02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 17:57:00

foto di Discorso di Mussolini dal Palazzo del Governo di Taranto (1934)
Discorso di Mussolini dal Palazzo del Governo di Taranto (1934)

Nella storia del regime. Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino” edito da Scorpione è l’ultima fatica di Guglielmo Matichecchia che con questo libro colma una lacuna negli studi sul fascismo tarantino e lo fa da par suo attraverso una importante e copiosa documentazione che racconta in maniera esaustiva come andò quella vicenda. E Matichecchia lo fa non solo da storico consumato qual è (ricordo il suo bel testo su Federico Di Palma edito anch’esso da Scorpione) ma anche in maniera originale poiché non si limita al racconto puro e semplice, ancorchè documentato, del fatto ma inserisce l’episodio nel più vasto racconto del fascismo nazionale e di quello locale attraverso un percorso originale nel quale avvenimenti nazionali e locali si intrecciano e si ripropongo continuamente.

Per questo il libro di Matichecchia non è solo un testo sull’assassinio di un giovane fascista tarantino ma è tout court un affresco di gran pregio sul fascismo nazionale e tarantino raccontato attraverso una prosa che non ha nulla di accademico e che, anzi, risulta talmente accattivante tanto da tenere alta l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina. Cosa rara e davvero insolita per un libro di storia. Quello di Matichecchia è un percorso a zig zag nel tempo o meglio una sorta di stop and go poiché entra subito in medias res con il racconto dell’episodio Mastronuzzi ma poi torna indietro per raccontare come nasce e come si evolve il primo fascio tarantino e quello nazionale dai suoi inizi con la marcia su Roma fino alla disfatta del ’44.

Quello di Matichecchia non è il tono di un noioso accademico ma il suo testo sembra scritto da un documentarista che propone un docufilm nel quale sullo schermo sfilano i protagonisti e i testimoni che sono la stampa locale e nazionale dell’epoca e gli stessi testimoni presenti al fatto. Matichecchia sull’episodio Mastronuzzi riporta ovviamente le testimonianze dei capi del fascio tarantino, come quella di Nicola De Benedictis, e di personaggi minori come quella di Gino Tarantino che è la più emblematica del clima e della cultura in cui maturò quell’evento. Tarantino è uno dei partecipanti alla spedizione per Crispiano presente anch’egli al fatto ed era proprio a fianco di Mastronuzzi quando questi fu colpito. La testimonianza di Tarantino è la più efficace a rappresentare quel clima perché è intrisa della retorica tutta fascista della bella morte necessaria per creare il mito dell’eroe e martire. Racconta Tarantino di un giovane Mastronuzzi che urla “Sono ferito…sono ferito…Il secco crepito delle armi assassine non cessava; ma non poteva distoglierci: con amorosa cura recammo il compagno sul ponte di pietra. Dalle labbra esangui non sfuggiva un grido, né un lamento, il volto infantile del pallido chiarore, senza una contrazione dolorosa, era bello. Bello e sublime come solo si può essere nell’attimo del martirio glorioso. Sembrava pallido eroe giovanetto delle mille leggende italiche”.

E’ il mito della bella morte dannunziana che i fascisti fanno proprio, quello evocato dal Divino quando commemorando la partenza dei Mille dallo scoglio di Quarto aveva evocato gli eroi ateniesi di Maratona e Micale parlando di “nuda devozione alla morte”. E’ il mito della retorica tutta fascista del “kalos kai agatos”: bellezza, giovinezza, virilità, che consegnano all’eternità, alla gloria, alla conservazione della memoria. E’ il mito di Achille di una vita breve segnata dalla gloria di una morte prematura sul campo di battaglia. Il corpo di Mastronuzzi è bello perché ha fatto una bella morte in nome di ideali fascisti che lo hanno portato al sacrificio di sé. In verità il povero Mastronuzzi non era nulla di tutto questo poiché certamente non voleva né cercava la morte. Su questo Matichecchia dice una cosa vera laddove a pag. 22 esprime la considerazione che il giovane Mastronuzzi, pur appartenendo a quella generazione di arditismo turbolenta e irrequieta sfiorata dalla guerra, “Non ha alcunchè che ne possa fare volutamente un eroe, un martire. Una pallottola verso un insieme di squadristi non indirizzata specificatamente a Mastronuzzi lo uccide casualmente”.

E a sostegno di questa sua convinzione che Mastronuzzi in realtà è un eroe per caso, un martire suo malgrado o come si direbbe oggi un eroe a sua insaputa Matichecchia chiama a conforto il Mario Isnenghi del “Tragico controvoglia” nel quale Isnenghi riferendosi ai fatti tarantini dell’8 maggio del ‘21 parla di “chi, con tale morte viene sottratto all’indistinto, diviene riconoscibile con un volto, una figura e un significato meritevole di onori e di una memoria perdurante nel tempo”. Il “tragico controvoglia” appunto di chi “senza volontà e meriti personali è costretto a recitare la parte del “martire della rivoluzione fascista ….dell’eroico fascista, del possibile modello di giovane eroe in camicia nera.” “Insomma-conclude Matichecchia-“la morte lacrimata e sacra di Mastronuzzi serve per legittimare e rendere credibile la violenza squadrista del fascismo”. I funerali di Mastronuzzi sono degni di un eroe. La salma del giovane avvolta nel tricolore è esposta ai visitatori nella chiesa del Carmine, la città viene tappezzata di manifesti listati a lutto fatti affiggere dalle organizzazioni fasciste e dal Sindaco Pasquale Delli Ponti, il gonfalone del Comune con le guardie municipali in grande uniforme, l’arcivescovo mons. Mazzella che benedice solennemente la salma. La stampa dell’epoca, locale e nazionale, riferisce che ci fu “una grande partecipazione di popolo”.

Nel processo che si tiene subito dopo la magistratura sposa la tesi della responsabilità dei comunisti nella morte del giovane Mastronuzzi e condanna Francesco Caricato, Antonio Cosa, Giovanni Cosa, Pietro Paolo Cosa, Stefano Di Maso, Giacomo Latanza e Giuseppe Lombardi tutti comunisti a 10 anni, 9 mesi e tre giorni di reclusione, due anni di sorveglianza e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il 20 giugno 1921 il Consiglio comunale sancirà in una delibera la versione ufficiale della magistratura “il giorno 8 maggio u.s. lo studente fascista Domenico Mastronuzzi venne barbaramente ucciso da sicari comunisti”. Successivamente lo stesso Consiglio comunale deciderà di intitolare l’attuale piazza Archita a Domenico Mastronuzzi. Negli anni successivi per tutta la durata del regime l’8 maggio di ogni anno si svolgeranno le celebrazioni in ricordo del “giovane studente fascista Domenico Mastronuzzi barbaramente ucciso da sicari comunisti”. Fin qui la vicenda Mastronuzzi.

Ma ecco che col secondo capitolo Matichecchia dà luogo al primo degli stop and go di cui parlavo prima. Facendo un passo indietro l’autore racconta la Taranto prefascista e ricostruisce minuziosamente il clima di tensione, gli scontri con i rossi, i fatti del ’19-21 legati alla crisi economica e sociale che risente della crisi postbellica, la complicità e l’accondiscendenza delle classi borghesi e dello Stato fino all’imporsi anche a Taranto del regime. A Taranto, a differenza di quanto accade a livello nazionale, il fascismo atterra senza particolari traumi anzi accompagnato da manifestazioni di consenso (anche della Chiesa) che permettono il passaggio dal vecchio al nuovo sistema in maniera indolore. Il 20 novembre 1920 viene eletto sindaco Pasquale Delli Ponti esponente della vecchia classe dirigente cittadina liberale che governerà fino al 18 ottobre del 22 quando cederà il suo scranno al Sindaco Giovanni Spartera il quale, ripescato dal regime, sarà nominato primo podestà di Taranto dell’era fascista. Anche a Taranto quindi come nelle altre parti d’Italia il fascismo si afferma attraverso il consenso della piccola e media borghesia impiegatizia e delle professioni, di militari, reduci, ex arditi fiumani e con la tacita complicità delle autorità di polizia che chiudono volentieri un occhio sulle imprese dei fascisti locali contro le sedi dei partiti della sinistra.

Lo stop and go continua riprendendo, dopo la narrazione dei fatti tarantini, quella dei fatti nazionali, l’avventura di Fiume e i suoi legami con l’arditismo tarantino del quale sono partecipi lo stesso Mastronuzzi, Nicola De Benedictis, Augusto Bassi, Giuseppe Borsari e Raffaele e tanti altri che Matichecchia elenca puntualmente, la marcia su Roma, le elezioni amministrative del 1920 a Taranto e l’affermazione del Fascio costituzionale in cui confluiscono la Pro Taranto e la Democratica dei soliti noti che da esponenti della vecchia classe liberale si apprestano a diventare trasformisticamente esponenti del nuovo regime, l’affermarsi a livello nazionale del nuovo regime con Mussolini al governo del Paese, l’impero, fino al baratro della guerra e al crollo finale. Ma questa è un’altra storia, quella triste di un regime che ha portato l’Italia al disastro della guerra e alle migliaia e migliaia di italiani morti sui campi di battaglia in Africa e in Russia che probabilmente non sapevano neanche perché si trovassero in quei luoghi.

Mario Guadagnolo

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