02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 17:57:00

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Il mare è profondo, ma il pesce non è infinito

foto di Una tartaruga imbrigliata nelle reti
Una tartaruga imbrigliata nelle reti

“Com’è profondo il mare” cantava Lucio Dalla. Si, lo è davvero. Nella Fossa delle Marianne (Oceano Pacifico settentrionale) raggiunge quasi gli 11 Km di profondità! Tuttavia, le risorse del mare non sono inesauribili e noi l’abbiamo dimenticato. Pensavamo che i pesci avrebbero continuato a riprodursi indipendentemente dal nostro comportamento e che il pesce non sarebbe mai scomparso dalle nostre tavole. Il presupposto era sbagliato poiché le creature marine possono rischiare di estinguersi proprio come quelle terrestri.

Negli ultimi decenni, il consumo dei prodotti ittici a livello mondiale è di molto aumentato. Secondo la FAO, dal 1961 il consumo di pesce è passato dai 9 Kg procapite ai 20; in Italia, si è arrivati addirittura a circa 29 Kg a persona. Per quanto riguarda il tonno rosso, il suo consumo è aumentato addirittura del 1000%. Di conseguenza, la pesca professionale è diventata sempre più invasiva e distruttiva; è il fenomeno che gli ecologi chiamano “overfishing”. Esso è dovuto anche alle “navi fattoria” che raggiungono il centinaio di metri in lunghezza e trasportano reti lunghe anche chilometri che catturano migliaia di tonnellate di pesce ad ogni calata. Su queste navi, inoltre, la lavorazione del pesce inizia subito dopo che le reti vengono issate a bordo. Questo fa sì che non sia più necessario raggiungere il porto alla fine di ogni battuta di pesca.

L’impatto che provoca questo tipo di pesca è quindi enorme. Le specie bersaglio sono predatori di grandi dimensioni, come tonni, pesci spada e merluzzi; diminuendo essi di numero, aumentano le loro prede, come ad esempio le meduse con ripercussioni sugli ecosistemi ma anche sulla stessa pesca. In natura, tutti i fenomeni sono interdipendenti; non dimetichiamolo mai! Ed ecco la necessità di rendere la pesca “sostenibile”, vale a dire meno indiscriminata e meno dannosa, semplicemente più rispettosa delle risorse ittiche. Sotto la pressione di molte organizzazioni ambientaliste, l’Unione Europea nel 2013 ha modificato il Regolamento sulla Politica Comune della Pesca (Reg. 1380/2013/UE), risalente agli anni sessanta del secolo scorso, introducendo due nuovi concetti: quello di pesca sostenibile e quello di acquacoltura sostenibile. Ma, praticamente, cosa significa rendere la pesca sostenibile? Significa dare la possibilità agli esemplari giovanili di pesci, squali, molluschi e crostacei di raggiungere la maturità sessuale e di riprodursi, dando così origine alla nuove generazioni e perpetuando la specie. Significa rispettare gli habitat nei quali vivono anche le specie di importanza commerciale, garantendo quindi il sostentamento alle persone che vivono grazie alla pesca.

La legge italiana è intervenuta su più fronti; esaminiamoli: 1) Obbligo del fermo pesca, che regola la pesca durante i periodi riproduttivi dei principali organismi marini oggetto di commercializzazione. 2) Rispetto delle taglie minime pescabili, elencate per specie ittica; per esempio, l’acciuga non può essere pescata se di lunghezza inferiore ai 9 cm, il branzino se di lunghezza inferiore ai 25 cm. 3) Limiti minimi della larghezza delle maglie delle reti usate, proprio per evitare che vengano pescati esemplari al di sotto della taglia consentita. 4) Pesca a quote, cioè con limiti massimi espressi in kg al giorno. 5) Durata limitata in ore delle battute di pesca. 6) Limiti di profondità e di lontananza dalla costa. 7) Creazione di zone di nursery protette, ossia di aree dove alcune specie vanno regolarmente a deporre le uova e dove è vietata la pesca. 8) Controllo radar delle rotte, in tempo reale, atto ad impedire che i pescherecci vadano nelle zone di nursery. 9) Lotta alla pesca di frodo e illegale. 10) Sistema di sanzioni. Contemporaneamente, la legge italiana, su raccomandazione dell’UE, incentiva l’acquacoltura sostenibile, essendo l’obiettivo mondiale quello di fare in modo che nei prossimi decenni le attività di pesca cessino e le specie ittiche provengano solo dall’acquacoltura.

Facciamo qualche esempio. Ricordate la “frittura di paranza” con i bianchetti (o gianchetti), quei pesciolini piccolissimi? Essi sono il novellame, cioè gli stadi giovanili di pesci come l’acciuga, la sardina, il pagello. Crudi avevano l’aspetto di una massa traslucida di consistenza gelatinosa. Li mangiavamo in gruppi in un solo boccone, comprese la testa, la coda e le lische, poiché erano lunghi appena 2 mm. Ora la pesca del “bianchetto” è rigorosamente vietata (Decreto Ministeriale 225 del 1996). Le suddette misure non sono tuttavia sufficienti poiché, affinchè la pesca sia sostenibile, devono essere evitate anche le “catture accidentali”, cioè quelle di specie non commerciali o protette. I delfini costieri, il cui numero è aumentato negli ultimi anni, sono spesso vittime di catture accidentali. Infatti, per predare il pesce presente nelle reti dei pescherecci, vi restano impigliati, si feriscono con le attrezzature o impattano con i natanti. Al fine di realizzare una convivenza pacifica tra delfini e pescatori, è in corso la sperimentazione di dissuasori sonori, chiamati “pinger”, che saranno installati sulle reti da pesca al fine di tenere lontani i cetacei (progetto LifeDelfi).

Da oltre venti anni è stato anche vietato l’uso delle reti “spadare”, che purtroppo sono ancora utilizzate in maniera fraudolenta. Veri e propri “muri” di rete, alte più di 30 metri e lunghe oltre 10 chilometri, usate per la pesca del pesce spada e del tonno, sono trappole in mare aperto non solo per delfini ma anche per tartarughe, squali e cetacei di grosse dimensioni. E non dobbiamo dimenticare gli uccelli marini, ogni anno la pesca intensiva con le reti a ‘’tramaglio’’ ne uccide ben 400mila. I tramagli sono reti fisse utilizzate in gran parte nella pesca costiera e realizzate in pregiato nylon che le rende invisibili. Gli uccelli marini, mentre inseguono le loro prede sott’acqua, vi rimangono impigliati e annegano. I delfini, confidenti e giocherelloni, sono a noi tarantini particolarmente cari, ma che dire delle bruttine ma tenere tartarughe, vittime spessissimo anch’esse di cattura accidentale? Nell’ambito del progetto TartaLife, per ridurre la mortalità delle tartarughe marine durante le attività di pesca professionale, coinvolgendo direttamente i pescatori, sono stati sperimentati dei sistemi di pesca selettivi come ami circolari, dissuasori luminosi o reti speciali.

Con gli ami circolari diffusi su larga scala, in sostituzione di quelli a J usati nei palangari per la pesca del pescespada, si è ottenuto ben il 30% in meno di catture accidentali e casi di tartarughe catturate con ferite molto meno gravi poiché l’amo circolare rimane superficiale, non genera lesioni profonde e può essere rimosso più facilmente rispetto agli ami tradizionali, che vengono invece ingoiati con esiti spesso letali. Alle reti a strascico è stato applicato un dispositivo che rappresenta una vera e propria uscita di sicurezza per le tartarughe marine. E ancora, sono stati introdotti dei dissuasori luminosi a led che vengono applicati alle reti da posta normalmente utilizzate nella pesca artigianale. I risultati sono entusiasmanti: si sono osservate significative riduzioni di catture e di mortalità dal 30 fino al 100%. Tuttavia, affinché la pesca sia “effettivamente” sostenibile devono essere eliminate anche le cosiddette “reti fantasma”.

Ma cosa sono? Sono le reti e le gabbie per la cattura di crostacei abbandonate in mare. Le reti vagano continuando a pescare e le gabbie diventano trappole mortali per molte specie. E’ stato calcolato che una rete fantasma cattura circa il 5% della quantità di pesce commerciabile mondiale e una sola gabbia può uccidere oltre 1700 individui in un anno. Sono molte le organizzazioni no-profit nate con lo scopo di recuperare tali pericolose trappole, prima fra tutti la “Ghost Fishing”. Nondimeno, il recupero delle reti abbandonate è complicato e costoso e pone il problema del loro smaltimento a recupero avvenuto. Ma come si è arrivati ad un mare pieno di reti fantasma? Per spiegarlo, dobbiamo ritornare alla plastica, croce e delizia degli ultimi due secoli. Fino agli anni 60 del secolo scorso, le reti da pesca erano costruite in materiale biodegradabile (canapa o cotone). Poi furono inventati i materiali sintetici come il nylon, che ha soppiantato quelli vegetali; così le reti restano attive per centinaia di anni. Inoltre, quando le reti si rompono, i frammenti causano la morte degli animali che le confondono per gli organismi marini di cui si cibano. Che fare dunque? Non ci resta che “ritornare al passato” realizzando nuovamente reti in materiale biodegradabile, magari di “ultima generazione”. Quanto a noi, acquistiamo prodotti che si avvalgono della “certificazione di pesca sostenibile” e raccogliamo e smaltiamo correttamente frammenti di reti e gabbie che rinveniamo lungo la costa. Non lo sapremo mai, ma “qualcuno” ci ringrazierà!

Ester Cecere
Primo ricercatore Cnr- Istituto Talassografico Taranto

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