30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 17:43:00

Cronaca News

Consiglio di Stato: “Manca l’urgenza”, stop all’ordinanza di chiusura

foto di La sede del Consiglio di Stato
La sede del Consiglio di Stato

Il Consiglio di Stato non chiude l’area a caldo. La IV Sezione ha ribaltato la sentenza di primo grado emessa dal Tar di Lecce che aveva giudicato legittima l’ordinanza con la quale il sindaco Rinaldo Melucci aveva ordinato ad ArcelorMittal di individuare gli impianti causa delle emissioni inquinanti e di rimuovere le criticità oppure di spegnerli o sospenderne l’attività entro 60 giorni. Invece, i giudici amministrativi hanno accolto i ricorsi di ArcelorMittal e di Ilva in as (società proprietaria degli impianti) e hanno dichiarato illegittima l’ordinanza del primo cittadino, disponendone l’annullamento. In estrema sintesi, hanno ravvisato la mancanza di un imminente pericolo per la salute dei cittadini.

“Gli eventi emissivi non giustificano l’ordinanza”
L’ordinanza contingibile e urgente n. 15 del 27 febbraio 2020 era stata adottata da Melucci nell’esercizio dei poteri di necessità e urgenza del sindaco a tutela della salute della cittadinanza previsti dal Testo Unico degli Enti Locali in seguito ad alcuni episodi di emissioni di fumi e gas verificatisi rispettivamente ad agosto 2019 e a febbraio 2020. Episodi documentati dalle verifiche ambientali e sanitarie e dalle relazioni dell’Arpa Puglia e dell’Ispra sulla base delle quali il sindaco ha firmato il provvedimento chiedendo all’azienda di adottare provvedimenti o di chiudere gli impianti per evitare il ripetersi di tali episodi. Secondo il Consiglio di Stato, però, il potere di emettere un’ordinanza d’urgenza è stato esercitato in assenza dei presupposti di legge, non emergendo la sussistenza di “fatti, elementi o circostanze tali da evidenziare e provare adeguatamente che il pericolo di reiterazione degli eventi emissivi fosse talmente imminente da giustificare l’ordinanza contingibile e urgente, oppure che il pericolo paventato comportasse un aggravamento della situazione sanitaria in essere nella città di Taranto, tale da dover intervenire senza attendere la realizzazione delle migliorie” degli impianti “secondo la tempistica prefissata”.

Respinta la tesi sull’incompetenza del sindaco ad emanare l’ordinanza
Il Consiglio di Stato ha respinto la tesi delle società ricorrenti secondo la quale deve escludersi ogni spazio di intervento del sindaco in quanto i rimedi predisposti dall’ordinamento, nell’ambito dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.) che disciplina l’attività svolta nello stabilimento, sarebbero idonei a far fronte a qualunque possibile inconveniente. In quanto “in astratto, il sindaco dispone del potere di ordinanza anche in situazioni nelle quali si debba intervenire su impianti sottoposti ad A.I.A”. Però la IV Sezione (presidente Raffaele Greco) ha ritenuto che quel complesso di rimedi (compresi i poteri d’urgenza già attribuiti al Comune dal Testo unico sanitario del 1934, i rimedi connessi all’AIA che prevedono l’intervento del Ministero della transizione ecologica e le norme speciali adottate per l’Ilva dal 2012 in poi) sia tale da limitare il potere di ordinanza del sindaco, già per sua natura “residuale”, alle sole situazioni eccezionali in cui sia comprovata l’inadeguatezza di quei rimedi a fronteggiare particolari e imminenti situazioni di pericolo per la salute pubblica.

In questo caso, inoltre, secondo i giudici amministrativi, potere di ordinanza è stato esercitato “in difetto dei presupposti di necessità e urgenza”. Infine, sempre secondo i giudici della IV Sezione, l’ordinanza è viziata da un “difetto di istruttoria” in quanto “è carente nell’individuazione delle cause che hanno comportato gli eventi emissivi presi in considerazione e che, secondo la tesi del Comune, potrebbero comportare la loro ripetizione”. Secondo il Consiglio di Stato, in sostanza, la stella polare resta l’A.I.A. poiché realizza “il punto di equilibrio fra contrastanti interessi, in particolare fra la salute (art. 32 Costituzione) da cui deriva altresì il diritto all’ambiente salubre, lavoro (art. 4), da cui deriva l’interesse costituzionalmente rilevante al mantenimento dei livelli occupazionali e il dovere delle istituzioni pubbliche di spiegare ogni sforzo in tal senso”. Inoltre, per l’ex Ilva, in considerazione di decreti (salva Ilva) e norme emanati a partire dal 2012, si è creato quello che la sentenza definisce “un vero e proprio ‘diritto singolare’ finalizzato a tenere in considerazione le peculiarità dello stabilimento” e a “fronteggiare le diverse criticità che si sono prospettate nel tempo”.

Il Consiglio di Stato riconosce le problematiche ambientali e sanitarie di Taranto
Nelle motivazioni della decisione, i giudici hanno precisato che “l’accertamento giudiziale doveva concentrarsi unicamente sulla legittimità dell’ordinanza del sindaco senza poter estendersi alle annose e travagliate vicende che hanno interessato lo stabilimento “ex Ilva” (oggetto di un piano di adeguamento adottato in base alla legislazione speciale post 2012, le cui tempistiche sono già state considerate legittime dal Consiglio di Stato con due pareri del 2019). Pertanto, “pur senza negare la grave situazione ambientale e sanitaria da tempo esistente nella città di Taranto, già al centro di vicende giudiziarie penali e di una sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti Umani (relativa però alla precedente gestione dello stabilimento, rispetto alla quale le misure intraprese negli ultimi anni hanno segnato ‘una linea di discontinuità’)”, i giudici amministrativi hanno ritenuto che “nella specie il potere di ordinanza abbia finito per sovrapporsi alle modalità con le quali, ordinariamente, si gestiscono e si fronteggiano le situazioni di inquinamento ambientale e di rischio sanitario, per quegli stabilimenti produttivi abilitati dall’A.I.A.”, non essendosi evidenziato “un pericolo ‘ulteriore’ rispetto a quello ordinariamente collegato allo svolgimento dell’attività produttiva dello stabilimento industriale e gestito attraverso la disciplina dell’A.I.A.”.

Il giudizio sulla sentenza del Tar di Lecce
Pur respingendo l’impostazione di Arcelor- Mittal e Ilva in amministrazione straordinaria (alle quali si sono affiancati Invitalia e il Ministero per la Transizione ecologica) che imputavano al Tar Lecce di aver debordato dal proprio ambito di giudizio, finendo per occuparsi dell’idoneità e adeguatezza delle misure connesse all’AIA anziché della legittimità dell’ordinanza del sindaco (laddove invece la verifica dell’efficacia di tali misure era proprio finalizzata all’accertamento circa la sussistenza o meno dei presupposti per l’intervento del sindaco), “la IV Sezione ha ritenuto che il rigetto del ricorso in primo grado non trovasse conforto neanche nelle risultanze dell’istruttoria svolta dallo stesso Tar, laddove da un lato è emerso che i più recenti episodi emissivi non sono dovuti a difetti strutturali dell’impianto, dall’altro è stata acquisita una congerie di dati a volte non pertinenti e comunque non tali da provare in modo certo l’esistenza di particolari anomalie tali da costituire serio e imminente pericolo per la popolazione”. Anche sotto tale profilo, l’ordinanza, secondo il Consiglio di Stato risulta quindi emessa “senza che vi sia stata un’univoca individuazione delle cause del potenziale pericolo e senza che sia risultata acclarata sufficientemente la probabilità della loro ripetizione”. Quindi, in sostanza, in mancanza di presupposti.

Nel giudizio istituzioni su fronti contrapposti, ora serve il dialogo
Chiusa l’ennesima vicenda giudiziaria, l’unica strada resta quella del dialogo fra istituzioni, azienda e parti sociali. Istituzioni che anche nel giudizio amministrativo si sono divise su due fronti opposti. Col Comune di Taranto, infatti, si è schierata la Regione Puglia. Mentre con l’azienda, per ovvi motivi in quanto partner della multinazionale in Acciaierie d’Italia, si è schierata Invitalia e con essa anche il Ministero per la Transizione ecologica. Due fronti che non possono continuare a rimanere contrapposti e a non dialogare.

Annalisa Latartara

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