30 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 21:23:00

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Il nostro mare, come tutelarlo

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Il nostro mare, come tutelarlo

Quando si parla di pirati, nel nostro immaginario compaiono immediatamente i protagonisti del ciclo dei pirati della Malesia, la saga di romanzi d’avventura ideati e scritti dal celebre Emilio Salgari. Roba da romanzo, pensiamo. Sbagliamo! I pirati ci sono ancora, anche nei nostri mari. Non depredano i vascelli dei britannici invasori delle loro terre, ma fanno di peggio. Depredano, talvolta causando danni irreversibili, gli ecosistemi marini.

Non si chiamano Sandokan o Yanez ma “bombaroli”, “datterari” e, più in generale, pescatori di frodo. Esaminiamo i loro misfatti e, per quanto ci è possibile, contrastiamoli. Facciamo una necessaria premessa. Cosa si intende per “pesca di frodo”? Con questo termine si designano tutte quelle attività di pesca che non possono essere praticate in quanto illegali, ma attenzione: “distruttivo” e “insostenibile”, non sono sinonimi di “illegale”.

BOMBAROLI
La pesca di frodo con gli esplosivi è una delle pratiche più distruttive per l’ambiente marino; pertanto, essa è proibita dalla Legge n.68 del 22 Maggio 2015, recante “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”. Essa causa moltissimi effetti negativi che incidono pesantemente sulla produttività e, in generale, sul funzionamento degli ecosistemi marini costieri in acque poco profonde.

Primi fra tutti sono il rapido declino della biodiversità ittica e la distruzione del fondo. Non meno gravi sono gli effetti indiretti a lungo termine e che più difficilmente portano al recupero delle condizioni originarie. Essi consistono nella distruzione delle risorse stesse, come il rifugio e l’alimentazione per altri organismi non direttamente coinvolti negli effetti dell’esplosione nonchè la sopravvivenza degli stadi giovanili deputati al reclutamento dei nuovi stock. A seconda della potenza dell’ordigno esplodente, si ha una distruzione pressoché completa dell’habitat e degli organismi in un raggio che può andare da pochi a centinaia di metri. Inoltre, questa pratica di pesca è estremamente poco selettiva; è stato dimostrato, infatti, che all’incirca solo il 3% degli organismi coinvolti nell’esplosione può essere raccolto e venduto. Da tale distruzione non è stato esentato nemmeno il nostro Mar Piccolo! Indagini iniziate nel 2015 hanno portato alla scoperta di un giro di affari che poteva fruttare anche fino a 500 euro al giorno.

Gli indagati, poi condannati per i reati di “inquinamento ambientale” e “disastro ambientale”, usavano esplosivi quali cordite (impiegato anche per la bomba atomica “Little boy”, quella sganciata su Hiroshima durante la seconda guerra mondiale), tritolo ed ANFO (dall’acronimo inglese “Ammonium Nitrate Fuel Oil”, miscele esplosive di grande sicurezza costituite da nitrato d’ammonio, gasolio e altri additivi minori), che nascondevano sotto la pavimentazione in legno e tra le reti lungo la banchina pescherecci di via Cariati. Ai fini della individuazione dei danni causati agli ecosistemi del bacino, i ricercatori del Talassografico furono interpellati dal sostituto procuratore della Procura di Taranto Mariano Buccoliero, che conduceva le indagini.

DATTERARI
E’ di pochi mesi fa la notizia dei severi danni arrecati al 48% delle pareti sottomarine dei faraglioni di Capri. Trattandosi della celeberrima località turistica, la notizia ha fatto molto scalpore in tutta Italia. Tuttavia, anche le “nostre” scogliere di San Vito e Punta Rondinella sono state irrimediabilmente danneggiate da questi pescatori. I datteri di mare, pescati illegalmente, erano rivenduti a pescherie e ristoranti della zona. Poco più di un anno fa, al termine dell’inchiesta, condotta sempre dal sostituto procuratore Mariano Buccoliero, in 46 sono stati accusati di associazione per delinquere aggravata, distruzione e deturpamento di bellezze naturali, inquinamento ambientale, disastro ambientale, violazioni delle norme in materia di pesca e ricettazione.

Ma perché accuse tanto gravi? Il dattero di mare, nome scientifico Lithophaga lithophaga, come dice lo stesso nome, “mangia la roccia” all’interno della quale vive, poiché secerne una sostanza in grado di sciogliere il carbonato di calcio che la compone. Pertan to, per raccogliere i datteri di mare è necessario frantumare la roccia con semplici martelli ma, più spesso, con martelli pneumatici. Si distrugge così in pochi minuti quello che la natura ha costruito in centinaia di anni. I ricercatori del Talassografico e dell’Università del Salento hanno osservato che una porzione di datteri di mare comporta la distruzione di una “mattonella” di costa di 50 x 50 cm, con la devastazione dello strato di roccia superficiale e la rimozione di tutti gli animali e le alghe che la ricoprivano (vale a dire la biocenosi, cioè la comunità, delle coste rocciose) e che erano alla base della “vita della scogliera”.

Questa perdita di biodiversità ha delle irreversibili ripercussioni sulla pesca (le rocce distrutte non attireranno mai più pesci e molluschi in cerca di cibo e riparo) o altre attività economiche (si pensi alla fotografia subacquea). Un tale danno non viene recuperato. Tanto è vero che adesso sono ancora visibili le “cicatrici” dei danni arrecati addirittura nel 1992. Ma perché rischiare tanto effettuando questo tipo di pesca? Il prezzo sul mercato di 1 kg di datteri si aggira intorno ai 50/60 € e può arrivare a 100/200 € durante le festività natalizie.

Al ristorante un piatto di spaghetti con i datteri può essere pagato anche 100 euro! Ecco perché tale pesca è appannaggio di organizzazioni criminali strutturate come quelle dei narcos pronti a difendere la merce di contrabbando e, persino, ad attaccare gli uomini della Guardia Costiera! Come già detto, a seguito dell’introduzione nel Codice Penale dei “Delitti contro l’ambiente”, chi è coinvolto in attività che comportano “un’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema” compie un reato punito con la reclusione da 5 a 15 anni e tuttavia esse non bastano a contrastare questa pesca illegale. Probabilmente, bisognerebbe estendere la denuncia penale anche ai danarosi consumatori; forse, riducendo la “domanda”, calerebbe anche l’ “offerta”.

Va, inoltre, considerato, che questa specie presenta un tasso di accrescimento molto basso che rallenta progressivamente con l’età. I dati scientifici indicano che sono necessari circa tre anni perché un individuo raggiunga appena un centimetro di lunghezza e almeno 15-20 anni affinché arrivi alla taglia minima commercializzabile (5-6 centimetri); pertanto, un dattero impiega almeno 30/35 anni per raggiungere la lunghezza di circa 10-12 cm. Non va inoltre trascurato che la longevità di questi individui fa sì che essi accumulino metalli pesanti in concentrazioni maggiori di altri molluschi, che raggiungono la taglia commerciale in tempi molto più brevi (mitili e vongole). Nei tessuti dei datteri di mare, infatti, sono stati trovati quantitativi di metalli pesanti ben superiori ai limiti fissati dall’Unione Europea e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un motivo in più per non mangiarli!

PESCATORI DI RICCI DI MARE
Anche la pesca di questi echinodermi (parenti delle stelle marine) è severamente regolamentata. Infatti, la normativa consente ai pescatori sportivi la raccolta di 50 ricci al giorno esclusivamente in apnea, mentre per quelli professionisti il massimo giornaliero consentito è di 1000 individui che superino i 7 centimetri di diametro. Tutto ciò, però, al di fuori dei mesi estivi, quando entra in vigore il “fermo biologico”, istituito col Decreto Ministeriale del 12 gennaio 1995, poiché in estate i ricci si riproducono. Queste misure si sono rese necessarie perché i ricci impiegano ben 5 anni per raggiungere i 7 cm di diametro e il loro eccessivo prelievo effettuato negli anni da parte di pescatori professionali e ricreativi sta compromettendo l’esistenza della specie. Pertanto, chi pesca i ricci quando ne è vietata la cattura, fa pesca illegale. Ovviamente, nelle Aree Marine Protette la pesca è sempre vietata anche se in alcune aree protette della Sardegna i ricci sono quasi scomparsi… La raccolta dei ricci, sebbene non sia remunerativa come quella dei datteri di mare, rappresenta comunque un buon business.

Basti pensare che per preparare un piatto di spaghetti al riccio di mare servono almeno 20 ricci. Così, pescatori privi di licenza si immergono e prendono quanti più ricci possibile che poi rivendono direttamente ai ristoranti ad almeno 50 centesimi ciascuno. Nei ristoranti, tale prelibato piatto è presente nei menù anche durante i periodi di fermo biologico. La polpa di riccio, invece, viene conservata in vasetti di vetro, che poi vengono rivenduti a minimo 20- 30 euro l’uno. Ma qual è la specie edule? Si tratta di Paracentrotus lividus, nota come “riccio femmina”, caratterizzata dal colore violetto o marroncino degli aculei. In realtà, noi mangiamo gli organi riproduttivi sia dei maschi sia delle femmine. La specie non commestibile è Arbacia lixula, il cui colore è nero.

PESCATORI SUBACQUEI CON BOMBOLE
Quella della pesca subacquea con le bombole, che sia notturna o diurna, è una delle attività di frodo più frequenti. Molti non lo sanno ma non si può pescare se si usano gli autorespiratori ad aria e non si può praticare pesca subacquea dal tramonto all’alba nemmeno in apnea. Ma noi cosa possiamo fare per combattere questi fenomeni che stanno distruggendo i nostri mari? Molto. Sicuramente non comprare specie catturate in maniera fraudolenta per non alimentare il mercato; evitare ristoranti e negozi che le vendono; fare notare a negozianti, ristoratori e consumatori che non dovrebbero vendere e consumare determinate specie e, soprattutto, denunciare alle autorità competenti.

ESTER CECERE
Primo ricercatore CNR – Istituto Talassografico

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