04 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Agosto 2021 alle 01:55:00

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Solstizio d’estate: la festa di San Giovanni

foto di San Giovanni
San Giovanni

Nel nostro cammino intrapreso, siamo giunti all’estate, la “stagione” per eccellenza, il periodo del riposo annuale, delle ferie, del mare, del sole e del caldo. Il termine deriva, come sempre, dal latino “aestas, tatis” dal tema di aestus -us «calore » ed identifica la stagione dell’anno, compresa, per l’emisfero boreale, tra il solstizio d’estate (21 giugno) e l’equinozio d’autunno (23 settembre), caratterizzata da temperatura notevolmente più elevata perché il Sole permane un maggior numero di ore sull’orizzonte e perché i raggi solari investono meno obliquamente l’atmosfera terrestre.

Il solstizio d’estate indica il culmine del potere della luce sul buio prima del suo graduale declino così come il solstizio d’inverno indica l’esatto opposto. Nell’iconografia cristiana due uomini importanti capeggiano il giorno direttamente successivo al periodo dei due solstizi: la nascita di Gesù Cristo (il Natale) rappresenta la ripresa della corsa del Sole e la sua rinascita dopo la notte più lunga e inaugura il periodo crescente dell’anno, mentre la natività di San Giovanni Battista si festeggia il 24 giugno, inaugurando la fase decrescente della luce solare nel nostro emisfero. Questa dinamica ricalca quanto avrebbe affermato lo stesso Battista nel Nuovo Testamento:“ Egli deve crescere e io invece diminuire.” (Giovanni 3, 30) Questa rappresentazione ricalca un’antica tradizione celtica che vedeva prodursi ai solstizi la lotta simbolica tra due grandi figure mitologiche: re Quercia, giovane e forte, che governava la fase crescente dell’anno dalla notte del 24 dicembre, e re Agrifoglio, vecchio e saggio, che capeggiava la fase decrescente dalla notte del 24 giugno, chiamata ancora oggi “la notte delle streghe” in ricordo degli antichi riti pagani che si svolgevano durante questa notte magica.

SAN GIOVANNI
Le cerimonie cicliche del solstizio d’estate si concentrano nella festa di San Giovanni, il 24 giugno, ma iniziano il 21, giorno di apertura della stagione estiva astronomica e si concludono il 29, festività dei santi Pietro e Paolo. L’origine e l’interpretazione di questi riti sono abbastanza incerte: potrebbero derivare da un antico culto del sole, giacché nell’antico calendario romano il 24 giugno era indicato come “Solstitium “ o “Lampas” ed infatti nelle regioni europee settentrionali, dove più lenta e tardiva è stata la diffusione del cristianesimo, tale origine legata al sole è rimasta più evidente. Un’altra ipotesi attribuisce ai riti di San Giovanni un carattere di purificazione, prevenzione e propiziazione, legati ovviamente alla terra. In realtà le due ipotesi sono opposte solo in apparenza, giacché il culto solare pagano aveva per certi versi un carattere agrario: le divinità Fortuna e Cerere erano contemporaneamente solari ed agrarie ed inauguravano le opere della mietitura. Lo stesso santo nella sua iconografia è rappresentato tra tronchi di alberi recisi e di nuovo germogliati, a simboleggiare i due temi-contrasto, morte-rinascita, ed è quindi collegato di riflesso ai riti agrari.

Occorre, innanzitutto, fornire qualche notizia su questo santo. Figlio di Zaccaria e di Santa Elisabetta, disse nel deserto fino all’anno 29 d.C., durante l’impero di Tiberio, conducendo una vita ascetica. Poi iniziò la sua predicazione, annunciando al mondo l’imminente arrivo del regno di Dio che la venuta di una Messia, provvedendo a battezzare molti ebrei di che accorrevano presso di lui da ogni parte. Tra questi figurava lo stesso Gesù, che fu battezzato sulle rive del giordano. Aspre polemiche ebbe con gli Ebrei e con i Sadducei che fu in genere molto moralista; per aver rimproverato Erode per il suo rapporto matrimoniale incestuoso e adulterino, fu arrestato e rinchiuso nella fortezza di Macheronte. Dopo alcuni anni fu decapitato per la precisa richiesta di Salomé, figlia di Erodiade. Rimane fondamentale per i riti della festa di San Giovanni il tema principale della purificazione, rappresentato dal fuoco e dall’acqua. In alcune regioni europee e in quasi tutti paesi mediterranei, dalla Grecia al Marocco e all’Algeria, la sera precedente la festa vengono accesi grandi falò intorno ai quali molti giovani trascorrono la vigilia, danzando e cantando; in Francia sempre gruppi di giovani saltano sulle fiamme con la speranza di guarire dalle malattie; nel Baden, per propiziare la crescita delle messi; nel Tirolo e nella piccola Russia, per la crescita del lino.

La bontà del raccolto sarà proporzionale all’altezza del salto. Anche gli animali sono condotti sulla cenere dei falò, per renderli immuni da malattie o incidenti. Nelle campagne intorno Gorizia i fuochi hanno la funzione di scongiurare il cattivo tempo.  In Norvegia i falò avevano un tempo il nome di “fuochi funebri di Balder”: vi si gettavano sopra alcuni funghi (“Baran”) per allontanare gli spiriti maligni (“trole”), che durante la notte, secondo una leggenda locale, uscivano dai monti aggirandosi con poteri eccezionali. Ancora in Germania i giovani usano lanciare dischi di legno infuocati per annunciare il loro fidanzamento. L’altro elemento purificatore è l’acqua dotata di virtù soprannaturali, come il potere di scacciare malefici e malanni. In Sardegna i malati sono immersi nell’acqua del mare o di un fiume, mentre giovani si aspergono il viso o cospargono le loro case con l’acqua dei pozzi. Oltre all’acqua e al fuoco, anche le erbe sono considerate dotate di virtù terapeutiche, come la felice che fiorisce sette volte come simbolo del rinnovarsi della vita e di cui fiore viene utilizzato come amuleto; come, ancora, il vischio con il quale si ricava un decotto particolare chiamato “l’olio di san Giovanni”, che i contadini piemontesi e lombardi usano per curare le eventuali ferite. Molte tradizioni antiche legate ai giorni solstiziali sono così sopravvissute nelle pratiche contadine della nostra penisola, come la raccolta delle 9 erbe magiche da raccogliere a mezzanotte…: l’aglio per la protezione in generale, la felce, come già detto, per aumentare i guadagni, la lavanda per proteggersi da disgrazie e attrarre la fecondità, l’iperico contro il malocchio, l’artemisia per allontanare la negatività, la verbena per favorire la pace, la ruta per portare gioia, l’agnocasto utile contro i morsi di serpenti e altri animali e antiafrodisiaco la ginestra utile nei riti funebri per aiutare l’anima dei defunti a passare nell’Aldilà. In Francia, nella provincia del Bourbonnais, lo stesso decotto, bollito con farina di segale, viene usato per curare le epilessia.

Una significativa cerimonia si svolge in Sardegna, denominata “comparatico di san Giovanni “e che ha come elemento significativo il rapporto fra l’uomo e le erbe: a fine marzo o ai primi di aprile un uomo chiede ad una donna se vuole diventare sua “ comare “; la donna, nel mese di maggio, dopo aver riempito di terra un passo fatto con la corteccia di sughero (chiamato “Erme” o “Nenneri”), dissemina grano, innaffiando ogni giorno con cura l’erba che nel giorno della festività di San Giovanni diventerà un ciuffo folto e rigoglioso. Nello stesso giorno l’uomo e la donna si recano in processione verso la chiesa fuori del villaggio, accompagnati dalla gente del paese, dove i due finti “ sposi “ festeggiano il loro matrimonio con canti e danze. Questa cerimonia riprende un’antica festa fenicia dedicata al dio Adone, introdotta in Sardegna dai Cartaginesi, popolo di origine fenicia: in questa festa veniva esposta la statua del dio morto, nonché un passo di grano appena germogliato, e poi gettato in acqua. Il rito collegato alla fusione curativa delle erbe e al germoglio del grano, che è stato seminato quaranta giorni prima della festa, è in uso anche in altre regioni italiane, come in Sicilia, dove coppie di bambini e bambine, fingendosi compari e comari si scambiano ciocche di capelli annodate, come segno della durata della vita. Ancora in Sardegna le ragazze, sul far del giorno di San Giovanni, traggono l’auspicio del loro eventuale matrimonio, se trovano qualche insetto vicino ad una pianta precedentemente scelta.

Sempre nelle regioni meridionali segni positivi per il futuro si ricavano dal fiore del cardo, collocato la sera precedente in un foro di muro, a seconda che i petali del fiore siano, la mattina del 24, rinverditi o seccati. G.B. Bronzini osserva che le forze magiche e sacrali si concentrano tutte nella notte, e più precisamente a mezzanotte, che è l’ora decisiva per qualsiasi pratica rituale. A mezzanotte si compiono i prodigi, quali le trasformazioni dell’acqua in vino, la rivelazione di tesori nascosti, la fioritura e sfioritura della felce, il parlare dei cavalli, l’uscita delle streghe, ecc., il fatto che durante la notte le erbe e le piante acquistano quegli speciali poteri per cui all’alba faranno guarire o daranno l’atteso pronostico.

LA NOTTE DI IVAN KUPALA
Anche in Russia esistono riti collegati al solstizio d’estate. In particolare va segnalata la cosiddetta “notte di Ivan Kupala” prima festeggiata dal 6 al 7 luglio e poi, secondo il calendario giuliano, dal 23 al 24 giugno. Nel periodo precristiano tali riti erano, come s’è detto, in collegamento con il giorno del solstizio estivo, quando le notti sono le più corte dell’anno, e trova il suo opposto nella festività di Koročun collegata al solstizio d’inverno. La festa era perciò dedicata all’unione del sole e dell’acqua. Come simbolo della festa fu scelto il fiore chiamato “Ivan-da-Maria”. La parte gialla del fiore rappresentava il sole, la parte blu, invece, l’ acqua. E comunque il nome della festività è composto da Ivan, forma slava del nome “Giovanni”, e Kupala, termine slavo collegato al lavarsi in acqua, e quindi concettualmente affine al titolo biblico di “Battista” attribuito a Giovanni. Nella notte di Ivan Kupala si credeva che la terra fosse diventata piena di energia e per questo i “guaritori” durante tutta la notte raccoglievano l’erba curativa, cercando anche la felce fiorita, poiché si crede infatti che la notte di Kupala sia l’unico periodo dell’anno in cui il fiore sboccia e, chi lo trova, sarà felice e prospererà per il resto della sua vita. Facevano un gran fuoco saltandogli sopra e questo rito favoriva la prevenzione di quaranta malattie, curava l’infecondità, aiutava a sposarsi bene. I giovani si lavavano con la rugiada, andavano in sauna, cantavano le canzoni in onore di Kupala, effettuavano balli ed incontravano il sole, ammirando la sua forza. L’acqua (abluzione) e il fuoco (purificazione) erano collegati strettamente nelle feste di Kupala. La festa è considerata l’occasione giusta per incontrare il proprio partner di vita. Le donne si vestono di nastri e fiori, con le teste incoronate da rami di betulla e gli uomini devono cercare di “rubare” le decorazioni e gli ornamenti alle fanciulle. Quando cala la notte, la gente incomincia a ballare attorno al fuoco. Finito il ballo, gli uomini si mettono in fila e le donne toccano le spalle di coloro di cui sono innamorate e scappano, cercando, come s’è detto, la felce.

Stefano Milda
Vice presidente Società “Dante Alighieri” Comitato di Taranto

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