02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 17:57:00

Cultura News Storia

L’Umano in Dante passa “all’altra riva”

foto di Dante Alighieri
Dante Alighieri

Con il canto del Purgatorio XXVII, con la salita di Dante al Paradiso terrestre (vv. 109-123), Virgilio, che ha regnato e protetto il poeta fiorentino dal primo dell’Inferno, che con il suo “pupillo” ha superato peccatori e diavoli non benevoli, Virgilio, ora che Dante è alle soglie di un altro mondo, quello paradisiaco, si congeda dal suo “allievo” e le sue parole sono l’immagine di un’anima che, dal peccato, si è redenta alla luce che fra poco sarà beatificata con Beatrice, sempre presente, ora personalmente presente.

Dirà Virgilio che l’anima di Dante è ora “libera, dritta e sana” e concluderà: “Non aspettar mio dir più che mio cenno: / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo sermo: / perch’io te sovra te corona e mitrio”. “Corona e mitrio”, due parole, due forze e politiche e morali: Dante ora è libero da peccati, lui pensatore può, con il suo “velle”, governare se stesso verso “l’ultima salute” che è la visione di Dio. È diventato signore di se stesso; è quale “Sovrano” e “Pontefice”. Per non pochi dantisti Dante è ormai, in sé, ciò che può un sovrano e ciò che può un pontefice: i due “soli” sono in lui; quello terrestre e quello celeste. È Signore di se stesso. Ora Dante può passare “all’altra riva”. Che è la riva paradisiaca. È sempre uomo, è sempre “Humanitas”, ma è il tutto “trascendentale”. Non è più Dante, ma Paolo, può salire come lui al terzo cielo. Con il XXVII canto del Purgatorio si chiude la parte “umana” di Dante, quel Dante che si era commosso sino allo svenimento di fronte a Francesca e Paolo, che si era sentito un discepolo mentre parlava con il suo maestro “Brunetto Latini” che gli aveva insegnato come l’uomo poteva eternarsi, che aveva ascoltato i presentimenti di un padre verso il figlio, vedi Cavalcanti, e che anche aveva avvertito una voce di patrio affetto verso Firenze in Farinata; e così per altri peccatori della Cantica.

Ma anche il Dante del Purgatorio non era stato da meno: di fronte al pagano Catone, che si era ucciso per amore della libertà, ed era ora il traghettatore di anime purificanti dalla foce del Tevere al bianco lido del Purgatorio. E’ quel Dante che aveva esaltato, magari con triste animo, Jacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro e, soprattutto, Pia dei Tolomei. Quest’ultima creatura fragile nella selva di “occhiute politiche rapine”. È il Dante dell’incontro con il giudice Nino Visconti ed è lieto nel non vederlo fra i colpevoli. È il Dante che si ritrova con il pagano-cristiano, Stazio, anche lui poeta. Ora, dopo il XXVII canto del Purgatorio il poeta è libero e redento. Può salire nei cieli paradisiaci, non perderà la sua umanità, ma è ormai “all’altra riva”. Il suo disio, vedere Dio, dovrà essere lo stesso “velle” di Dio verso di Lui. L’ultima immagine è quella di San Bernardo; l’ultima preghiera è quella alla Vergine, l’ultimo anelito è verso Colui che “move il cielo e le altre stelle”. Tutto è concluso: il sacro libro si può chiudere ma per essere subito riaperto. “La Commedia” è sempre, come scrisse il De Sanctis, la Commedia di un’anima, uscita dalle mani di Dio, che in terra deve combattere le sue battaglie e le deve vincere quando esse sono negative”. Ma l’anima si libera dalla sua allegoria e diventa la voce della virtù e della onestà degli avvenimenti. E diventa l’opera massima di Dante quel mondo umanizzato e realizzato che oggi fa parte della letteratura moderna. Ecco perché Dante è sempre con noi; quando non lo è, è perché noi non lo abbiamo letto, né saputo leggere.

Paolo De Stefano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche