03 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 22:56:00

Cronaca News

Quegli esami che furono di maturità ma che restano di Stato

foto di Esami di maturità - archivio
Esami di maturità - archivio

Nel mentre l’Università resta negletta, finanziata poco e male e “licealizzata”, tanto nei ritmi degli esami quanto nel colpire la ricerca, è in atto da qualche tempo, e adesso c’è stata una accelerazione, un equivoco tentativo di trasformare le secondarie superiori (i licei, soprattutto) in una specie di caricatura dell’Università.

Mentre l’Università è il luogo non solo della trasmissione dei saperi specifici ma anche della creazione di quei saperi (quindi della ricerca, non solo della didattica, meno mai che dei soli esami), il liceo è il luogo della trasmissione ad ampio raggio dei saperi, perché quelli specifici della professione saranno affrontati in Università; a voler banalizzare, è una scuola che dà una infarinatura di quasi tutte le discipline; in senso meno banale, è una scuola che dà basi culturali ampie, pur se non approfondite, tese a formare intanto un cittadino consapevole, e a far acquisire un metodo che mette in grado di affrontare poi gli studi specialistici. Da qualche tempo, invece, anche i licei si stanno “professionalizzando”, e questo in qualche modo giustifica le doglianze di alcuni studenti (ne ricordo alcuni di un mio corso di giornalismo in un prestigioso liceo scientifico che si lamentavano del Latino, e sotto sotto anche della Filosofia, “io devo fare l’ingegnere, a che mi servono queste materie?”) contro l’ampio spettro di discipline che affrontano. E che invece, a parere mio e di molti studiosi di pedagogia e di Storia della scuola, è molto opportuna.

Da un bel po’ di tempo, gli esami finali dei licei, che si erano chiamati di Maturità (nome molto azzeccato) si chiamano invece in modo scialbo, con rischio di confusioni, semplicemente esami di Stato. Li aveva concepiti Gentile come verifica, hic et nunc, qui e adesso, della preparazione e delle acquisizioni culturali degli studenti. Una valutazione affidata, per garantirne la terzietà, ad una commissione interamente esterna, che giudicava del grado di cultura raggiunto dagli esaminandi. In un certo senso, assomigliava ad un processo, tanto che nel dopoguerra fu introdotta la figura di una sorta di “avvocato difensore” dello studente, il cosiddetto “commissario interno”, che, pur in minoranza, avrebbe potuto rappresentare le istanze del ragazzo eventualmente colto da una crisi. Poi si passò ad una commissione mista, metà di interni e metà di esterni. Infine, rinunciando a qualsiasi terzietà, se non ricorrendo ipocritamente alla figura del solo presidente “esterno”, siamo passati ad una commissione totalmente interna: formata dagli stessi professori che ogni giorno incontrano a scuola quei ragazzi.

All’Università grosso modo funziona così. Non solo. Se fino ad anni non lontani l’esame finale restava una valutazione “qui e adesso”, con prove uguali per tutti in tutta Italia (in base al tipo di istituto), da qualche tempo il voto finale è in larga parte predeterminato dai risultati scolastici conseguiti negli ultimi tre anni. Prima del Covid-19 quei risultati pesavano per il 40%, quelli delle prove d’esame per il 60%. Adesso c’è l’inversione: il 60% del voto è in pratica predeterminato dai voti conseguiti nel triennio. Un po’ come si fa in Università, dove il voto di laurea dipende quasi esclusivamente dalla media aritmetica dei voti conseguiti nel corso degli studi (con una piccola possibilità di aggiungere qualche punto per la tesi). Ancora: fino a non molto tempo fa, la valutazione finale dell’esame era in sessantesimi; voto massimo 60/60. Per giocare alle riforme nominalistiche, si è portato invece il punteggio ai centesimi: adesso il voto massimo è 100/100; e, sempre per operare una scopiazzatura dell’Università, adesso si prevede anche la lode.

Ai tempi dell’esame Sullo (doveva essere e sperimentale e durare due anni, è rimasto in vigore per un trentennio) esisteva la possibilità di presentare una tesina; ma nel giudizio della commissione contava pochissimo. Adesso, causa Covid-19, abbiamo il cosiddetto “elaborato”, assegnato individualmente ad ogni studente, che questi – dopo essersi confrontato con un “tutor” (“che non è un relatore”, si premurano di affermare al ministero) – discuterà in sede d’esame. Da questa tesina partirà il colloquio, senza prove scritte. Come in Università. E torniamo al curriculum dello studente, che sta facendo dannare tanto i ragazzi quanto i docenti ai quali i ragazzi chiedono aiuto per la quantificazione delle ore delle varie attività più o meno extrascolastiche, incluse quelle come i corsi Pon, o le certificazioni linguistiche, informatiche eccetera.

Poi nel curriculum (ci sono scuole che ne hanno ideati anche di aggiuntivi) andranno indicate anche attività extrascolastiche di tipo sportivo, linguistico, musicale ed esperienze di volontariato. Rischiando di creare feroci diseguaglianze, come rileva in una intervista al Sole – 24 Ore una preside di liceo scientifico milanese: “Vorrei capire cosa sia. Dovrebbe contenere ciò che la scuola ha fatto fare ai ragazzi di attività extrascolastiche. Non quello che ha fatto lo studente per sua iniziativa. Altrimenti si finisce con l’avere chi ha fatto lo stage in America perché il papà lo ha pagato e chi ha fatto solo quattro partite di pallone, in un campetto di periferia”.

Osservazioni di una preside, non di un esponente dei centri sociali, sul quotidiano di Confindustria. Infine (ma ci sarebbero molte altre questioni): ma a che diavolo serve un esame così? Invece di aggiungere solo complicazioni burocratiche, senza più terzietà della commissione e senza più hic et nunc, si abbia il coraggio di ritornare, come avveniva prima della riforma Gentile, al semplice scrutinio. Per alcune professioni, se non altro, il passaggio capestro dell’esame di Stato (che spesso serviva più che altro a sfruttare con praticantati non retribuiti i laureati, altra volta costituiva solo un doppione inutile della verifica attraverso i singoli esami e della seduta di laurea) è stato abolito. Farà fede la laurea.

Giuseppe Mazzarino

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