20 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Settembre 2021 alle 17:50:00

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Piante di cannabis

I fattori maggiormente sintomatici del malfunzionamento del sistema sono da ricercare nel numero dei processi pendenti, nella durata media degli stessi, nella mole di risarcimenti dovuti ad ingiusta detenzione, nelle statistiche sul sovraffollamento carcerario. Ognuno di questi fattori è strettamente connesso agli altri. Durata dei processi e termini di prescrizione, ad esempio, sono due facce della stessa medaglia: serve a poco intervenire sui termini di prescrizione senza intervenire sulle cause che determinano il dilatarsi della durata del processo.

Se da un lato vi è l’esigenza di ripristinare il principio della ragionevole durata del processo, dall’altro vi è quella di individuare le cause che determinano l’allungamento dei tempi del processo, e quindi l’intervento della prescrizione. In questo senso resta ancora molta strada da fare. L’analisi della popolazione detenuta ci dice molto sull’entità dei reati che maggiormente influiscono sul peso complessivo della macchina della giustizia e sul funzionamento delle carceri. Il nostro paese soffre di un problema relativo al sovraffollamento degli istituti di detenzione che potremmo definire endemico. Secondo i dati del Ministero di Giustizia al 30 Giugno 2021 su 53.637 detenuti, a fronte di una capienza di 50.779 posti, con una tendenza in netto miglioramento rispetto al passato. Secondo i dati forniti da Antigone, lo stato ha destinato 3 miliardi al carcere per il 2021, il 68% per la polizia penitenziaria. E’ evidente come tutti i fattori analizzati chiamino in causa una revisione del codice penale. Da anni in tutta Europa si segue un trend di depenalizzazione dei reati minori, per quel che riguarda il pendente penale, e di minor ricorso alla pena detentiva per quel che riguarda il sovraffollamento carcerario. Da tempo la Guardasigilli, che in netta controtendenza rispetto al passato ha evidenziato come il codice parli di “pene” e non di carcere, ha indicato la necessità di un cambio di rotta sostanziale sulla giustizia penale, con un maggiore ricorso a pene alternative rispetto a quelle detentive, e un processo di revisione che porti alla depenalizzazione di reati di minore entità.

La battaglia politica tra i partiti, in semestre bianco, si fa più accesa che mai. La Commissione Giustizia è chiamata ad adottare un testo base sulla proposte di Legge presentate da Magi (+Europa), Licatini (M5S) e di Molinari (Lega), in merito al Testo Unico sulle droghe. La proposta di Riccardo Magi prevede in particolare la depenalizzazione della coltivazione domestica per uso personale di cannabis. Ad oggi, nonostante il consumo di sostanze stupefacenti non sia perseguibile penalmente, il testo unico punisce la coltivazione, e la detenzione rimandando alle tabelle ministeriali dove viene indicata la quantità massima per uso personale, oltre la quale si prefigura il reato di spaccio. Italia Viva, Forza Italia, Lega, e Fratelli d’Italia chiederanno di rimandare il voto a settembre. Per comprendere la portata del tema basti pensare che, secondo le statistiche penali annuali del Consiglio d’Europa (SPACE), nel complesso i reati legati alla droga hanno continuato anno dopo anno ad essere, tra tutti gli stati membri del Consiglio d’Europa, il motivo principale di incarcerazione.

Secondo i dati del Ministero di Giustizia, al 31 Dicembre 2020 sono 18.757 i detenuti in violazione del Testo Unico Stupefacenti, spaccio e/o coltivazione e associazione finalizzata allo spaccio. La violazione in materia di stupefacenti rappresenta la fattispecie di reato più contestata alla popolazione detenuta. A dicembre 2020 su 1.631.138 procedimenti penali pendenti, 235.174 sono per violazione degli Articoli 73 e 74 del Testo Unico Stupefacenti. Il 14,42% sul totale dei procedimenti penali pendenti è per violazione degli Articoli 73 e 74. Al netto del reato associativo, quindi esclusivamente per violazione dell’art 73, i processi pendenti sono 189.707, ovvero l’11,63% sul totale delle pendenze della giustizia penale. Come descritto dal XII Libro Bianco sulle droghe presentato alla Camera lo scorso Giugno, dei 35.280 ingressi in carcere nel 2020 ben 10.852 sono per violazione dell’art 73, con un’incidenza del 30,76% sul totale. Su 53.364 detenuti al 31 dicembre 2020, 12.143 sono detenuti solo a causa dell’art. 73, ovvero il 22,76%. Secondo le rilevazioni fornite da ISTAT al 30 Giugno 2021, sono 12.630 i condannati con sentenza definitiva per violazione dell’art 73.

Nei soli primi 7 anni di applicazione la legge conosciuta come Fini-Giovanardi ha portato a 120 mila arresti. Per farla breve, più di un terzo della popolazione carceraria è detenuta per reati connessi all’uso o lo spaccio di droga. Una volta Marco Giacinto Pannella, in procinto di essere arrestato, disse di sentire il dovere di essere: “come coloro che sono costretti a delinquere, a soffrire, a morire, perché lo scandalo di leggi e di giustizie ingiuste venga superato e venga corretto l’errore politico e tolto alla criminalità l’immenso potere che le si conferisce”. Se lo stato si assumesse la responsabilità di controllare e regolare il fenomeno, piuttosto che demandare tale onere alla criminalità organizzata, l’impatto sul funzionamento della giustizia e del sistema penitenziario sarebbe senza precedenti.

Mirko Venturini

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