04 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Agosto 2021 alle 08:57:00

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“La città di Atlantide”: l’arte ambientale secondo Massimo Bignardi

foto di Massimo Bignardi
Massimo Bignardi

Bignardi presenta in questo suo libro, in forme altamente scientifiche, le maggiori sue esperienze di studio, ma anche le migliori esperienze di vita da ricercatore, teorico. Questo libro è infatti un riepilogo della sua “vita operativa”, e talvolta ha il fascino della poesia, perché niente è più poetico che raccontare l’arte. Fatto con una straordinaria ricchezza di particolari, di eventi, di temati-che, di citazioni sempre opportune, di luoghi e persone. Partendo da quel luogo, l’Università, e il Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali dell’Università di Siena. Esplicazione della tematica di fondo, quella dei corsi di “Arte Ambientale e Architettura del paesaggio”.

Una serie di riflessioni, di racconti di esperienze vissute, che par-tono dichiaratamente dall’affermazione di André Breton: “L’opera d’arte ha valore soltanto in quanto sia traversata dai ri-flessi del futuro”. Un imperativo guida per sé e per gli altri. In una con la sottolineatura che condivide con La Pietra, e cioè che “l’arte deve tendere ad agire (meglio: deve agire) sulla vita e qualificare la dimensione comune per costruire un senso (citando Tony Negri). E Bignardi invita a guardare alle risorse più profonde che esprime il territorio in cui operare (in cui l’artista opera). Lo sviluppo del libro affronta, senza mai indietreggiare, il problema, visto con chiarezza da Frank Lloyd Wright, (46) che “la democrazia e l’architettura, se sono organiche, non possono essere due cose separate”. Qui occorre fare intervenire Ugo La Pietra, prefatore del libro.

“È passato del tempo – dice nella premessa del libro ‘La città di Atlantide’, di Bignardi, da quando molti artisti credevano di indi-rizzare il loro messaggio ‘verso la comunità solo perché avevano collocato in una piazza la propria scultura, che fino a ieri qualificavano una galleria d’arte, dando così alla comunità la possibilità di accedere a quella scultura, fino a ieri goduta e posseduta da pochi. // Ancora molto bisognerebbe dire ed operare per far capire che il nuovo lavoro dell’operatore estetico è soprattutto nella decodificazione di tutta una serie di simboli, di luoghi comuni e di situazioni, in cui l’abitudine ha determinato comportamenti rigidi e codificati; tale operazione deve essere sempre tenuta pre-sente nel recupero e nella reinvenzioni degli spazi pubblici.” Ugo La Pietra, nella prefazione. Ma l’ambiente fisico può essere considerato senza le contraddizioni che esistono all’interno della società? – continua giustamente. Per fare un esempio: da più di trent’anni un’enorme popolazione urbana (che va dai sedici ai quarant’anni ed oltre) trascorre molte ore del proprio tempo, dalle diciannove alla quattro del mattino, nello spazio urbano; tante persone che stanno insieme “per stare insieme” (la chiamano movida). Ho scritto molto – è sempre Ugo La Pietra – su questo fenomeno comportamentistico che ho descritto con la frase “viviamo affollate solitudini”.

Un fenomeno che negli ultimi decenni ha modificato il comportamento di una enorme massa di individui urbanizzati, comportamento che ha condizionato lo spazio urbano (facendo crescere in modo esponenziale bar e ristoranti), modificando l’uso dello spazio fino ad arrivare a forme di inquinamento dello spazio abitabile, dall’inquinamento acustico a quello del traffico, eccetera”. Per ritornare subito alla frase di Wright, ed alle affermazioni di Tony Negri, e bisogna acconsentire. La fondamentale tematica che Bignardi presenta anche altrove. Così ecco tanti esempi, e tanti luoghi e persone: “ripensare la città o curarne l’ornamento?” Per esempio, ed ecco il caso del Plateau du Kirschberg a Lussemburgo. Nel capitolo Bignardi cita giustamente Pier Luigi Cervellati, persona a me cara come tanti del libro, come Gillo Dorfles, come Enrico Crispolti, come Vittorio Fagone. Il primo 1969, per salvare i centri storici di Taranto – e Verona e Bologna. Dorfles (con Cirese) per portare avanti questo progetto nel difficoltoso momento del 1976; gli altri amici, per riportare in auge i valori del Premio Taranto che nel 2001 portai nella città di Milano, nella Cattolica, e nella grande mostra alla Galleria d’arte moderna di Gallarate mostrò tutta a sua straordinaria presenza nella vita artistica degli anni cinquanta.

Ed ecco il bel libro di Bignardi: “nei processi di rigenerazione il contributo dell’arte è fondamentale non perché essa incalza processi educativi, ma in quanto rivelazione di identità. E cita il mio carissimo Gillo Dorfles: “Uno dei primi compiti d’un urbanista e d’un designer sarà quello di sviluppare e ricostruire il rapporto tra uomo e ambiente at-traverso una corretta semantizzazione delle strutture ambientali, in modo da ottenere così quella capacità di ‘memorializzazione affettiva’ senza la quale non è possibile neppure innestare un discorso circa il problema delle preferenze individuali comunitarie”. E più avanti ancora Dorfles precisa che “l’assenza d’ogni possibilità o quasi d’una memorializzazione affettiva è dovuta in gran parte all’attuale situazione consumistica della nostra società. Ed il problema dell’interesse del potere di evitare che davvero il popolo possa entrare in una comunità di valore culturale ed artistico. Diceva Salvatore Quasimodo nel suo splendido saggio di saluto e ringraziamento nella prolusione al Premio Nobel, la degradazione del concetto di cultura operata sulle masse che credono così di affacciarsi ai paradisi del sapere non è un fattore politico moderno, ma nuova e più rapida è la tecnica usata per la dispersione multipla dell’uomo.

E parlava nel 1959. Ricordiamo la sua distinzione fra letterati e poeti. I primi sono gli adulatori della cultura, i suoi fanatici incendiari, disponibili perciò all’adulazione, sorella del servilismo verso il potere e il politico. Nei secondi c’è il vero rispetto per l’arte. Ma qui giungiamo alle conclusioni accennando anche alla nostra città. Anzi, vorrei dire, alla Taranto del nostro autore, alla Taranto che Massimo Bignardi indica come presenze e direi modelli. Modelli non lontani da altri prestigiosi. Partendo dall’idea di cantiere, che in vari contesti di operatività ambientale visti nella New York della mostra del 2006; e ancora nella “riproposizione delle piastrelle maiolicate della tradizione campana, come per le sculture di Louise Bourgeois dalle dimensioni incredibili (viste a Londra) o l’intervento carico di tensione nel Castello di Ama di Gaiole in Chianti”.

Non diversamente ecco quella “idea di interno che troviamo nel Peras/Apeiron, (del tarantino Giulio De Mitri (in una masseria storica pugliese, nel Tarantino). Intervento che, suggeriva Dorfles, evidenzia un processo a chi opera nella dimensione ambientale urbana di “memorializzazione affettiva” del luogo, una storica masseria pugliese. Medesima impostazione che fa da guida anche ai progetti utopici, rimasti tali, ideati da Giosé Greco. La cui visione artistica considera le rovine di città vecchia a Taranto (vedi Piazza Castello), che non saranno mai rovine ma purtroppo, ed ecco le sue realizzazioni, macerie. L’arte scopre le verità. Come è verità che “Viviamo affollate solitudini”, titolo della prefazione, e di un celebre libro di La Pietra. Per salire alla domanda centrale del saggio di Bignardi. L’arte segue un evolversi verso il sociale o ancora una volta il politico ha già trovato gli strumenti per svilire un progresso delle persone verso la comprensione dell’arte, dell’estetica, e in particolare quella legata, non può essere diversamente, alla realtà delle nostre città, dei nostri ambienti? La città di Atlantide non è una risposta. È una posizione direi deontologica, che ha l’artista verso il mondo che diremmo “comune”, che è in realtà il destinatario ultimo dell’utilizzo dello spazio e delle esistenze – esigenze – artistiche. Bignardi e la sua coraggiosa analisi ci obbligano a farci riflettere.

Aldo Perrone

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