22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 09:59:00

foto di Mitilicoltura
Mitilicoltura

Caro direttore, quest’anno ho campeggiato per alcuni giorni a Metaponto lido, a soli 50 km da Taranto come sai. Di fronte alla stazione ferroviaria c’è un centro commerciale al quale mi sono rivolto per approvvigionarmi di tutto il necessario. Nel reparto pescheria ho trovato delle cozze, quindi ho chiesto con orgogliosa dicurezza: “Vorrei un paio di chili di cozze tarantine”.

L’addetta al reparto mi ha subito precisato che le cozze non erano tarantine ma dell’Adriatico perché – ha aggiunto – i clienti non vogliono le cozze tarantine ritenendo che siano inquinate. Alle mie rimostranze, ovviamente inutili, la signora ha risposto gentilmente dicendo che loro dovevano tener conto dei desideri dei clienti. Prima avevano le cozze tarantine ma se le vedevano puntualmente rifiutare. E mi ha anche precisato che c’è un altro prodotto, gli agrumi di Palagiano, che non vengono acquistati per lo stesso motivo.

Ovviamente quella zona è prettamente turistica, quindi questi giudizi vengono dati da gente che viene a villeggiare non solo dal Sud ma anche da tutta Italia che a furia di sentire telegiornali e leggere notizie sui giornali circa il grado di inquinamento di tutto ciò che è l’alimentare Tarantino rifiutano proprio i nostri prodotti che invece inquinati non sono. Abbiamo impiegato secoli per far conoscere la dolcezza e altri pregi della cozza tarantina in tutto il mondo e adesso quelle conquiste ce le siamo siamo giocate. Ricordo vent’anni fa, a Bruxelles, una passeggiata nelle vie del centro piene di ristoranti dove trovai esposto un cartello – scritto ovviamente in francese – che annunciava orgogliosamente di somministrare “cozze di Taranto”.

Così come, da giornalista del Corriere del Giorno ho seguito e pubblicato innumerevoli edizioni dell’annuale convegno sul Clementine, “oro di Palagiano” per propagandare quel prodotto. E come dimenticare quel mirabile progetto di Mimmo Lardiello con il suo Festival della cucina italiana con la cozza tarantina col quale ha portato il nome di Taranto e della sua cozza in tutta Italia e al quale il Corriere del Giorno e io personalmente abbiamo dato sempre un valido aiuto e un sostegno mediatico. Ed ecco che la furia distruttrice di certi “ambientalisti” ( tra cui quelli che al momento opportuno formano liste per tentare inutilmente di raggiungere uno scranno del Consiglio Comunale), oltre a chiedere con facilità la chiusura di uno stabilimento che dà pane a circa 12000 famiglie, più tutto l’indotto che ne deriva nel settore del commercio e non solo, hanno ottenuto Il “pregevole” scopo di distruggere anche quella economia tipica della nostra città e della nostra provincia per cui tanto ci siamo spesi per generazioni e tanto dava in termini di reddito. Forse sarà anche per questo che pochi giorni fa ho letto dell’allarme dei nostri “cozzaruli” che vedono il commercio locale invaso da cozze forestiere mentre le nostre restano invendute. A Taranto stessa!

Ma la storia è sempre la stessa: nessuno è capace di voler male a Taranto come i tarantini. Come ripeteva spesso un consigliere comunale degli anni Settanta (credo l’ombroso Di Lorenzo): “il club degli apritori di porte ad Annibale” è sempre attivo”.

Antonio Biella

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