03 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 22:56:00

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Lo sport come cultura della mente e del fisico umano

FOTO DI Atleti del mondo classico
Atleti del mondo classico

Caro direttore, ho sempre tenuto in gran conto, e, a volte, privilegio, lo sport: lo sport nelle sue diverse e valorose interpretazioni. Lo sport, comunque, come “cultura” della mente e del fisico umano. Parlo ovviamente, data la mia “forma mentis”, dello sport o dei giochi ginnici praticati nel mondo classico; e non dimentichiamo che da Olimpia, città dell’antica madre greca, vennero e sono i giochi olimpici; e la bandiera greca apre le manifestazioni sportive dette olimpiche. La corona di alloro o il sacro ad Apollo mirto, era il segno della vittoria e, per essere in campo magno-greco, ne sa qualcosa il medico e ginnasiarca Icco di Taranto. I romani ebbero i “ludi circensi” e fra di essi non mancavano le competizioni sportive, fra le quali la “corsa” che l’auriga conduceva fra altri cavalli e cavalieri.

Ma negli anfiteatri si praticavano altre manifestazioni fra le quali il lancio del disco e il giavellotto. Pascoli, nei suoi “Poemi conviviali” esaltò la figura di un altro medico e ginnasiarca, un certo Panthide, padre di cinque figli, ma tenace assertore dello sport nautico. “E il mare eterno, il mare /, alterno, a spiaggia, sospinge l’ondate/, li ricoglieva, così tra il canto e il pianto/“. Ma Panthide andava, col cuore che gli batteva forte, andava a gloria, a gloria anche dei suoi figli, per non lasciarli “senza lode in terra”. Amore del mare, manta e, al tempo stesso, atleta sul mare. Il mare come cultura del vivere, anche se del soffrire, ma, alla fine, vincitore sul mare. Lo sport, qualunque sport, era “Cultura”, era intelligenza, era vittoria del bene sul male della vita. Era l’alloro e il merito sacri ad Apollo e Minerva. Secoli dopo, un poeta, il più lontano dalle competizioni sportive, ma il più vicino allo sport come “Risorgimento” della patria dall’oppressione nemica, fu Giacomo Leopardi. Leopardi scrisse canzoni patriottiche: oltre “All’Italia”, ad “Angelo Mai”. “Sopra il monumento di Dante” e, infine, “Ad un vincitore nel pallone”. Il vincitore nel pallone ovale era un certo Carlo Didimi di Treya; di nobile famiglia, che acquistò celebrità nello sport del pallone fra competitori anche ben istruiti.

Ma quella vittoria sportiva fu per il Leopardi auspicio ad una vittoria più grande: la libertà italiana contro l’oppressore straniero. Aveva scritto nello “Zibaldone” (Vol. I,pag. 226): la salvaguardia della libertà delle nazioni non è la filosofia, ma sono le virtù, le illusioni, l’entusiasmo; gli esercizi con cui gli antichi si procacciavano il vigore del corpo non erano solo utili alla guerra, ma erano quelle cose che cagionavano la grandezza e l’egoismo delle nazioni. Al giovane vincitore Leopardi rivolgeva questi versi: “Te rigoglioso dell’età novella/ oggi la patria cara/ gli antichi esempi a rinnovar prepara/… Nostra vita a che val? Solo a spregiarla: beata allor che nei perigli avvolta,/ se stessa oblia”. Per Leopardi quel vincitore nel pallone doveva esser segno e di futuro destino d’Italia nella indipendenza e libertà. Ma si intende, ad un patto: nessun commercio, nessuna prepotenza nello sport. Sport come libero conseguimento di valori morali ed etici; sport come esempio per i giovani di intatte virtù e di sacrificio al lume della patria e dell’umanità.

Paolo De Stefano

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