22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 18:59:00

foto di “Griselda” andato in scena per il Fesival della Valle d’Itria (foto Clarissa Lapolla)
“Griselda” andato in scena per il Fesival della Valle d’Itria (foto Clarissa Lapolla)

Può un amore essere tanto grande da permettere alla persona di annichilirsi in favore del suo amato? Griselda, la protagonista dell’opera omonima di Alessandro Scarlatti (Palermo 1660 – Napoli 1725) risponderebbe di sì.

L’opera magna del compositore palermitano è stata molto apprezzata dal pubblico del 47º Festival della Valle d’Itria che ha scelto di celebrare i trecento anni dalla prima esecuzione nel 1721 al Teatro Capranica di Roma, rappresentando sabato sera nell’atrio del Palazzo Ducale la nuova edizione critica, curata dall’ensemble La Lira di Orfeo. Scarlatti compose La Griselda su libretto di Apostolo Zeno, testo rimaneggiato da un autore anonimo, probabilmente lo stesso Francesco Maria Ruspoli a cui fu dedicata l’opera, basato sull’ultima novella del Decameron di Boccaccio e ambientata fra Sicilia e Puglia. La trama è presto detta, Griselda, umile contadina, è sposa di Gualtiero, Re di Sicilia. Quest’ultimo però osteggiato dalla corte e dal popolo in un primo momento finge di ripudiarla, ma in fondo è certo del suo amore incondizionato.

Griselda è cosí vittima di angherie e soprusi che vanno dall’infanticidio della primogenita Costanza, al sopportare il supposto amore del marito per un’altra donna, schivando nel frattempo le profferte amorose di Ottone. In realtà quell’altra donna si rivelerà essere proprio quella figlia creduta morta che verrà concessa in sposa a Roberto, fratello minore di Corrado, Principe di Puglia. Una vicenda a tinte forti incentrata sullo spessore morale della protagonista che tutto accetta e tutto sopporta, ma non la prova per eccellenza: accettare di sposare Ottone e tradire la promessa coniugale. Sarà così che Griselda supererà la sua “messa alla prova” in una società che la vedeva socialmente indegna, recuperando il suo posto di madre, moglie e regina. L’ottimo lavoro sinergico tra la regista Rosetta Cucchi e lo scenografo Tiziano Santi ha concepito l’azione in una Sicilia di primo Novecento, bigotta e legata a strereotipi culturali oggi impensabili quali l’importanza della primogenitura maschile o l’attenzione alla communis opinio, quale contesto più idoneo a dare maggiore spessore drammaturgico alle evanescenti ambientazioni settecentesche.

In apertura la scena presenta nel suo centro un grande divano posto su di un’area sabbiosa, a simboleggiare quella confort zone di cui godeva establishment borghese ma che nello stesso tempo si palesa su di una precaria stabilità, la sabbia appunto. Griselda perderà il titolo di regina con tutti i suoi privilegi. Intorno al divano una serie di confessionali che sono lo specchio di quella morbosa attenzione all’opinione altrui e una serie di volti di donne velate rappresentanti tutte le donne che fingono di non vedere per amore del loro sposo fino ad annullarsi e diventare trasparenti, non possedendo altro che la loro vita. Tra secondo e terzo atto la scena cambia, il divano sparisce e resta quell’area sabbiosa che diventa uno spazio metaforico in cui ciascun personaggio scioglie i nodi della propria coscienza, si libera dai fantasmi del proprio io represso per riacquistare quella libertà che renderà felici tutti culminando nello splendido quartetto finale.

Un brevissimo prologo recitato da una voce fuori campo precede ciascun atto per contestualizzare le psicologie in gioco. Musicalmente si tratta di una musica complessa, tipica espressione del barocco, ricca di abbellimenti ed invenzioni melodiche. Con essa Scarlatti segnò un punto di svolta nell’opera dopo Monteverdi, introducendo l’aria da capo (tre parti dove la terza è ripetizione della prima) sganciandola definitivamente dal recitativo e arricchendola con un delicato accompagnamento strumentale. Una smagliante Carmela Remigio ha dato voce al personaggio di Griselda, davvero sublime nell’aria Mi rivedi o selva ombrosa all’inizio del secondo atto in cui, non più regina si ritrova pastorella. Assolutamente convincente e dalla chiara dizione il controtenore Raffaele Pe (Gualtiero), così come il resto della compagnia di canto: Mariam Battistelli (Costanza), dal bel timbro ed estensione di voce, Krystian Adam (Corrado), preciso sia nell’emissione che nello stile, Miriam Albano (Roberto) accurata nel fraseggio e Francesca Ascioti (Ottone) dalla buona varietà espressiva.

I costumi di Claudia Pernigotti riprendevano il tipico abbigliamento della Sicilia di inizio secolo con tanto di coppole e lupara ma anche eleganti vesti per l’aristocrazia. Rigoroso nel rispetto dei tempi, così essenziali nella musica settecentesca, il direttore greco Georg Petrou alla guida del Coro Ghisleri e dell’orchestra La Lira di Orfeo che annoverava nel suo organico due clavicembali e una tiorba. Pubblico entusiasta da tanta perfezione ha applaudito a lungo. Prossime repliche per rivedere questo capolavoro della musica barocca giovedì 29 luglio e domenica 1 agosto.

Daniele Lo Cascio

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