è sostanziale e i comunisti non l’avrebbero mai condivisa poiché la consideravano un tentativo di annessione. Le preferirono il compromesso storico tra DC e PCI mandando così in soffitta un sogno senza peraltro conseguire l’obiettivo del compromesso storico.

Infatti era del tutto evidente che senza l’unità socialista a guida socialista non saremmo mai diventati socialismo europeo. In Europa infatti e in un Paese europeo occidentale come l’Italia la sinistra non avrebbe potuto mai essere comunista ma socialista poiché i socialisti potevamo esibire la loro storia i comunisti no perchè la loro storia in Europa era impresentabile per i loro rapporti con lo stalinismo. I comunisti avevano capito che se si fosse dato corso all’idea di Craxi sarebbe finita come in Francia dove Mitterrand aveva ridotto al cinque per cento i comunisti di Marchais. I comunisti erano ben consapevoli che inevitabilmente Craxi avrebbe assunto la naturale leadership del progetto. Il Partito socialista era il partito più antico e più moderno insieme. Ai socialisti non interessava abbattere il capitalismo ma combattere la povertà e per loro la persona veniva prima dello Stato. Prima di distribuirla i socialisti volevano crearla la ricchezza. Una visione completamente diversa ed estranea a quella comunista. I comunisti non sarebbero mai diventati socialisti.

Questa era un’illusione dei socialisti alla Lombardi poiché i comunisti non sarebbero stati mai capaci di abiurare al loro passato. Berlinguer non sarebbe stato capace di volare così alto. Era un comunista ottocentesco e culturalmente datato poiché aveva la testa rivolta all’indietro. Il banco su cui si mostrò questa differenza in tutta la sua palmare storica evidenza fu il referendum sui punti della scala mobile. In quell’occasione si saldarono gli interessi tra la visione di capitalismo assistito del grande capitale italiano a cominciare dalla Fiat e da De Benedetti (acerrimi nemici di Craxi) e sinistra comunista post togliattiana che, come correttamente scrive Pagano, non viene superata né mai abiurata da Berlinguer ma interpretata come continuità del togliattismo. Romiti, De Benedetti, Lama, Berlinguer rappresentarono la saldatura tra capitalismo assistito e sinistra comunista, tutti d’accordo contro Craxi e i socialisti. Era inevitabile. Occorreva spezzare quell’omertà di caste apparentemente contrapposte che avrebbe condannato l’Italia a non diventare mai un Paese moderno ed europeo.

Quello che proponevano Craxi e i socialisti era il futuro, il socialismo liberale, il new labour. Quella forzatura era evidentemente troppo avanti ma era necessaria per far uscire i lavoratori dall’isolamento nel quale li aveva cacciati il tabù della lotta di classe. Berlinguer e Lama guardavano al passato, Craxi guardava al futuro. Per questo col referendum hanno tentato di fermare la storia. E hanno perso. Fortunatamente perché i lavoratori si sono mostrati più maturi, moderni lungimiranti di loro. I socialisti hanno combattuto. Craxi ha combattuto per cambiare e per rendere moderno, competitivo ed europeo il nostro Paese, guardava al 2000 mentre i comunisti guardavano al ‘900 ma ha avuto l’ardire di toccare gli interessi di santuari intoccabili. Ed ha pagato. Per questo Craxi era un nemico che andava abbattuto ed eliminato. Lo hanno fatto passare per un fascista, per un nemico dei lavoratori, per un delinquente. Io non dimentico che nei cortei della CGIL venivano impiccati i fantocci di Craxi e nelle feste dell’Unità si serviva la trippa alla Bettino, le vignette di Repubblica di Scalfari e De Benedetti che lo rappresentavano con gli stivaloni e in orbace, e infine le maledette monetine del Raphael organizzate e guidate da fascisti e comunisti. Ghino di Tacco ha condotto la sua battaglia senza sconti o complessi nei confronti di nessuno. Come il signore di Radicofani i socialisti volevano diminuire il potere dei guelfi, difendevano principi di equità, di libertà e di giustizia sociale.

Toglievano ai ricchi. Imponevano una tassa. Nella lotta riequilibrarono le parti. Già ma come accadde ai ghibellini di Ghino di Tacco quegli interessi alleati tra loro hanno fatto passare i socialisti per dei volgari ladroni. Ghino di Tacco dalla sua piccola postazione del colle di Radicofani ha combattuto, sfidato i potenti, li ha fatti tremare, li ha anche umiliati ma non è riuscito a sconfiggerli. Hanno avuto il tempo di organizzarsi e Ghino ha perso. ed ha pagato. E fu tangentopoli una guerra nella quale si sapeva che non ci sarebbero stati feriti, solo morti.

Un duello all’ultimo sangue nel quale chi vince vince chi perde muore. Chi vinse ha salito come D’Alema e Napolitano hanno salito l’uno le scale di Palazzo Chigi, l’altro quelle del Quirinale e chi ha perso è morto definitivamente ed ha preso la via di Hammamet costretto alla fuga, additato al mondo come un ladrone. Con Craxi hanno voluto processare la prima repubblica. Avevano bisogno di dimostrare che in tutti quegli anni l’Italia è stata governata da una banda di criminali dei quali uno, Craxi, era un ladro, un altro, Andreotti, un mafioso e un altro, Forlani, una sorta di minus habens da affidare ai servizi sociali! Quella vicenda sul piano storico ha del paradossale. La saldatura tra sinistra comunista, lobbies mediatiche e potere giudiziario hanno avuto la meglio ed hanno sbaragliato il nemico. I vinti della storia, i comunisti, quelli che a Livorno nel ’21 avevano legato il loro destino all’Unione Sovietica, quelli che sono crollati insieme alle macerie del muro di Berlino, hanno perso nella storia ma hanno vinto nella politica conquistando con la frode giudiziaria il palazzo d’inverno, gli altri, i socialisti, che avevano capito che la parola socialismo senza la parola libertà sarebbe stata una parola vuota hanno vinto nella storia ma hanno perso nella politica e sono stati spazzati via. Missione compiuta. I post comunisti hanno inaugurato la via giudiziaria al socialismo. Questo è il paradosso che rimarrà in piedi fino a quando il fantasma di Hammamet non sarà placato. Ma questa è un’altra storia.

Mario Guadagnolo

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