22 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Settembre 2021 alle 10:52:00

foto di L’Aida di Giuseppe Verdi
L’Aida di Giuseppe Verdi

Ascoltare e guardare da archeologa l’Aida di Giuseppe Verdi sotto le stelle della Villa Peripato ha offerto alla scrivente, anni orsono titolare della cattedra di Letteratura Poetica e Drammatica al Liceo Musicale Paisiello, lasciata per intraprendere la carriera di docente di Lettere per il Ministero della Pubblica Istruzione, nuove emozioni. Un immediato ringraziamento all’ Assessore alla Cultura e Vicesindaco Fabiano Marti per avere patrocinato un così colto evento: la stagione estiva del Taranto Opera Festival 2021 (che continua con la Carmen di Bizet il 28 e 29 agosto e con Tangopera 8 e 9 settembre) promosso ed organizzato dall’Associazione musicale Domenico Savino (Presidente dr. Pierpaolo De Padova musicista) e dal Comune di Taranto, con il patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali, della Regione Puglia-assessorato industria turistica e culturale e Fondo Sviluppo e Coesione, del Comune di Taranto, dell’Unione Europea e in collaborazione con Puglia Sounds, Teatro Pubblico Pugliese, Common Time e Banca di Taranto.

Chi scrive ringrazia anche quanti hanno consentito ai soci dell’Associazione Kerameion Onlus di conoscere la bella opportunità di un abbonamento speciale per tre eventi tra lirica turismo e gastronomia promosso alla recente Festa d’Estate con l’Arte a Lama: Patrizia Simonetti Presidente Intercultura e Personal Assistant di Taranto Opera Festival, nonché Elianda Stefanelli di Go4sea. Ma andiamo al nostro commento in chiave archeologica dell’Aida, opera lirica eccelsa, eterna di cui ricorre il 150 mo anno da quando fu allestita al Cairo il 24 dicembre 1871 al Teatro dell’Opera.

Il fascino per l’Egitto che prese in Europa il nome di egittomania alla fine del XIX secolo trasuda da tutti i pori di questa grandiosa costruzione musicale contemporanea ad un’altra incredibile opera in Egitto del genio italiano: il taglio del Canale di Suez su progetto dell’ing. Luigi Negrelli. Dopo le campagne napoleoniche l’Egitto era uscito dal mito per entrare nella storia con la decifrazione ad opera di Champollion della Stele di Rosetta del II secolo a.C. pezzo forte del British Museum. L’egittologia, branca dell’archeologia, ebbe i suoi affascinati adepti di esotismo egiziano: gli egittologi. Tra questi Auguste Mariette archeologo professore al Collége de Boulogne. Fu scopritore nell’area del Serapeo di Saqqara nel 1850 del celeberrimo Scriba rosso uno dei reperti più importanti del museo del Louvre e risalente all’Antico Regno 2620-2350. Già nel 1848 era divenuto Direttore del Museo del Cairo; responsabile degli scavi archeologici egiziani sin dal 1860 e molto vicino al Pascià da cui dipendeva viene da lui a sapere della sua intenzione di affidare a Giuseppe Verdi un lavoro operistico per inaugurare il Canale di Suez.

Per questo si era messo al lavoro a stendere un testo basato sulla vicenda tragica della principessa etiope Aida, ispirandosi (non è ancora ben chiaro) alla lettura di papiri ma anche alla Fidanzata del Nilo scritta dal fratellastro Edmondo che poi si lamentò del plagio subito. Ma sotto alla storia di Aida c’è ancora altro: innanzitutto la descrizione dell’Egitto di Erodoto nel primo libro delle sue Storie quando parla di Menfi antica capitale sul delta del Nilo. Qui è ubicato il santuario di Ptah chiamato Vulcano. Altra lettura di argomento egizio la Nitteti di Metastasio che dichiarò di essersi ispirato proprio ad Erodoto e Diodoro Siculo. Nella stele di Rosetta addirittura compare il nome Aetos da cui Aiata ed Aita che il Marietti addolcì con Aida. Fu proprio il testo di Auguste Mariette, sottopostogli dall’amico Camille du Locle direttore dell’Opéra-Comique di Parigi, a convincere Verdi, dopo un primo rifiuto, a dedicarsi, per la somma nientemale di 150000 franchi (oggi 15 milioni di euro) all’eroina popolare celeste Aida ed al suo amore per Radamès. Anche Mariette egittologo del Louvre era amico di Verdi che si fidava ciecamente di lui, anche se Radamès risulta un personaggio di fantasia.

Capo dei soldati egizi ama riamato Aida schiava di corte ma in realtà principessa etiope fatta prigioniera dagli Egiziani ignari della sua vera identità. Anche Amneris la figlia del faraone ama Radamès e scopre dalle lagrime di Aida di cui si finge amica il segreto di quell’amore clandestino e proibito. In nome di questo amore, vero protagonista dell’opera di un lirismo eccelso, il comandante egizio rivela ad Aida un segreto militare carpito da Amonasro re degli Etiopi e padre di Aida tenuto in ostaggio alla corte del fa raone ma pronto alla rivincita. Il tradimento di Radamès segna la sua punizione ad essere sepolto vivo nella cripta del tempio di Ptah dove troverà anche la sua amata Aida pronta a condividere col suo Radamès il trapasso dalla terra al cielo mentre la rivale, pentita, dal tetto del tempio invocherà la pace. Nella location di Villa Peripato, definita impropriamente Arena, gli spettatori seduti su sedie disposte tutte in piano devono purtroppo allungare il collo per vedere il palcoscenico. Si sente infatti la mancanza di una cavea a gradini come nei tempi antichi (Taras aveva ben due teatri il grande e il piccolo e poi ebbe l’Anfiteatro) dove si sedevano gli spettatori intorno all’Arena che guardavano dall’alto. Ma l’Aida sotto le stelle di Taranto è stata lo stesso magica con quelle scenografie mobili che hanno offerto, pur in un palcoscenico ristretto, vari ambienti archeologici.

Come si convinse Verdi a creare la sua Aida? Camille du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi, affascinato da un viaggio in Egitto, sottopose a Verdi ritiratosi nella sua villa di Sant’Agata, il soggetto elaborato dall’egittologo Auguste Mariette dalla cui penna nasce la storia della celeste Aida e di Radamès. Partito nel 1850 alla volta dell’Egitto per una campagna di scavo lo scopritore del Serapeum di Memphis e del tempio della Sfinge, fondatore del museo archeologico di Bulaq presso il Cairo, uomo di assoluta fiducia del Viceré, che già lo aveva insignito del titolo di Bey, divenuto responsabile degli scavi egiziani si era messo al lavoro già quando nel 1860 il Chedivè d’Egitto aveva fatto ventilare l’idea di affidare a un grande compositore italiano un’opera per l’inaugurazione del prossimo taglio del Canale di Suez. Ismail Pasha appassionato di musica nel 1869 incarica Verdi di scrivere un’opera musicale di cultura squisitamente egiziana. Chi meglio dell’archeologo Mariette poteva e doveva essere consultato? Tanto più che era amico di Verdi e di Camille du Locle, direttore dell’Opéra-Comique di Parigi, sua persona di fiducia. Fu proprio l’egittologo a sottolineare che l’opera si doveva basate su scene e costumi ispirati ai bassorilievi egizi.

Quando al grande compositore italiano fu sottoposto il convincente soggetto dell’Aida e il compenso allora il primo rifiuto giustificato soprattutto dal fatto che Verdi non voleva andare per mare con la nave fino al Cairo mutò in grande entusiasmo specie quando nel contratto gli fu consentito di fare le prove in Italia ed in Francia! Persino le lunghe tube della marcia trionfale vennero create su volontà di Verdi simili alle trombe egizie dette chiarine. A Taranto la mobilità delle scenografie ha consentito di spaziare dalla sala del trono del faraone a Menfi, all’appartamento di Amneris, al tempio di Iside, all’interno del tempio definito di Ptah il divino creatore degli Egizi, il patrono dei creativi (scultori, artigiani, architetti, fabbri). Il suo nome è racchiuso nello stesso nome di Egitto, in greco Aigipton, cioè la casa dello spirito di Ptah la cui potenza creatrice richiama il valore della parola come archetipo della creazione perché la sostanza è tale in quanto parola. Il suo santuario a Menfi alla punta del delta del Nilo riceveva preghiere invocazioni come poderoso animatore del mondo, creatore delle onde, della terra, del cielo, vita stessa dell’universo ed immagine di eterno amore.

Col fuoco di Ptah è forgiata la spada consegnata per combattere contro i vicini Etiopi a Radames che in realtà brucia d’amore per la sua nemica ed amante Aida. C’è tutto il fascino dell’Egitto in quest’opera anche grazie alla resa artistica della cultura materiale egizia, soprattutto i costumi egiziani che hanno indossato persino le hostess le sere alla Villa Peripato per accompagnare ai loro posti (tutto naturalmente secondo le regole del Green Pass) le signore di Taranto in abito lungo. Qualche nota stonata non è mancata perché niente è davvero perfetto: odore di pop corn e panzerotti, cicaleccio inopportuno di signore diciamo distratte, l’allontanarsi dalla Arena al termine dell’opera senza aspettare di omaggiare quei bravi lavoratori dello spettacolo coi dovuti applausi. Una vera cafonata che persino Fabiano Marti nei saluti finali ha rimarcato. Tutto per non perdere cinque minuti in più? La trama di Aida si basa su un triangolo amoroso ben noto allo stesso Verdi che aveva amato contemporaneamente la compagna divenuta poi la seconda moglie e la amica.

Tutti insieme appassionatamente a Villa Ada nel piacentino. Affascinato anche lui dall’egittomania ha prodotto una costruzione musicale teatrale nel vero senso della parola, fatta cioè per essere guardata con la bocca aperta per la grandiosità delle scene egizie. Al triangolo amoroso fa da sfondo il contrasto guerra pace, amici nemici che con la guerra franco prussiana scatenò un conflitto europeo tra le guerre napoleoniche e la prima guerra mondiale. Mentre il Maestro lavorava su “L’Aida” a Sant’Agata scoppiava infatti la guerra francoprussiana, Napoleone III abdicava e, il 20 settembre, l’esercito italiano entrava nel 1870 a Roma (Breccia di Porta Pia). Il Risorgimento era concluso. Il libretto di Aida storia d’amore struggente e romantica è il risultato di un lavoro di grande collaborazione col poeta e scrittore Antonio Ghislanzoni, vicino alla Scapigliatura lombarda e ai circoli mazziniani; fu lui a curare la versificazione della versione in prosa redatta in lingua francese da Camille Du Locle sotto la supervisione dello stesso Verdi, sulla base del soggetto preparato da Mariette sul quale va data qualche informazione per dovere di cronaca. Diciamo che la paternità della storia ad Auguste Mariette era stata contestata dal fratellastro Édouard, che in suo volume di memorie accusò Auguste di essersi ispirato ad una sua novella, La fiancée du Nil, la Fidanzata del Nilo, fiume sacro presente nell’Aida e dove l’eroina penserebbe di annegare per disperazione. Cosa che non avviene perché Radames pazzo di lei, le conferma il suo amore. Non si esclude che Augusto pur avendo letto il testo del fratello abbia tenuto conto dei suoi studi sui papiri. Ne è uscita, secondo il desiderio del Pascià d’Egitto, un’opera egiziana nel vero senso della parola che ha tenuto presente sia le descrizioni degli storici antichi sia i bassorilievi dell’alto Egitto come fonte d’ispirazione per l’ambientazione.

Ne è uscito un meraviglioso melodramma in cui il canto o melos e l’azione scenica o drama rendono in spettacolo teatrale una storia d’amore struggente e romantica sostenuta in un flusso unitario dall’orchestra perfetta del Taranto Opera Festival. Bravissimi tutti: Marco Codamo direttore, Gianluca Chiera regia, Coro lirico Tarenti Cantores, Tiziana Spagnoletta maestro del coro, Angela Massafra direttore di palcoscenico, Francesco Buccoliero maestro collaboratore, Cira Marangi coreografie, Corpo di ballo Accademia di Arte e Movimento “Sublime Rouge”, Damiano Pastoressa scenografie, Angela Gassi costumi, Attilio Mela narrante fuori campo, Marika Franchino Aida, Francesco Anile Radames, Gabriella Aleo Amneris, Luca Simonetti Amonasro, Munkyu Park Ramfis, Alessandro voce Arena Il Re, Allievi della “Domenico Savino Summer Academy”, Sacerdotessa, Messaggero, Coro. Tutti gli elementi (esotismo, colorismo, scenografie) ben amalgamati hanno messo in risalto il dramma romantico del contrasto tra amore e patriottismo che porterà i due amanti alla morte. Il grande impatto teatrale meriterebbe una location più grandiosa, un vero teatro all’aperto idoneo alle scenografie, alle masse di comparse, alle danze, agli strumenti se non addirittura alla presenza di animali (cavalli, elefanti).

Ma anche se racchiuso in un piccolo palcoscenico l’Aida sotto le stelle di Taranto ha saputo ben esaltare momenti di intenso lirismo grazie a soluzioni armoniche raffinate come il finale struggente Terra addio. Aida seguita da Otello del 1887 e da Falstaff del 1893, le ultime opere di Verdi, giocando tra voci ed orchestra, per affermare una narrazione continua, aprì una strada nuova al melodramma italiano.

Giovanna Bonivento Pupino

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