02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 15:59:00

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Come Taranto si aggiudicò il Congresso della “Dante”

Il Comitato tarantino era stato fondato nel 1902 e nel 1926 ottenne di essere sede dell’evento. Fu anche un omaggio alla neonata Provincia istituita tre anni prima

Il 2021 è l’anno del settecentenario della morte di Dante
Il 2021 è l’anno del settecentenario della morte di Dante Alighieri, avvenuta a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321

Il Comitato di Taranto della Società Dante Alighieri, fondato nel 1902 e che vantava come primo Presidente il conte Roberto d’Ayala Valva, con il coro unanime dei notabili e dei politici del tempo, aveva voluto fortemente e insistito ancor più fortemente presso la sede centrale della Dante affinché Il 31° Congresso nazionale del 1926 si svolgesse qui in città per orgoglio municipale (il “ritorno d’immagine”, come oggi si suol dire) e per dimostrare che la nostra antichissima città aveva meritato tre anni prima la promozione a capoluogo di provincia: il decreto reale numero 911 che istituiva la provincia jonica con Taranto capoluogo era, infatti, del 2 settembre 1923. il Congresso, dunque, avrebbe conferito prestigio a Taranto confermandone l’importanza storica e culturale. “Hoc erat in votis”. La proposta venne accolta e Taranto fu la sede del 31° Congresso della Dante che si svolse dal 22 al 24 ottobre 1926 e che si concluse il giorno dopo a Reggio Calabria, giusto per restare in Magna Grecia.
Vi ricordo la nomenclatura del Comitato tarentino, sfrondando i titoli superflui di ognuno: Presidente era l’avvocato Giovanni Spartera; Vice Presidente il professor Pasquale Ridola, segretario l’avvocato Francesco Minervini, cassiere il professor Domenico Vitti, consiglieri l’onorevole avvocato Leonida Colucci, l’avvocato Ferdinando Perretti, il professor Milziade Magnini, l’avvocato Aurelio Marchi, l’avvocato Innocente Greco, l’avvocato Mauro Galantino e l’avvocato Domenico Mazzilli.
Come già scritto in un precedente articolo del 10 giugno scorso, per l’occasione fu pubblicato dallo stabilimento tipografico Pappacena un Catalogo a cura del Comitato della “Dante Alighieri” di Taranto con un omaggio per i convegnisti: una xilografia del professor Francesco Como riproducente una miniatura di autore ignoto del secolo XIV che ritrae Dante visto di profilo e sormontato da un verso del canto III del Paradiso: “Dritti nel lume della dolce guida”.
Anche la sede centrale era ben disposta e interessata a eleggere Taranto sede dell’importante Congresso, ma aveva dovuto mordere il freno a causa della Grande guerra che aveva interrotto la scadenza annuale del Congresso. Infatti, dopo il messaggio del Presidente nazionale della Dante, l’onorevole Paolo Boselli, “che sente l’anima di Taranto vibrare nell’anima della Dante”, il Vice Presidente nazionale, il senatore Luigi Rava, nell’’italiano alquanto aulico del tempo, ma con onesta retorica e con ancor più oneste sviolinate a Taranto, ai suoi uomini illustri, da Archita a Paisiello, e alle sue bellezze paesaggistiche, pur constatando che le rovine magnogreche a Taranto erano quasi tutte scomparse, scrisse: “La Dante Alighieri adempie ad un caldo suo voto, e convoca a Taranto il XXXI Congresso. Aspettò lunghi anni; è vero; ma l’indugio fu causato dal diritto di Trieste, di Trento, di Zara, di Fiume…che ebbero ben più lunga l’attesa!
Nel rivolgere il pensiero a Taranto è facile ricordare il bel libro, sulla Magna Grecia, dedicato al nostro illustre Fiorelli, scritto da Francesco Lenormant, figlio di quell’archeologo che era venuto giovine in Italia nel 1823, al seguito di Madame Récamier, e forse aveva udita la bella e colta dama ripetere – a Capo Miseno- le calde parole di Corinna, sull’Italia.
Ma è doveroso più ancora ripetere le parole che un patriota italiano, Atto Vannucci, aveva scritto, in un suo dotto libro fino dal 1851, e che poté confermare nel 1871, facendosi allora –fortuna insperata pei libri di soda dottrina- la seconda edizione. E’ lode degna.
Gli antichi descrissero la grandezza e la bellezza di Taranto, la potenza, le virtù civili del suo popolo, l’ingegno alto dei suoi filosofi, e ricordarono l’ombroso Galeso sotto le pinete del quale Virgilio cantò dolcemente di Tirsi e di Dafni.
I nostri vecchi ricordarono la Taranto di Paisiello, che stava per gran parte dove sorgeva la vecchia acropoli, ma non poté serbar nulla delle antiche grandezze, di cui anche le rovine quasi tutte scomparvero. Oggi noi salutiamo la Taranto italiana, che conserva il magnifico golfo e il grandissimo porto, non potuti distruggere né dal tempo né dalla barbarie, e li vede accresciuti e migliorati dal governo dell’Italia unita. Durano a Taranto la ricca natura, le tepide aure, e i ricordi, onde la poesia rese i luoghi immortali, ma si respira nuova aria di forza e di giovinezza.
I soci della Dante, devoti ai consigli dei maestri insigni, verranno ad ammirare con animo commosso quel golfo, incantevole, quando lo illumina il sole; maestoso, sotto il manto della notte stellata; e da quelle rive famose correranno col pensiero alle prossime rovine di Metaponto tra cui giace Pitagora, già amorevolmente ospitato da Taranto, che si onorò pure di accogliere Platone; ricorderanno Archita, che sapeva filosofare e al tempo stesso reggere sapientemente la Repubblica e condurre gli eserciti alla vittoria; vedranno, con la mente, nel porto, il navile tarentino (per la verità, si chiama “navile” un canale della pianura bolognese: il senatore Rava, che era di Ravenna, assegna al canale di Taranto un nome tipicamente bolognese n.d.r.) più grande di quello di tutte le altre città d’Italia; e ritroveranno – nel ricco e mirabile museo- le medaglie, le monete, i monumenti, i ricordi che mostrano la grandezza antica, e insieme i vasi mirabili che illustrano le arti, i giochi, i costumi di quei giorni gloriosi.
Incantati dalla bellezza dei luoghi, ripeteranno i versi di Orazio; ma ammireranno lieti la Taranto nuova, sorta vicino a quella dolce di Paisiello, che dormiva senza affanni; la Taranto pensosa e civile dell’Italia nuova; la Taranto capoluogo degna della Provincia del (sic) Jonio, ricca di opere, gelosa del suo magnifico porto, fiera della sua armata, superba dei suoi figli, che nella grande guerra diedero – sulle Alpi e sul mare- forza, fede e la vita stessa per la Patria nuova e più grande”.
Giuseppe Zaccagnini (forse un avo di Benigno?), che era il Segretario Generale della Dante (ruolo oggi ricoperto dal professor Alessandro Masi), nel suo intervento fa scorgere in controluce le difficoltà economiche (e quando mai!), superate dall’entusiasmo e dalla nobiltà ideale e patriottica che era (ed è) l’anima dell’Associazione: “Chi dà a noi, dà alla Patria” dissero e scrissero nel 1889 agli Italiani i promotori della Dante Alighieri (Carducci, primo Presidente, Fogazzaro, Giuseppe Cesare Abba e la “crème” dei letterati e dei patrioti italiani del tempo, figli del Risorgimento, ndr). E l’affettuoso grido fu sì forte (una citazione dantesca, forse involontaria: …sì forte fu l’affettuoso grido, “Inferno”, V, 87; ndr ) che, da Roma, si propagò rapidamente per tutta la Penisola e oltre i confini della Penisola. Il pensiero di Giacomo Venezian, che condannato e fuoruscito a vent’anni, volontario di guerra a cinquant’anni, suggellava col sangue la sua fede sul Carso, ebbe così principio e compimento; e l’alto nome che Giosuè Carducci imponeva al Sodalizio fu auspicio di redenzione ai fratelli divisi e promessa di assistenza ai fratelli lontani. L’opera della Dante nei suoi trentasei anni di vita (quest’anno sono ben centotrentatré anni di vita, ndr) è stata una lunga e strenua battaglia per l’ideale. I suoi quattro presidenti, Ruggiero Bonghi, Pasquale Villari, Luigi Rava e Paolo Boselli, senza dubbi né ondeggiamenti, ne hanno serbata intatta e servita nobilmente la missione. Paolo Boselli sopratutti (sic) che, dal 1907 ininterrottamente ha governato il Sodalizio, divenuto la creatura prediletta del suo grande spirito animatore. …La Dante non è abbastanza ricca… ma è anche vero che, più che nel “gran nerbo delle ricchezze”, la forza del Sodalizio è stata ed è nel gran soffio di idealità che ne accese e ne avviva la fiamma (parole sante e vere ancora oggi, ndr). La Dante è la dimostrazione di quanto possa tra gli uomini una fede “tenacemente custodita”, e non mai mutata. Ben vengano maggiori consensi e mezzi copiosi; si potrà far più e meglio; ma diciamo subito con orgoglio che la nostra Dante, tale qual fu, tale qual è non ha motivo di guardar con invidia qualsiasi altro Sodalizio italiano e forestiero”.
Così i vertici della Dante. E il Presidente della Dante tarentina? Il Presidente, l’avvocato Giovanni Spartera, tenne bordone a Boselli, Rava e Zaccagnini con slancio patriottico e autentico amor di campanile. Lo vedremo la prossima volta.

Josè Minervini

Presidente della Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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