27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 18:44:00

foto di “La creazione” (foto: Clarissa Lapolla)
“La creazione” (foto: Clarissa Lapolla)

Sfidando pandemia e cattivo tempo, si è inaugurata sabato scorso la 47ª edizione del Festival della Valle d’Itria con La Creazione di Franz Joseph Haydn nel cortile del Palazzo Ducale. Haydn fa da cerniera tra Barocco e Romanticismo centroeuropeo. Bach ed Händel infatti si trovavano al vertice della loro carriera quando Haydn arriva a questo mondo, quando muore invece, Weber e Beethoven iniziavano a riscuotere i loro primi successi.

Conosciuto come l’uomo più buono della storia della musica, Haydn fu uno dei più prolifici compositori del suo tempo scrivendo tra le cose a noi pervenute: centoquattro sinfonie, ottantatre quartetti per archi, sessanta suonate per piano, ventidue opere, dodici messe, otto fra cantate e oratori. Tra questi Die Schöpfung (La Creazione), il titolo originale di un oratorio in tre parti per soli, coro e orchestra che è quello presentato a Martina in una nuova versione in italiano rivista da Filippo Del Corno a distanza di trentatré anni dalla traduzione realizzata dal padre, il grecista Dario Del Corno. Si tratta di una versione che ha permesso la piena fruibilità del testo al pubblico nostrano dando una seconda vita ad un’opera sin ora ascoltata prevalentemente in inglese o tedesco. Il libretto veniva proiettato su entrambi i laterali del palcoscenico. La scena di Tiziano Santi che appare allo spettatore è un grande piano inclinato nero con fondo pure nero, nel cui centro domina un grande uovo simbolo della vita che sta per irrompere in questa oscurità.

Ai laterali due grandi parallelepipedi estensione della scena dietro le cui grate vi è, sospeso e nascosto come in un matroneo paleocristiano, il Coro Ghislieri del Centro di Musica Antica della Fondazione Ghislieri di Pavia, presente nei momenti più solenni dell’oratorio, davvero apprezzabile specie nel finale ove ha fatto da sfondo allo splendido duetto tra Adamo ed Eva “Dolce sposo/Cara sposa”. Subito dopo l’overture l’uovo si apre, al suo interno lo stesso Dio vestito di bianco che con la sua luce inonda tutta la scena. Si tratta di un essere androgino che vuol distaccarsi dell’iconografia occidentale del vecchio barbuto per rivestirne una nuova meno caratterizzata e più vicina ad un modello di astratta perfezione. Inizia così il racconto della creazione che si svilupperà lungo sei giorni nei quali, i tre arcangeli Gabriele, Raffaele e Uriele danno voce alla volontà di Dio nel creare la terra, le acque, la vegetazione, la fauna e tutto il firmamento.

I tre arcangeli ben assortiti nelle loro vocalità erano impersonati da Rosalia Cid (Gabriele), soprano aulico nell’intonazione e agilissimo nel fraseggio, Alessio Arduini (Raffaele), baritono dalla voce matura e ben modulata e Vassily Solodkyy (Uriele) dalla voce tenorile ancora molto chiara. Sobri ma nello stesso tempo eleganti i costumi di costumi Gianluca Falaschi e Gianmaria Sposito. Al regista Fabio Ceresa è stato sicuramente affidato il compito più arduo, ossia quello di dar forma e azione ad un tema che era stato pensa to per essere reso solamente in musica. Il suo tocco di genio è stato far corrispondere ad ogni giornata della creazione una delle arti liberali. Ecco che allora, allegoricamente architettura, poesia, musica, danza, pittura, scultura, rappresentano quei contenuti con i quali il Creatore ha arricchito la sua creatura per consentirgli di vivere una esistenza autonoma e felice. Per questo al sesto giorno quel Dio scompare rendendo protagonisti della scena ad Adamo ed Eva, primigenia coppia impersonata dai bravi Jan Antem (baritono) e Sabrina Sanza (soprano).

È a questa coppia eterosessuale che viene affidata la maternità perchè è la natura stessa e la biologia a dirci che è solo questa che può procreare, ad essa infatti viene affidato un nuovo piccolo uovo da cui Dio rinascerà, ciò non toglie però che queste “uova” così come rappresentato plasticamente possano essere donate anche ad altre famiglie diverse che non per questo ameranno meno la vita che gli è stata donata. Nel coro finale si dice “Ogni voce canti Dio”, cioè ognuno secondo il suo gusto, secondo la sua cultura ma alla fine dietro c’è un’unica sostanza che possiamo vedere come divina o anche profondamente umana perchè Dio ha creato l’uomo e viceversa. Le rappresentazioni di Dio che si sono succedute nei secoli prima e su questo palcoscenico poi sono il frutto delle nostre culture bisognose di afferrare l’inafferrabile, non ce n’è una sbagliata ma sono tutte valide allo stesso modo nel momento in cui si considera che sono tutte sovrastrutture culturali stratificate su di una realtà che è trascendente ed inafferrabile. Per questo anche Gesù, avendo giocato un ruolo fondamentale con il Cristianesimo in Occidente, viene rappresentato per più tempo al termine di una carrellata di leader religiosi che si sono succeduti nella storia, ma anche lui si spoglia della corona di spine e della croce per recuperare quell’aspetto androgino del principio, grandezza irriducibile in nessuna concezione teologica.

Una regia nel complesso sintetica e dalla chiarezza cristallina. La bacchetta di Fabio Luisi alla guida dell’Orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari ha saputo rendere quell’atmosfera intrisa di soprannaturalità dalla quale emergeva prepotente l’inquietudine del Creatore di dar vita alla sua creatura: la terra e i suoi abitanti, prima guidando il gioco di fiati, poi innestando sapientemente quello degli archi che dava maggior corpo al progetto divino. Gli otto danzatori della Fattoria Vittadini, onnipresenti sulla scena, hanno saputo accompagnare con le loro coreografie ciascuna fase della creazione, costruendo con precisione geometrica quadri plastici di rara bellezza. Nel complesso uno spettacolo che assolutamente convince per la sua grande eleganza, razionalità e gusto estetico. Lunghi e calorosi applausi per tutti al termine dello spettacolo. Imperdibili le ultime due repliche il 23 e il 31 luglio.

Daniele Lo Cascio

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