20 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Settembre 2021 alle 18:58:00

La sede della Asl Taranto
La sede della Asl Taranto

“Quello che sorprende non è di per se il risultato di una sentenza quanto il fatto che nella pubblica amministrazione sempre più spesso si sia costretti a rivolgersi al giudice per avere le ragioni dell’ovvio”. E’ il commento di Lorenzo Caldaralo, segretario della Funzione Pubblica Cgil di Taranto, che commenta la sentenza del Tribunale del Lavoro di Taranto, che su ricorso ex art. 700 e 669 bis c.p.c. patrocinato dall’avvocato Luca Bosco, accoglie in pieno le legittime rimostranze di una infermiera del reparto di nefrologia di Taranto.

La donna aveva partecipato ad un bando per la mobilità interregionale e dopo aver prestato servizio all’Asl di Brescia finalmente si era avvicinata a casa (lei è di Maruggio) e da marzo scorso era in servizio nell’Asl di Taranto. Nel frattempo l’Asl lombarda però l’aveva riconosciuta portatrice di handicap ai sensi della Legge 104 del 1992 e con tale riconoscimento era arrivato anche il diritto a rientrare nelle categorie protette che certe mansioni e certi carichi di lavoro non avrebbe potute svolgere. E’ paradossale – continua Caldaralo – che malgrado l’inidoneità alle attività di reparto sia stata certificata anche dal medico competente in sede di visita preventiva, sia dallo stesso Spesal, l’infermiera sia stata avviata dall’Asl di Taranto, nonostante ripetute rimostranze, a mansioni che nella sua condizione di disabile non avrebbe potuto svolgere, creando nocumento alle sue condizioni di salute e sicurezza e a quelle dei pazienti.

C’è stata bisogno del provvedimento cautelare emesso lo scorso 29 luglio dal giudice monocratico dott. Saverio Sodo per decretare come “legittima la richiesta dell’attrice di essere esonerata dalle attività di cui al giudizio dello Spesal” ed essere così avviata a mansioni compatibili. Tutto è accaduto nell’”azienda” che meglio di altri dovrebbe avere a cuore la salute dei suoi lavoratori e dei cittadini che si rivolgono ad essa – termina Lorenzo Caldaralo – e nella pubblica amministrazione che meglio di ogni altra dovrebbe badare con cura a come decide di spendere i propri soldi, se in utili compendi utili alla tutela della salute pubblica, o in spese legali.

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