23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 09:49:00

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La “Bohème” di Vick, una storia dei giorni nostri

foto di Il regista, Graham Vick
Il regista Graham Vick

Ho visto qualche sera fa, riproposta su Rai 5, la Bohème messa in scena al teatro comunale di Bologna nel gennaio del 2018 per la regia di Graham Vick e la direzione d’orchestra di Michele Mariotti. Se non ci fosse stata la musica di Puccini che, come accade da sempre ad un pucciniano storico come me, mi ha coinvolto e commosso fino alle lacrime, avrei cambiato subito canale. La regia di Graham Vick, regista inglese morto qualche settimana fa, ha trasformato il dramma ottocentesco di Mimì in una storia dei nostri giorni, con una Mimì in minigonna, Rodolfo in scarpe da tennis e jeans strappati, Musetta con jeans e giubbino di pelle rossa del tipo chiodo e gli amici di Rodolfo con felpa e giubotto, il tutto tra garages con saracinesche, stanze moderne con frigorifero e lavabi con piastrelle.

L’intento di Vick è quello di fare un’operazione provocatoria trasformando i protagonisti del melodramma pucciniano in eroi moderni stravolgendo l’ambientazione originale dell’opera e trasferendola nel tempo presente. La provocazione è riuscita ma il risultato è un’operazione arbitraria, irritante, di pessimo gusto e soprattutto di nessun valore artistico. Vick a dire il vero non è il primo a fare simili discutibili operazioni. Questo andazzo di ambientare in epoca moderna il melodramma c’è da un bel po’. Registi come Vick, alla ricerca della novità a tutti i costi nel tentativo di stupire, attirare pubblico e fare botteghino, compiono una operazione molto discutibile che non esito a definire stupro dell’opera originaria poiché cambiando ambiente, connotati, costumi, scene stravolgono quello che gli autori sia del libretto che della musica hanno inteso raccontare. La rappresentazione di un’opera lirica non è solo il racconto attraverso la musica di un dramma, di emozioni, di personaggi e storie, è anche il racconto di un’ambientazione, di un’epoca, di un contesto, di una mentalità, di una cultura tant’è che il libretto, e quindi il linguaggio, sono strettamente legati e commisurati all’epoca nella quale l’autore ha ambientato il dramma. E non può che essere così perché qualsiasi opera sia essa un romanzo, un’opera lirica, un’opera teatrale, se viene decontestualizzata perde senso e significato.

Riuscite a immaginare un Otello decontestualizzato dalla Venezia dei Dogi, un Nabucco fuori dall’Egitto e Radames e Aida senza le piramidi? Il risultato? Un atto di violenza nei confronti di Puccini e di Verdi. Probabilmente dai modernisti sostenitori di questo tipo di manipolazione io sarò considerato un cultore della lirica legato alla tradizione, un passatista, una sorta di parruccone che è contro la modernità. Non è così. Io amo la sperimentazione, le contaminazioni, le citazioni, i riferimenti e le novità ma nel rispetto delle intenzioni, della musica e del testo che ci consegna l’autore. Capisco che quando un regista, uno scenografo, un costumista mettono su un nuovo allestimento creano una nuova opera d’arte, originale, con stilemi e grammatiche proprie ma questo deve accadere nei limiti del rispetto della volontà dell’autore della musica e nei parametri indicati dai librettisti. Zeffirelli, che è stato un grande regista di opere liriche, un innovatore, uno che ha interpretato al meglio Puccini e Verdi, ha dimostrato che si può essere moderni, sperimentare e innovare senza fare operazioni arbitrarie. Penso a Traviata, Aida, a Tosca da lui messe in scena creando opere d’arte originali ma nel rispetto del testo di Verdi e Puccini.

Penso al cinema e al Pasolini del Vangelo secondo Matteo che ha letto il Vangelo in maniera nuova e originale creando una nuova opera d’arte per stilemi e grammatica propri ma rispettando rigorosamente ambiente ed epoca. Io respingo con convinzione questo modernismo arbitrario, insulso, fuori luogo, sgrammaticato che stravolge un’opera d’arte al solo scopo di stupire e fare botteghino. E veniamo a questa Bohème allestita dal Teatro comunale di Bologna. Le prime scene ci introducono nella soffitta parigina nella quale vivono i quattro artisti il pittore Marcello, il poeta Rodolfo, il filosofo Colline e il musicista Schaunard. Bene il primo colpo nello stomaco è la soffitta che diventa un appartamento studentesco moderno arredato alla rinfusa con mobili vecchi e fatiscenti, frigorifero, stufetta elettrica e bicicletta appesa alla parete. I quattro indossano jeans, felpe, camicie moderne e calzano scarpe da tennis. Nel secondo quadro il caffè Momus da cafè della Parigi ottocentesca frequentato da artisti squattrinati in cerca di fama, diventa un pub moderno con ragazzi che tracannano birra e coca cola mentre la barriera d’Enfer si trasforma in una periferia degradata dei nostri giorni, una via malfamata frequentata da spacciatori, prostitute e delinquenti di periferia.

Nell’ultimo quadro si ritorna all’appartamento iniziale, ormai vuoto. Tra le pareti scrostate restano solo una cucina a gas e un bidone della spazzatura. In questa cornice si consuma la tragedia di Mimì che entra in scena in minigonna con paillettes, barcollante su scarpe di vernice rossa e tacco alto, che muore tra le braccia di Rodolfo, per terra su un cuscino di fortuna raccattato all’ultimo momento. Questi la consola e le canta il suo amore finchè avverte che Mimì è ancora viva ma poi, appena si accorge che è morta, la abbandona per terra fuggendo da lei così come fanno tutti gli altri uscendo di scena attraverso una porta con le maniglie d’ottone. E così mentre l’orchestra esegue le ultime strazianti note del dramma la tragedia si conclude con l’ultima immagine di una Mimì sola, abbandonata da tutti, sola, per terra, coperta da un lenzuolo bianco, con a fianco il suo paio di scarpe di vernice rossa col tacco alto. Ma come si può immaginare un Rodolfo innamorato che abbandona Mimì proprio nel momento in cui muore. Questa è una forzatura arbitraria e fuori da ogni logica.

Questa non è una interpretazione originale dell’opera ma è un’autentica violenza non solo al testo di Giacosa e Illica ma anche alla musica di Puccini che quel testo ha messo in musica e gli ha dato voce avendo in mente quell’ambientazione, quei costumi e quel contesto fuori dal quale la musica di Puccini è altro. Come si può accostare la disperazione e il dramma che trasmettono le ultime drammatiche note di Puccini con un Rodolfo che fugge e abbandona per terra la sua Mimì morta. È davvero una follia. E infatti in quella scenografia la musica di Puccini appare come spaesata, straniata, fuori luogo, fuori contesto come se fosse altra rispetto alla scena perdendo tutta la sua efficacia e la sua intensità emotiva. Addirittura in alcuni momenti la rappresentazione scade nel ridicolo. Nelle battute iniziali “Nei cieli bigi guardo fumar dai mille comignoli Parigi e penso a quel poltrone di un vecchio caminetto ingannatore”. Comignoli? Ma quali comignoli se siamo nella stanza di un condominio moderno da cui si possono vedere solo grattacieli e una selva di antenne televisive.

E il camino nel cui fuoco i protagonisti nella versione originaria bruciano le loro opere per scaldarsi si trasforma in una stufetta elettrica? Ma il ridicolo raggiunge il colmo nella scena della chiave smarrita e che non si trova perché la candela si è spenta a causa di una folata di vento. Ora mi chiedo quale nesso scenico ci può essere tra un testo che parla di una candela che si spegne per via del vento e che viene riaccesa se il contesto è una stanza moderna nella quale si vedono platealmente sulle pareti i bianchi interruttori della luce elettrica? E poi nell’aria “Vecchia zimarra” sentire Colline in jeans, scarpe da tennis con indosso una T shirt con la sovrascritta “Sex pistols” riferita al gruppo punk rock britannico dei giorni nostri e chiamare “vecchia zimarra” il suo moderno e sportivo giaccone nero fa veramente sorridere. Uno spettacolo davvero indecoroso, con buona pace del regista Graham Vick, che pure ha vinto il Premio “Abbiati” quale miglior spettacolo del 2018 e che ha riscosso il plauso di alcuni critici come Roberto Mori.

Quest’ultimo, a supporto del suo giudizio positivo sull’opera messa in scena da Vick, con una forzatura degna di ben altra causa, parla di una lettura modernista dell’opera di Puccini sostenendo che “Quelli che vediamo sono ragazzi del nostro tempo, afflitti da un malessere diverso….un disagio culturale, più che psicologico,….. indossano jeans strappati e felpe, ma il nichilismo che li attanaglia, sottraendo loro progetti e prospettive, li porta a un individualismo esasperato, a cercare lo sballo o a drogarsi. …Mimì muore….abbandonata da tutti. Anche da Rodolfo, che scappa spaventato lasciandola a terra coperta da un telo bianco. Non è esattamente la fine prevista da Puccini, è vero, (meno male che se n’è accorto n.d.r.). Ma Vick, portando in scena il disagio e l’immaturità dei ragazzi di oggi, fa una scelta coerente dimostrando di sapere leggere in profondità i segni dei tempi. Se avesse proposto un finale lacrimevole e consolatorio, come da tradizione, avrebbe realizzato una delle tante Bohème attualizzate e scontate che si vedono di frequente a teatro”. Fin qui Roberto Mori. Tutto bene solo che questo è il pensiero di Vick che non c’entra niente né con Puccini nè tanto meno con il libretto di Giacosa ed Illica.

Se Vick voleva scrivere un’opera sul disagio giovanile dei nostri tempi avrebbe potuto scrivere una sua piece originale. La sua quindi è un’operazione arbitraria che snatura tutto ciò che Puccini ha voluto affidare alla sua impareggiabile musica. Io che non sono un critico musicale di professione ma solo uno spettatore ho avvertito un fastidioso disagio perché ho percepito questa stridente contraddizione tra ciò che Puccini intendeva trasmettere e la messa in scena della sua opera che ne ha stravolto senso e significati. Un allestimento quindi mal riuscito e rappresentato peggio, che davvero non vale la pena di vedere. Puccini, Giacosa e Illica si saranno rivoltati nella tomba. Dello spettacolo si salvano solo ovviamente la musica di Puccini, l’esecuzione magistrale del direttore d’orchestra Michele Mariotti e la straordinaria Mariangela Sicilia che ha dato voce a Mimì. La musica di Puccini fortunatamente non è stata toccata. Ma fino a quando? Si comincia con i costumi, le scene e l’ambientazione per arrivare alla musica. E voglia Iddio che questo non accada mai poiché il giorno in cui un musicista decidesse di “modernizzare” la musica di Verdi o di Puccini allora veramente sarebbe la fine del melodramma italiano.

Mario Guadagnolo

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