06 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 06 Agosto 2021 alle 00:03:00

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Fulvio Filo Schiavoni riedita il suo fortunato libro

foto di Fulvio Filo Schiavoni riedita il suo fortunato libro
Fulvio Filo Schiavoni riedita il suo fortunato libro

A distanza di nove anni, esattamente il 2012, Fulvio Filo Schiavoni riedita in bella veste tipografica il suo fortunato libro “Il cavallo farcinoso”, sottotitolo “Processo per la morte di un trappetaro nella Manduria di fine ‘800”, prefazione di Gianni Iacovelli e postfazione di Giancarlo Valente, per i tipi di Filo editore.

L’autore, Fulvio Filo, è personaggio manduriano di rilievo, colto e ricco di interessi culturali, nonché imprenditore e editore vivace, per 25 anni presidente del Consorzio Produttori vini del Primitivo, ha portato in alto la struttura vinicola rilanciando il primitivo, fiore all’occhiello del nostro territorio, sia a livello nazionale che internazionale, creando il Museo della civiltà contadina nell’ipogeo della cantina, dando vita alla rivista Alceo Salentino e, grazie ad un validissimo staff di collaboratori, organizzando incontri ed iniziative di ampio respiro sia sul piano culturale che tecnico-scientifico, che hanno arricchito senz’ ombra di dubbio la vita socio-economica e culturale di Manduria. L’anno scorso ha ritenuto concluso il suo mandato uscendo di carica ma la sua impronta resterà senza ombra di dubbio nella storia del Consorzio e della cittadina messapica. Da sempre innamorato della storia del territorio e della sua Manduria, nonché membro della Società di Storia Patria per la Puglia, ha dato alle stampe interessanti volumi di carattere storico, svolgendo attività di ricerca presso l’ Archivio di stato, le biblioteche pubbliche e private, gli archivi notarili, etc. mostrando il fiuto del ‘cane da tartufo’ alla ricerca di notizie rare, inediti preziosi, pagine dimenticate.

La storia e gli sviluppi giudiziari Quella del cavallo farcinoso è una storia intrigante, che coinvolge uomini e cose della Manduria di fine Ottocento (1896-98) e disegna uno spaccato sociale, economico, culturale e sanitario di grande interesse. L’episodio che dà vita alla narrazione, condotta con mano sapiente da Fulvio Filo, riguarda la morte di un frantoiano locale, un trappetaro, un certo Santo Perrucci, colpito da una malattia poco nota, il fàrcino, da cui era affetto un cavallo utilizzato nella macina del frantoio. Il proprietario, don Vincenzo Filotico, ricco proprietario terriero, nonché padrone di Palazzo Imperiali (collocato al centro del paese), e di diverse masserie sparse nell’ agro, gioca un ruolo di primo piano nella vicenda in quanto proprietario del frantoio e responsabile delle condizioni di vita e di sicurezza dei lavoratori al suo servizio. Tra l’altro, oltre al Perrucci, resterà contagiato un secondo trappetaro, tale Gregorio Renna che, tuttavia, riuscirà a scamparla. Altro personaggio di rilievo è il medico veterinario dott. Schiavoni, legato da rapporti di parentela con il Filotico e chiamato in causa per la diagnosi e terapia della malattia.

Quello che si sviluppa è un vero e proprio gioco ad incastro, qualcuno direbbe un giallo o un noir, in quanto ad un certo punto, quando le cose precipiteranno, i due personaggi richiamati, il Filotico e lo Schiavoni, cercheranno di difendere le proprie posizioni e di scaricare sull’altro le responsabilità del dramma. Ma, al di là degli aspetti penali, che pure nella vicenda hanno un indiscutibile peso, devo osservare che emergono con nitida chiarezza le condizioni di vita disumana dei trappetari, costretti a turni di lavoro massacranti, rifocillati con un vitto del tutto insufficiente e in promiscuità con gli animali, e in condizioni igienico-sanitarie tristissime. Sullo sfondo una Manduria dalla struttura socio-economica sostanzialmente statica ma dove incominciavano a manifestarsi i primi sussulti politici provocati dall’azione dei socialisti e delle leghe contadine e la disoccupazione andava crescendo e indebolendo il tessuto sociale. Quanto al farcino, bisogna dire che la scienza medica era all’epoca in ritardo e non aveva ancora ben definito la sintomatologia e le caratteristiche della malattia e neppure vi era certezza circa la sua possibile trasmissione dagli animali alle persone.

Supportato dal parere del veterinario dott. Schiavoni, il quale aveva dato qualche avvertenza generica circa il pericolo incombente, il Filotico aveva continuato a far lavorare il cavallo nel frantoio, benché avesse manifestato forte colanaso, tosse, debolezza e ulcerazioni a vari organi, e non aveva tenuto a distanza dall’ animale i frantoiani. Mala fede, insipienza, calcolo del Filotico? Non è facile dare una risposta. Sta di fatto che il Perrucci si era ammalato e dopo un po’ di tempo aveva tirato le cuoia, lasciando la moglie e la famiglia in uno stato di indigenza. La moglie del Perrucci a questo punto, spalleggiata da qualche amico ben informato, intentò causa al padrone e altrettanto fece il Renna. Seguono dei capitoli che ci mettono al corrente degli sviluppi giudiziari della vicenda con discesa in campo di avvocati e di medici per dipanare l’intricata matassa. Il Tribunale di Taranto condannò in prima istanza sia il Filotico che lo Schiavoni alla detenzione, ma la Corte di Trani subito dopo ribaltò la sentenza, tanto più che le parti offese si ritirarono dal processo (si suppone dietro ‘congruo’ risarcimento).

Questo in breve il ‘sugo’ della storia, ma il libro, che si lascia leggere tutto d’ un fiato grazie alla salda costruzione d’insieme e alla incisiva prosa dell’ autore, ci fa scoprire un mondo oggi lontano per le mutate condizioni socioeconomiche, sanitarie e culturali, ma non facilmente dimenticabile. Il Filotico finì malinconicamente la sua vita e un’ ombra di mistero avvolge ancora la storia, densa di incognite e di incertezze. In definitiva, si potrebbe dire che la ricca borghesia vinse la partita ma, a mio giudizio, la perse di fronte al tribunale della Storia, un tribunale non addomesticabile né condizionabile, ma che sa restituire la verità se solo si abbiano la competenza e la pazienza di cercare fino in fondo, sine ira et studio (come diceva il grande Tacito).

Alberto Altamura

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