23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 10:41:00

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Famiglia e scuola, radici della giovinezza

foto di Patrizio Bianchi
Patrizio Bianchi

Caro Direttore,
mi hanno colpito amaramente due considerazioni piuttosto acute, ma sostanzialmente vere, del Ministro della Pubblica Istruzione, Professor Bianchi, il quale, sebben ricordo, ha detto che i giovani oggi, in buona parte, non hanno più cultura in italiano e vanno ancor peggio in matematica. Caro Direttore, tutti noi siamo stati e siamo giovani; e questa è la più ovvia e naturale delle considerazioni: la giovinezza è la prima tappa di un più o meno numero di anni che fanno una vita. Essere giovani significa (ma lo si avverte dopo che la giovinezza è trascorsa) appartenere ad un movimento dell’esistenza a sé significativo, che è, tuttavia, il trascorrere prima o dopo gli anni stessi della giovinezza. Certamente essa è considerata un periodo di gioia, spensieratezza, di motoria bellezza, ma, nella presente epoca, è anche legata purtroppo a non poche esperienze negative, a incaute suggestioni che sembrano di bene e invece sono malefiche; e soprattutto i giovani hanno, anche nella loro esuberanza tipicamente giovanile, il problema del lavoro, che manca anche dopo il completamente degli studi superiori.

Ed è proprio qui che nasce il primo ed assoluto problema per i giovani: impartire loro una sana ed retta educazione; proprio nel senso antico ma sempre attuale del significato: “Educatio maximam diligentiam desiderat” è Seneca, ma sembra o potrebbe essere un consiglio di un docente, e tradotto in italiano, di un padre di famiglia. Proprio alla formazione familiare si unirà quella scolastica, ed i docenti, per quello che anche possono e fanno, oggi in periodo epidemico, sarebbero sempre, se non i genitori del corpo, delle menti giovanili. Bisogna anche dire, che i nostri giovani, o molti dei nostri giovani, crescono senza una bussola familiare, se essi nel collettivo si radunano nelle vie o nelle piazze della vita, detta anche “movida”, non commettono reati, ma confortano se stessi nel concetto che nella collettività ci sia comunicabilità, gioia, spensieratezza, dimenticanza di altre cose. E tuttavia anche in questo si intende, specialmente nel nostro vecchio occidente, che ogni sistema collettivo, anche politicamente parlando, quando si è giovani, sente di essere l’unico sistema di vita, valido anche per un futuro di sé e della Nazione. E sovente, i più adulti, di queste compiacenze giovanili, si compiacciono e credono di aderire per essere al passo dei tempi.

Caro Direttore, trionfa purtroppo anche la miseria educativa, che, purtroppo, comincia anche in tante nostre famiglie. Nelle nostre case si è perduta l’abitudine al dialogo: il padre e la madre lavorano; si guarda in silenzio la televisione; si usa sempre il cellulare. Ore intere di esso fissano lo sguardo e la mente dei giovani e dei non più giovani. La famiglia non è spesso più un centro, perché non è più famiglia, ed ogni componente di essa si sente centro di se stesso. Se poi alla mancanza di una educativa familiare si unisce anche, come nel presente stato storico, non soltanto italiano, il fenomeno dell’epidemia, non solo viene meno ancora più la coesione familiare, ma passando all’altra radice, viene meno anche la scuola, anche l’Università. Si cerca un’educazione a distanza che è tuttavia il peggiore insegnamento che possa esistere, perché manca la presenza umana, fisica, ovvero umanizzata del docente. Se poi ai giovani togliamo codeste radici che sono scuola e famiglia, trascorsa la giovinezza, si ha difronte un muro della realtà della stessa esistenza.

Ed è allora che si determinano, e qui il problema diventa nazionale, i principi fondamentali dell’esistenza morale ed etica, ed anche politica di uno Stato, che si formerà su quei giovani, che anche precedentemente hanno perduto, la famiglia e la scuola. E lo stato politico di una Nazione sarà, dopo qualche tempo, quello che si è formato attraverso l’educazione dei giovani dei quali sempre si è detto che essi sono il futuro di uno Stato.

Paolo De Stefano

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