27 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Luglio 2021 alle 13:59:00

foto di Luigi Russo
Luigi Russo

Luigi Russo è stato il mio maestro all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore della stessa città. Con lui mi sono laureato con una tesi sul “Verismo calabrese”, particolarmente su Vincenzo Padula e Nicola Misasi; con lui, nei seminari della Normale, ho lavorato su due argomenti che gli stavano a cuore: sulle “Canzoni patriottiche” di Giacomo Leopardi e sul trattato “Della perfetta poesia” di Ludovico Muratori. Entrambi i due miei lavori di ricerca sono stati pubblicati in riviste di Cultura universitaria. La morte del Maestro, avvenuta nel 1961 (era nato a Delia, in provincia di Caltanissetta nel 1892) fu una gravissima perdita per la Cultura italiana e per noi suoi allievi.

L’Editore Pietro Lacaita, che Russo stimava moltissimo per la sua opera editoriale, volle che raccogliessi le mie considerazioni critiche sulla genialità esegetica del maestro e sulla sua vasta “Humanitas” in un volumetto che ebbe la luce nel 1967 presso la sua casa editrice con prefazione di Tommaso Fiore. La vita culturale di Luigi Russo fu di straordinaria operosità; non c’è angolo della nostra letteratura che non sia stato scandagliato genialmente da lui; non c’è opera letteraria, o classico della nostra civiltà letteraria, che non abbia avuto il suo decisivo commento come quello su “I promessi sposi” o sul “Principe” di Machiavelli, o su “I canti” del Leopardi o sulle “Novelle” del Boccaccio. Noi tutti abbiamo studiato sugli “Scrittori d’Italia” o su “I classici italiani”, la più grande raccolta commentata da Francesco d’Assisi a Gabriele D’Annunzio.

Non c’è angolo della letteratura contemporanea che non abbia avuto il suo profilo storico culturale sulla rivista “Belfagor” che ha avuto vita sotto la direzione del figlio Carlo Ferdinando. E “Belfagor” rimane l’espressione più acuta di un polemismo costruttivo contro ogni stupido conformismo e pressappochismo culturale; conservando la sua divisa progressiva e laica di civiltà umanistica e umana. Ma quale fu la posizione di critico militante del Russo? Egli stesso, nella prefazione alla sua “Storia della letteratura italiana. vol. I Firenze 1956”, scriveva: “Quanto al metodo storico io seguo quello che mi è ormai connaturato da più di un trentennio; cioè a dire, faccio la critica, ma intreccio al tempo stesso una rigida storia della critica sull’argomento in modo che il lettore arrivi alla conclusione dello storico non per brillanti definizioni, ma attraverso una, direi, fatale ricostruzione”.

Russo aveva sul principio della sua eccezionale carriera di critico letterario e di docente universitario, aderito ai metodi critici del Croce e, per alcuni aspetti, a quelli del Gentile, ma progressivamente si era distaccato per una radicata e convinta adesione ad uno storicismo di tipo desanctisiano, alimentato negli ultimi anni da suggestioni ed impulsi gramsciani; mai, tuttavia, del tutto, allontanandosi dalle significative lezioni crociane. Donde quella sua interpretazione etico, politica, oltre che esegetica, degli artisti, poeti e prosatori, massimi e minimi della storia letteraria italiana; quella definizione della “poetica” come “umanità-forma” nella sua espressione di “politica trascendentale”, con la quale Russo, riscattando l’artista da una qualsiasi adesione politica, avviava l’arte, quando tale era, in più spirabili aere, vale a dire, a quella della trascendente politicità per cui ogni poeta o scrittore, al di là della realtà in cui viveva ed operava, si fingeva sempre un suo mondo ideale, un suo sacro Parnaso, e a quello, e solo a quello, conduceva il moto della sua commossa fantasia.

Lui stesso si allontanò da certa politica attivistica allorché si accorse che la sua opera creativa veniva indirizzata verso un “iter” che non gli apparteneva perché per lui l’autonomia dell’Arte era un principio non ricattabile da nessun partito politico. Ma torniamo al critico: anche quando aspramente polemizzò con il Croce a proposito della Divina Commedia, e del Manzoni battendosi per una circolata poesia e del poema dantesco e dei “Promessi Sposi” e negando la netta separazione fra poesia e letteratura, pur tuttavia mi ebbe ad obbiare l’importanza della lezione del Croce sulla formazione critica. Riconobbe, pur nel suo aperto storicismo, che mai si perdesse il valore della poesia, anche se essa era “un fiore che nasceva da un’ecatombe di Storia”.

Dal saggio su “Giovanni Verga” a quello su “Francesco De Sanctis e la cultura napoletana”, dai “Problemi di metodo critico” ai “Ritratti e disegni storici”, dal saggio sul “Carducci senza retorica”, ai “Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli”, Russo tenne fede alla sua rigorosa disciplina di autentico studioso e ricercatore infaticabile della vita culturale italiana. La sua visione critica originale della nostra letteratura, sovente si alimentava di un sano vigore polemista, mai fine a se stesso ma necessario a debellare infiltrazioni di sciocche e vane opinioni che nulla portavano di bene al tessuto culturale, ma ne alimentavano pochezza e stupidità. Nel suo polemismo Russo alimentava la lotta contro avversari indegni di cattedre universitarie ottenute per prebende politiche senza un valido apporto di seria opera esegetica. Egli combattè tutti i “trissottini” della cultura italica e “Belfagor” fu il suo campo agonistico più ardente ed efficace. Meridionalista convinto Russo non trascurò tuttavia ogni apertura all’Italia di quel Nord o fiorentina dalla quale era venuta la storica evoluzione culturale e la civiltà della lettera nel corso di determinati. Una civiltà che Russo seppe intrecciare con la grande cultura magnogreca e latina e siciliana, nonché napoletana. La sua alta virtù morale accompagnò sempre la sua diuturna fatica di studioso. Anche per questo il debito che noi abbiamo contratto con lui è tuttora grandissimo.

Paolo De Stefano

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