02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 22:56:00

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Marcello Nitti, il senso romantico della fotografia

A Martina Franca in mostra la prima esposizione italiana dell’artista tarantino

il fotografo Marcello Nitti
Il fotografo Marcello Nitti

“Romantic sense”: un titolo che parrebbe appartenere ad altra epoca e invece è l’attualissima mostra fotografica di Marcello Nitti, artista tarantino che espone (fino all’11 luglio) in un caratteristico angolo del centro storico di Martina Franca, in via Agesilao Milano n.13, nell’elegante allestimento realizzato da Print Me.
Dieci fotografie, una analogica, che offrono la delicatezza di colori gentili, immagini soffuse, ombre tenui e tiepidi bagliori.
Pochi elementi, a volte ripetuti, che Nitti riesce a far uscire dal loro ordinario destino per trasformarli in protagonisti d’arte. Vasi, fiori, reti, lievi tessuti in trasparenza che fanno da quinta e lasciano trasparire orizzonti immaginifici.
Uno spettro di impressioni che si apre grazie ad una magistrale scrittura con la luce.
«Fotografo dal 1985 – racconta Nitti a Tarantobuonasera – ma questa è la mia prima mostra in Italia; in precedenza ho fatto quattro mostre in Svezia, a Stoccolma e a Goteborg. Come assistente archeologo ho fotografato molto per la Soprintendenza: oggetti in oro, argento, bronzo, terrecotte, vetri».
“Romantic sense”: perché questo richiamo al romanticismo?
«Negli ultimi quindici-venti anni abbiamo assistito ad un grande boom del digitale e dei social. Tutti possono scattare fotografie, basta avere uno smartphone. Questo ha permesso di far emergere tanti talenti e tante fotografie interessanti, ma molte di queste fotografie sono dure, violente, c’è molta sofferenza documentata da giornalisti, organizzazioni non governative, associazioni umanitarie. Chiunque insomma può raccontare il dolore, un dolore che ricade in ognuno di noi. Io prendo atto di questa realtà ma voglio esprimermi con tenerezza, con dolcezza, voglio conservare uno sguardo positivo sul mondo. Non parto dalla violenza, ma da una domanda: “Possiamo fare la pace?”. È un approccio differente da quello dei social dove la colpa di qualcosa è sempre dell’altro. Il mio modello è Mandela: 27 anni trascorsi in carcere, ma quando è uscito non ha espresso desideri di vendetta, ha voluto fare la pace».
Nelle tue foto c’è una impronta pittorica. Si dice che se la fotografia somiglia ad un quadro, perde la sua identità. Cosa ne pensi?
«Mi piace la parte romantica e pittorica della fotografia, anche se mi considero un fotografo moderno. Se la fotografia somiglia a un quadro vuol dire che la realtà somiglia a un quadro. Se c’è manipolazione dell’immagine è un conto, ma se la realtà è quella che ce la fa sembrare un quadro allora la bravura del fotografo sta nel cogliere la realtà in quel modo. Mi piace che una fotografia somigli a un quadro, perché vuol dire che sei riuscito a fare della realtà un quadro che lascia sognare».
C’è anche sensualità nelle tue fotografie.
«Nelle foto ci sono simboli. La rete ad esempio è comunemente considerato un simbolo negativo, nelle mie foto invece è un segno di unione, nel senso di “mettere in rete”. È un lento abbandono sensuale, è abbandonarsi al piacere come accade tra due persone quando si abbandonano l’uno all’altro».
C’è un modo per definire la tua tecnica?
«La mia tecnica? Diciamo innanzitutto che non uso photoshop se non per minime regolazioni di luminosità e contrasto. Niente di più di quello che si faceva in camera oscura con la fotografia analogica. Diciamo che non ho una tecnica particolare, ma mi piace lavorare con la luce naturale. A volte per scattare una fotografia aspetto mesi per trovare la luce che voglio».
La tua mostra ospita anche tavole con alcune poesie di Barbara Gortan. C’è affinità tra poesia e fotografia?
«La poesia è una forma d’arte e in quelle poesie ci sono i sentimenti di Barbara Gortan. In questo caso non c’è uno studio tra foto e poesia anche se possono esserci delle assonanze tra alcuni versi e alcune fotografie. È un po’ come viaggiare su binari paralleli e poi incontrarsi in qualche stazione. In futuro però potrei fare delle fotografie ispirate proprio a quei versi di Barbara».

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