20 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Settembre 2021 alle 21:58:00

Cronaca News

Nel cervello del bambino metalli dell’ex Ilva: i genitori di Lorenzo chiedono 25 milioni

foto di L'ex Ilva di Taranto
L'ex Ilva di Taranto

Venticinque milioni di euro è il conto pesantissimo presentato agli ex vertici dell’Ilva dai familiari del piccolo Lorenzo, morto a 5 anni per un tumore al cervello. Nell’udienza preliminare tenutasi il 22 luglio, i genitori del bambino e il fratello di 13 anni, costituitisi parte civile tramite gli avvocati Leonardo Laporta e Ladislao Massari, hanno depositato la richiesta di risarcimento danni. Ognuno di essi ha chiesto 5 milioni di euro a testa, più altri 10 milioni quale risarcimento del danno direttamente subito da Lorenzo per le sofferenze patite nei suoi pochissimi anni di vita.

Al piccolo è stato diagnosticato il tumore a soli 3 mesi. Malgrado cure mediche e interventi è deceduto il 31 luglio 2014. Nei tessuti cerebrali, secondo il consulente dell’accusa, sono stati trovati “polveri e particelle metalliche” e “residui di combustione” che “non possono essere giunti per altra via che non sia quella ematica”. Quindi, è la tesi dell’esperto, attraverso “il sangue placentare materno”. Le accuse si basano sulla consulenza del professor Carlo Barone, ordinario di oncologia medica del Policlinico Universitario Gemelli di Roma, sull’esposizione neonatale, quindi della mamma e anche del bambino nei primissimi anni di vita, all’inquinamento industriale. La consulenza fa riferimento ad alcuni studi condotti su popolazioni residenti nel raggio di due chilometri da insediamenti industriali. Si tratta di studi recenti che, si legge nella relazione del medico, “dimostrano un eccesso di mortalità per tumori cerebrali nella fascia 0 – 6 anni a seguito dell’esposizione materna“.

Nel caso specifico del bambino di Taranto, i genitori, all’epoca dei fatti, abitavano al quartiere Tamburi di Taranto, a pochi chilometri dal Siderurgico. Stando alla consulenza del professor Barone, la madre è stata esposta a inquinanti industriali cancerogeni “che possono essere trasmessi per via ematica transplacentare al feto”. La conclusione a cui è giunto è che “esiste un nesso di causalità fra l’esposizione materna agli inquinanti di origine industriale e l’astrocitoma del piccolo Lorenzo”. Nella vicenda sono imputate nove persone, ex dirigenti dello stabilimento siderurgico di Taranto, ritenuti responsabili, in concorso fra loro, di non aver adottato le misure necessarie alla diffusione di polveri e altre sostanze nocive provenienti dagli impianti ritenuti inquinanti, parchi minerali, cockerie, agglomerato acciaierie e gestione rottami ferrosi, causando. Così, secondo la ricostruzione dell’accusa, hanno provocato la grave malattia neoplastica che ha portato il bambino alla morte. Per i nove imputati i pm Mariano Buccoliero e Remo Epifani hanno chiesto il rinvio a giudizio. Sulla richiesta si esprimerà il gup Pompeo Carriere. Prossima udienza il 14 ottobre.

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