22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 10:52:00

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Dante Alighieri, i luoghi dell’infinito e l’eterno del tempo

foto di Dante Alighieri
Dante Alighieri

Caro Direttore,
mi è giunto e ringrazio l’amico professore Porcelli, per il gradito dono del fascicolo, giugno 2021, diretto da Mario Tarquinio, dal titolo “Luoghi dell’infinito” e tutto dedicato a Dante nell’anno della morte del sommo poeta. Perché di Dante, ancor più oggi, non possiamo farne a me; della sua immensa opera, del suo fiero e indomito carattere contro le avversità della vita umana; del suo elevarsi con la mente e con lo spirito al sommo dell’arte, del miracoloso iter verso Dio, Padre delle genti e dell’universo. Dante è dunque non tutto; è il tutto, come ne descrive nel suo editoriale Giovanni Gazzaneo: “Non si può comprendere la Comedia se non nella logica del creatore, che ha dato all’universo il sole e le stelle e alla terra i profumati gigli di campo”.

La forza motrice di Dante è nel suo “fatale andare” verso quel cielo ove se lo attendono Beatrice e i Santi e la madre di Dio, soprattutto lo aspetta, perché lo vuole “velle” lo stesso Dio. E Dante diventa il demiurgo anche attraverso la poesia che deve esprimere questi altissimi sentimenti infernali e divini attraverso una lingua che è già in lui la lingua nazionale italiana. E tale concetto lo dice con viva chiarezza il presidente della società nazionale “Dante Alighieri” Andrea Riccardi. Scrive: “Dante è il creatore del nostro linguaggio; attraverso la pratica poetica ha selezionato i vari dialetti che erano regione per regione e ne ha colto il meglio di tutti anche se la palma è andata a quella lingua fiorentina, che era la degna consorte della migliore lingua provenzale”. In ciò Dante proprio nella “Vita Nova”, nel “Convivio”, e nel “De Vulgari” ha sostenuto l’importanza di una lingua che legasse non solo le varie regioni ma lo stesso contorno dell’Italia, che nel nono dell’Inferno dice, dal Carnaro alla Sicilia. Ma una lingua che fosse espressione del concetto morale, etico, teologale, religioso della vita universale dell’uomo; che unisse l’esistenza attiva con quella contemplativa, l’una e l’altra necessarie alla natura umana, che è fatta di pensiero e azione. Concetto codesto che molti secoli dopo fu ripreso dal Foscolo, dal Mazzini e fu previsto dal filosofo Giovan Battista Vico.

E proprio nell’800 nel ciclo romantico e patriottico della realtà la figura poetica e caratteriale di Dante fu vaticinio, speranza, conforto, nelle ore tristi e gloriose di un lungo e sofferto risorgimento nazionale. Oltremodo gli fu vicino con un rinnovamento della stessa lingua toscana il Manzoni, il poeta dell’ottocento, laddove Verdi fu il musicista dell’Ottocento: nazionale e patriottico. Dante dunque fu poeta, profeta e politico, insieme nel suo amore non ricambiato da Firenze, tuttavia nel suo diuturno esilio, tra Verona e Ravenna, ebbe alto il suo concetto che lo storico Franco Cardini disse che Firenze e l’Italia furono per Dante una terra sola. Mai dimenticò il suo bel “San Giovanni”; lo ricorderà con affetto nei primi versi del venticinquesimo canto del Paradiso: “Se mai continga che il poema sacro…” li Dante voleva prendere “il cappello” cioè la gloria di essere il poeta. La sua opera massima riflette i valori dell’esistenza nel bene che vince sul male, del trionfo della vita etica sull’insana esistenza di una realtà profana; la figura poetica così rappresentò nel tempo non l’Italia, non l’Europa, una civiltà che continuava e riprendeva la grande civiltà greca e latina. Caro Direttore, Il discorso sulla gradita ed anche luminosa per via di bellissime immagini dantesche rivista che ha come sottotitolo “Dante e la parola che sale”, continua più che mai oggi, perché noi oggi abbiamo bisogno di lui: non tutti lo sanno, non tutti lo intendono.

Siamo oggi, pur cambiati uomini e situazioni storiche, al tempo di Dante, in un’umanità confusa ed incerta, ed in Italia, politicamente parlando, i partiti se non sono Guelfi e Ghibellini, sono tra loro in visibile contrasto, nell’intento di poter governare il paese. Anche purtroppo il cristianesimo è per alcuni aspetti obliato dallo stesso corpo ecclesiastico; ma soprattutto da un certo popolo più vicino ai beni di interesse profano che a quelli di interesse fraterno. È la religione islamica minaccia la verità del cristianesimo e la sua cultura universale. Caro Direttore, Dante più di ieri è presente in noi; se noi lo seguiremo culturalmente avremo una riconquistata e vera libertà; se lo dimenticheremo sarà domani la fine della nostra stessa cultura occidentale.

Paolo De Stefano

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