30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 17:43:00

foto di Craxi-Berlinguer: chi era nel giusto?
Craxi-Berlinguer: chi era nel giusto?

Sono socialista dal secolo scorso, dal precedente millennio. Nel mio caso potrei affermare “Lo nacqui!”… Cosa significa esserlo oggi? Spesso ne parlano un proliferare di sigle e di gruppi che prevalentemente rispondono a passione vera, ma qualche volta anche, a vano desiderio di protagonismo che tende a dividere più che unire. Vecchio vizio socialista. Ricerca di purezza che Pietro Nenni definì magistralmente facendolo coincidere con la predisposizione all’ epurazione.

Molti si commuovono, tra nostalgia e dovere della memoria, a vedere un «atto d’amore» verso il loro indimenticato leader. Tutti hanno il diritto di celebrare la propria storia. La “passione” merita rispetto, così come lo merita il loro amore incondizionato verso Enrico Barlinguer. Noi siamo abituati a rispettare il valore dell’affetto, della stima incondizionata, ma soprattutto del ricordo che deve essere mantenuto vivo com’è giusto che sia. Siamo fatti così, e spesso c’illudiamo che gli altri siano fatti come noi. Gradiremmo altrettanto rispetto. Non ci stanchiamo di pretenderlo. Perché la storia non si cancella e noi vorremo che si riprendesse a leggerla con onestà ed obiettività, per rispetto della memoria storica. Il dibattito aperto dall’amico Riccardo Pagano in occasione del trentasettesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer, come ha detto Mario Guadagnolo “tocca un nervo ancora scoperto e molto sensibile della sinistra italiana”.

Quel che ne resta non so quanto sia legittimata a discuterne… Berlinguer, Craxi. Chi era nel giusto? Oggi potremmo discuterne laicamente, prescindendo dagli affetti e dando alla discussione il valore della verità storica, appunto! Dalla parte giusta sulla scala mobile era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte giusta sulla trattativa per salvare la vita di Moro c’era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte “giusta” del riformismo moderno era Craxi, non il partito berlingueriano in cui “riformista” e “socialdemocratico” erano insulti e al massimo, pudicamente e ipocritamente, si poteva dire “riformatore”. Sulle riforme istituzionali dalla parte “giusta” era Craxi, con un po’ di anticipo, non chi gridava al golpe anticostituzionale. Ha continuato a gridarlo, nei confronti di chi ha scelto di cimentarsi con quello che resta un “problema ineludibile”, anche in tempi più recenti… Oggi la storia credo abbia abbondantemente dimostrato che sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri, malgrado le unilateralità e gli strabismi delle “narrazioni” a cui abbiamo assistito. Nell’estate del 1983, c’era stato, con l’incontro alle “Frattocchie”, un tentativo di salvare il salvabile in termini di rapporti politici nella sinistra. I due leader erano apparsi divisi anche dalla loro fisicità: Bettino un “omone sicuro”; Berlinguer esile, curvo, incerto. Né emerse solo una generica disponibilità a difendere le giunte di sinistra. Tutto rimase gelido e formale.

Dello stesso tenore furono di lì a poco le consultazioni per il governo: Berlinguer confermò la dura opposizione del Pci senza alcun accenno alla novità rappresentata dalla presidenza socialista. A febbraio Craxi aveva concluso la revisione del Concordato, ponendosi in relazione diretta con il Vaticano, sullo sfondo di un fastidio “evidente” dei due maggiori partiti. Il segretario della Dc, De Mita, sarà inspiegabilmente assente alla votazione alla Camera in cui si ratificò il trattato con la Santa Sede. Berlinguer si limitò al silenzio. Più o meno negli stessi giorni, il famoso 14 febbraio di San Valentino, Craxi riforma la scala mobile, con una rottura senza precedenti con la Cgil. È in quell’occasione Berlinguer giungerà a parlare di “governo pericoloso per la democrazia”. L’11 maggio del 1984, a Verona si celebrò il 43° congresso del PSI.

Il segretario del PCI fu accolto con una contestazione clamorosa. Fischiato. Enrico Berlinguer rimase seduto. In silenzio. Ostinatamente solo nella tribunetta degli ospiti. Scelse la piazza di Nogara, a pochi chilometri da Verona per rispondere: “Non la considero un’ offesa personale. Anche fischi e urla vanno visti come espressione di stati d’animo che chiunque dovrebbe cercar di capire serenamente, nelle loro diverse motivazioni”. Poi, l’11 giugno, l’improvvisa morte del segretario comunista verrà ad appesantire ulteriormente la situazione. Craxi ai funerali di Berlinguer fu contestato da una folla di quasi due milioni di persone che osannano il “pro tagonismo” del socialismo buono di Sandro Pertini. Craxi ne fu turbato “Non lo accetto”, In mezzo a loro ci sono tanti nostri compagni ed io considero questa gente la mia gente!”. Craxi non poteva immaginare la sorte terribile che lo aspettava. E neppure l’indifferenza, che ancora oggi divide quel che resta del mondo socialista dal Pd, con cui i post-comunisti assistettero alla sua rovina nei primi Anni Novanta, e alla sua morte, nel 2000. Scelse l’esilio. Se fosse rimasto in Italia molto probabilmente non sarebbe giunto al processo… Lui non ricevette aiuti e solidarietà. La sua scelta fu chiarissima e perentoria: “Dillo a quelli là, che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero… Piuttosto muoio qui, in Tunisia…” . Nella sua telefonata da Hammamet a Donato Robilotta, si riferiva al presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Era molto malato.

Per salvarlo, avrebbe dovuto essere curato in Italia. Da tempo, a sua insaputa, erano in corso diversi contatti per provare a farlo rientrare. Si lavorava a un’ipotesi: Craxi sarebbe rientrato a Fiumicino, di lì sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo, restando il tempo necessario, per accettare una domanda di arresti domiciliari, dopodiché sarebbe stato trasferito al San Raffaele di Milano. Non andò così perché fu proprio Craxi a dire no a un rientro “condizionato”. E in quel suo rifiuto c’è tutto l’uomo che conoscemmo. Che a volte contestammo. La debolezza di Bettino fu quella d’intuire una posizione, di assumerla e poi di ritenerne meno urgente e determinante il suo compimento. Forse perché, probabilmente, condizionato dall’urgenza dei problemi politici immediati. Sia chi scrive che Mario Guadagnolo, “craxiani” no lo fummo mai. Lo divenimmo negli anni dell’esilio e della faziosa, quanto ingiusta, narrazione. La nostra cultura politica fu quella della sinistra socialista. Dell’alternativa socialista espressa da Claudio Signorile: la capacità di proporre un’analisi politico/economica del contesto interno, europeo ed internazionale, sulla quale costruire una linea politica, un sistema di alleanze, garantire la realizzazione di un programma, mettendo insieme forze e interessi diversi. Un ragionamento politico e progettuale di medio lungo periodo.

Claudio Signorile “È stato tra i più impegnati nella ricerca di una soluzione politica che salvasse la vita del presidente della Dc. Per questo incontrò più volte esponenti dell’autonomia romana. Nell’intervista a Walter Veltroni racconta la sua convinzione, maturata negli anni. Qualcuno ha accelerato la fine di Moro perché consapevole che la mattina del 9 maggio, alla direzione Dc, Amintore Fanfani avrebbe fatto quell’apertura che le Br, in una telefonata di Moretti alla famiglia Moro, avevano richiesto come condizione per non eseguire l’assassinio dello statista. Signorile aveva convinto nei giorni precedenti Fanfani ed altri esponenti Dc a fare un passo. La solidarietà nazionale non finisce immediatamente dopo quel 9 maggio. Resiste due anni. Perché Berlinguer, che non era un estremista irresponsabile, voleva chiudere il percorso iniziato in quella legislatura. La presenza di Claudio Signorile e della sinistra socialista nella maggioranza poteva scongiurare l’idea di un governo senza il Pci, suggestione che pure si faceva strada.

Berlinguer voleva essere il leader del Pci che completava la legittimazione del suo partito, che apriva la strada alla praticabilità di quella democrazia dell’alternanza che era la sola formula possibile per la governabilità italiana. Non l’alternativa, non la semplice solidarietà nazionale, ma uno schema nel quale Dc e sinistra — che avrebbe regolato all’interno il tema dei rapporti di forza tra socialisti e comunisti — potevano tornare a competere. Il disegno lucido di Moro, “la terza fase”. Per questo la storia del rapimento è finita in quel modo. “Quel progetto, utile per la democrazia italiana, era incompatibile con gli equilibri della Seconda Guerra fredda”. I “ragazzi di Berlinguer”, sul finire degli anni ‘80 non hanno realizzato un proprio autonomo revisionismo che desse il senso di un trapasso culturale e storico dal comunismo italiano alla socialdemocrazia e all’Internazionale Socialista. Ci hanno provato a farlo i miglioristi (Napolitano, Chiaromonte, Macaluso e Ranieri) che non a caso sono sempre stati minoritari nel partito.

Per applicare al Pci, quella che Togliatti chiamava “l’analisi differenziata”, fra i “ragazzi di Berlinguer” ci sono state due opzioni: quella utopica di Achille Occhetto, che puntava a superare il comunismo italiano da sinistra recuperando temi e suggestioni di Pietro Ingrao, e quella, tutta fondata sulla realpolitik di D’Alema, Violante, Veltroni. Il socialismo è un bisogno di civiltà/civilizzazione, non di partito. Il Socialismo, è diventato una civiltà nell’arco temporale bicentenario estendendosi nella dimensione mondiale, rappresentando ovunque i fondamenti essenziali di una volontà di cambiamento, di riforma, di intervento nel presente, avendo memoria del passato e consapevolezza del futuro che si vuole costruire. La convinzione che vi sia la possibilità di dirigere il corso della storia rendendo protagonista il popolo attivo e costruendo una democrazia del lavoro fondata sui principi di solidarietà, giustizia sociale, libertà dal bisogno, eguaglianza delle opportunità. Nella interminabile transizione che stiamo vivendo, questa concezione politica è in declino mentre cresce con forza il ruolo dell’individuo sociale e si afferma il valore federativo nella realizzazione del processo sociale. Nella civiltà del Socialismo si cercano di individuare quali nuove risposte possano essere date alle domande che irrompono da una società in profonda e impetuosa trasformazione. Il pensiero debole di una sinistra senz’anima né progetto, che non riesce a dare risposte, e non è in grado di formulare neppure le giuste domande.

Abbiamo vissuto una lunga stagione di globalizzazione economica finanziaria nella quale la tendenza dominante dal punto di vista culturale è stata il neoliberismo. Siamo entrati ora in una globalizzazione della sopravvivenza nella quale è il Socialismo quasi necessariamente il punto di riferimento culturale ideologico. Quello che è morto è il Socialismo classista, antagonista, autoreferenziale. Quello che sta crescendo è, invece, un Socialismo umanitario, comunitario, che riesce ad esprimersi anche attraverso il civismo delle Comunità, i loro effettivi bisogni e si federano per dare risposte e risolverli, meglio prescindendo dalle logiche di schieramento. È la globalizzazione comunitaria della sopravvivenza sul piano sanitario, sociale, ambientale. E’ il mondo nuovo, cari Riccardo e Mario…

Alfredo Venturini

1 Commento
  1. Donato Galeone 1 mese ago
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    Una ricognizione storica e politica che merita approfondimento con l’occhio più attento alla ricostruzione
    delle libertà politiche e sindacali dei cittadini e dei lavoratori dal 18 aprile 1948. Nella dimensioone nazionale e internazionale verso la ricostruzione di un “umanesimo sociale”.,

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