02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 15:59:00

Cronaca News

Tra Bonomi e Emiliano la disfida delle cozze

Confronto a distanza tra il Presidente di Confindustria e il Governatore

Carlo Bonomi e Michele Emiliano a confronto
Carlo Bonomi (presidente nazionale di Confindustria) e Michele Emiliano (presidente della Regione Puglia)

Quella del presidente nazionale di Confindustria, Carlo Bonomi, voleva forse essere una boutade. Ma l’argomento – le cozze – è serio, anche perchè non si parla solo di un ‘prodotto identitario’, ma di una risorsa economica di Taranto.

“In nove anni di commissariamento pubblico, continuano a rinviare soluzioni che oggi invece non sono più rinviabili, visto che l’acciaio serve alla seconda manifattura d’Europa e serve anche quello del ciclo integrato a caldo” ha detto il presidente nazionale di Confindustria, Carlo Bonomi appunto, intervenendo a Bari al teatro Piccinni all’assemblea di Confindustria Bari-Bat parlando dell’ex Ilva.”Come vedete – ecco la frase di Bonomi – anche noi non evitiamo di parlare di Taranto, ma ne parliamo con le persone che ci propongono un futuro per Taranto, non con chi ci propone allevamenti di cozze”.

La risposta è arrivata dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano. “Il presidente di Confindustria difende il ciclo integrato, significa l’alimentazione a carbone, ed è una vecchia posizione, legittima dal punto di vista industriale, perchè è chiaro che da un certo punto di vista è meno rischioso continuare a utilizzare il carbone per gli utili aziendali, ma purtroppo è incompatibile con la salute e quindi con la Costituzione”. “La trattativa – ha aggiunto Emiliano – è solo all’inizio”. “Dovremmo quindi trovare, come abbiamo chiarito, un processo che decarbonizzando l’Ilva – ha detto – consenta all’industria italiana di essere competitiva anche rispettando il trattato di Parigi e soprattutto la salute dei miei concittadini, perchè dovranno passare sul mio corpo prima di continuare a massacrare i tarantini: questo non potrà mai più accadere”. E, rispondendo alla domanda dei giornalisti sul riferimento del presidente Bonomi agli allevamenti di cozze, Emiliano ha detto che “evidentemente il presidente Bonomi non conosce approfonditamente il legame che c’è tra i miticultori, che sono tra i principali danneggiati dall’Ilva, e Taranto. E’ assolutamente perdonato. Ovviamente deve però considerare che la diossina dell’Ilva colpisce proprio quegli allevatori che sono un’immagine di Taranto in tutto il mondo”.

Il presidente di Confindustria Bari-Bat, Sergio Fontana, che è anche presidente di Confindustria Puglia, ha chiesto “una politica con la P maiuscola che ci faccia centro dell’Europa”. “Alla politica – ha aggiunto – chiediamo visione accompagnata da una strategia, unita a pianificazione, esecuzione e controllo. Queste sono le cose di cui abbiamo bisogno”. Parlando dei porti del Sud, Fontana ha sostenuto che “Bari, Taranto, Napoli, Gioia Tauro, Palermo, sono sistemi portuali che devono essere sfruttati. Le Zone economiche speciali, le Zes, se connesse ai porti, possono avere un grande ruolo. Molte aziende che avevano delocalizzato, stanno tornando in Puglia”. Però, ha avvertito Fontana, “non ci facciamo illusioni. Sappiamo che a 3 anni dalla loro istituzione, le Zes sono ancora sulla carta. Tra risorse e riforme, la priorità é per noi chiara: chiediamo le riforme e le prime da farsi sono pubblica amministrazione e giustizia”.
Di Taranto, e di Ilva, ha parlato anche il ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, intervenendo al 50° Convegno Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria. “Ho idee molto chiare, fatto il corso della giustizia – considerato che non c’è da chiudere o sospendere – secondo me noi dobbiamo essere molto ambiziosi e fare l’acciaieria più verde d’Europa”. C’è “l’impegno a fare un prodotto di altissima gamma, completamente verde, che sia il migliore in giro, però dobbiamo ricordarci che le industrie europee non devono comprare acciaio fatto in un altro paese che non essendo green costa un quarto”. Servono quindi “accordi internazionali che consentano a questo acciaio verde che consenta a questo acciaio green di essere più appetibile” altrimenti la concorrenza è sleale”.

Il gruppo ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, utilizzerà per le nuove 13 settimane di cassa integrazione la stessa soluzione individuata per la Whirlpool, come riportato da fonti sindacali in un colloquio con l’agenzia Agi dopo il vertice di al Mise, presenti, oltre all’azienda, anche tre ministri: Giancarlo Giorgetti dello Sviluppo economico, Andrea Orlando del Lavoro e Mara Carfagna del Sud. Se il ricorso di Acciaierie d’Italia sarà respinto da Tar Lazio, la batteria 12 resterà ferma, gli impianti a Taranto non ripartiranno, a partire dall’altoforno 4, e la risalita produttiva dell’azienda, che quest’anno calcola di produrre 5 milioni di tonnellate, si complicherà. Al Mise non si è affrontato al tavolo il tema dell’anticipazione del passaggio dello Stato in Acciaierie d’Italia al 60 per cento (oggi invece ha il 38 per cento del capitale e il 50 per cento dei diritti di voto). Giorgetti vuole anticipare la road map ora fissata entro maggio 2022, ma non si è fatto cenno a questo “anche perché aprire il tema, probabilmente avrebbe acceso scintille con l’ad Lucia Morselli”.

Infine, i sindacati hanno chiesto al Governo che sul piano industriale siano coinvolti i territori, e cioè i sindaci, mentre a Roma erano presenti solo i presidenti di Regione. “Non però un confronto insieme ai sindacati, perché gli ambiti di competenza sono diversi, ma con una seduta a parte, coinvolgendo anche Arpa e ministero della Transizione ecologica” è stato suggerito al Governo. In quanto al piano industriale dell’azienda, il Governo, con Giorgetti, ha posto il tema della sua revisione, sia perché è un piano fatto mesi fa e nel frattempo la situazione è cambiata, sia perché bisognerà tenere conto degli aspetti relativi alla transizione ecologica (per una produzione ed un’azienda più sostenibili anche alla luce degli orientamenti europei) e dell’ingresso in cda di Acciaierie d’Italia dello Stato con Franco Bernabé presidente e i consiglieri Stefano Cao e Carlo Mapelli. Inoltre, le 13 settimane di cig serviranno anche a sviluppare il confronto sul piano industriale tra azienda e sindacati, oltrechè a fronteggiare il fatto che l’ex Ilva ha impianti fermi a Taranto, altoforno 4 e acciaieria 1, e che la batteria 12 della cokeria, che alimenta gli altiforni, è per il momento sub judice. Nel senso che bisognerà vedere cosa il Tar Lazio deciderà, nell’udienza di merito, il 21 luglio dopo che Acciaierie d’Italia ha impugnato il decreto del ministro Roberto Cingolani che ha disposto il fermo della batteria entro il 10 luglio perché entro il 30 giugno non sono state ultimate le prescrizioni ambientali fissate dall’Aia.

Dopo il vertice a Roma, Franco Busto, segretario generale della Uil Puglia, ha dichiarato che “Quello che stanno vivendo lo stabilimento ex Ilva e i suoi lavoratori è uno stillicidio insostenibile e inaccettabile. Neanche il passaggio ad Acciaierie Italia ha portato quella chiarezza tanto agognata sul futuro del sito siderurgico più grande d’Europa, anzi si continua a percorrere una strada senza uscita, fatta di piani industriali mai realmente applicati e mai condivisi con le organizzazioni sindacali. Così, anche l’estensione della ciò Covid per 13 settimane diventa una buona notizia a metà, una pezzolina a un buco che ogni giorno che passa diventa una voragine, con migliaia di lavoratori continuano a operare in condizioni di sicurezza a dir poco precarie e senza certezze sul domani, con una sentenza Tar pendente sul funzionamento della batteria 12, per tacere della situazione arcinota delle aziende dell’appalto. Così non si può andare avanti.

Mentre la Regione Puglia parla di riconversione a idrogeno e lo Stato attende sentenze e insediamenti di Cda, uno stabilimento fondamentale per tutta l’industria nazionale lentamente muore. Lo diciamo da tempo: qui non si tratta solo di salvare un sito industriale enorme, ma di chiarirsi su un punto dirimente: lo Stato italiano vuole ancora produrre acciaio o ha già deciso di affidarsi alle importazioni dall’estero? Chi Governa sgombri il campo dagli equivoci: perché se l’intenzione è quella di continuare ad essere competitivi su un mercato miliardario e strategico a livello mondiale, che da solo vale il 2% del Uil nazionale, allora la strada intrapresa è oggettivamente fallimentare e, soprattutto, senza un piano industriale a 360 gradi, ogni iniziativa a breve termine risulterà vana, come accaduto finora. In caso contrario, l’unica alternativa è la chiusura dello stabilimento, quindi qualcuno dovrebbe spiegarci come reimpiegare migliaia di lavoratori, senza però raccontarci ancora favolette come è successo nelle ultime campagne elettorali”.
Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato una giornata di sciopero da tenersi martedì 20 luglio.

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